Equilibrium – 1.3 – Namiah

Chiamavano se stessi Munshan, che nella loro lingua vuol dire semplicemente “Viventi”.

Si consideravano alla stregua degli altri abitanti dei boschi, animali e vegetali, che con loro dividevano quelle terre. Non si credevano migliori o più importanti degli alberi sui quali vivevano. La loro religione era molto semplice, di tipo animista. Consideravano ogni cosa abitata da qualche sorta di spirito. I Munshan erano soliti scusarsi con le pietre, prima di spostarle per farne ad esempio un muro. Usavano solo il legno di alberi morenti. Erano esclusivamente vegetariani.

Tutte caratteristiche che rendevano Gomho nervoso e insofferente.

Eppure quel giorno di primavera era nervoso per motivi assai diversi e complicati, che i Munshan non potevano capire. Uno dei motivi del suo nervosismo era la piccola bambina morente che aveva nel suo carretto. La piccina era ancora in fasce e non sapeva per quale strano impulso l’aveva portata con sé. Mentre tracannava il suo stesso vino, rimuginava furiosamente su come comportarsi in proposito. Era difficile inebriarsi con quel vino allungato sapientemente con fresca acqua di torrente. Del resto i Munshan non sembravano accorgersi del piccolo espediente dello gnomo, che pure sapeva, dall’alto della sua lunga vita, che ora le sue azioni gli si torcevano contro, rendendogli impossibile l’ubriacatura.

Ecco perché aveva preso la bimba. Lasciarla morire senza fare nulla sarebbe stato il modo migliore per farsi nemico il Fato. Ma anche prendersene cura sarebbe stata sventura certa. La bimba era umana, per di più, cosa che certamente portava guai. Come poteva fare per togliersi d’impaccio, senza che malasorte lo cogliesse?

E mentre raccontava le Guerre folli delle Razze, senza rendersene conto finì per raccontare di come avesse trovato quella carovana in fiamme. E quell’unica, piccola, superstite.

Fu Namiah la prima ad accorgersi di lei. Fu sufficiente un flebile gorgoglio, un piccolo lamento appena accennato. Smise di pettinare le sue nipotine, si alzò con solenne compostezza, e la prese fra le sue braccia. Un fagottino scuro, di dimensioni inusuali per un neonato. Eppure gli sembrò del tutto giusto e naturale. Aveva trovato la Sua Figlia.

Lo gnomo rimase in silenzio, come tutti quelli del villaggio, a fissare la bella Namiah. Nessuno sapeva bene cosa fare o cosa dire. Lo gnomo taceva ma sentiva, profondamente, di averla scampata ancora una volta. I Munshan tacevano perché quello era un evento insolito, cosa in generale spaventosa, per il quale non c’era un precedente che potesse fornir loro una frase utile al momento.

E fu Namiah la prima a parlare.

“Gomho, prenderò io la bimba umana, e sarà figlia mia e di Polemho, e si chiamerà Poisha. Le figlie di Pashima saranno le sue sorelle e tutti troveremo di nuovo un Posto, come doveva essere.”

A tutti parve una buona idea, e nessuno ebbe ad obiettare. Visibilmente rinfrancato lo gnomo raccontò una delle sue storie e la serata riprese come era cominciata, di nuovo serena, forse più felice di prima.

La bimba aveva sofferto, si vedeva e si percepiva. Ma Namiah aveva l’amore e le conoscenze utili a farla tornare rapidamente in salute.

E fu così, infatti.

Namiah
Namiah