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Equilibrium 2.7 – Compagnia d’Arme

Il sole picchiava duro quella mattina. Amberlan era incazzata come sempre, dall’inizio del viaggio.
La testa le pulsava come se quattro orchi invasati pestassero le loro mazze sulle sue tempie; i rumori che produceva quella spedizione di saltimbanchi era un fragore mostruoso e insopportabile.
Sputò l’ennesima volta a terra per togliersi dalla bocca il sapore del terriccio e l’odore ripugnante che era costretta a sopportare.
Quella specie di piccola gnometta sul carro la fissò ancora una volta con quei suoi ridicoli occhi viola, sproporzionatamente grandi, arricciando leggermente il labbruccio inferiore e aggrottando la fronte in segno di disapprovazione.
La mezz’elfa ghignò soddisfatta e sputò di nuovo, questa volta ostentatamente, sporgendosi da cavallo e lasciando colare lentamente la bava a terra, sicché Namiah distolse lo sguardo.

Se quelli erano mercanti, lei era una sacerdotessa della Luce. Amberlan aveva capito subito che c’era la fregatura. Troppi soldi per una spedizione facile erano sospetti, e lei sapeva che Zunnhar non si univa mai alle sue spedizioni se non per motivi “speciali”. Inoltre, restava oscuro in cosa commerciassero i due gnomi, visto che il carro portava solo provviste per la spedizione.
Certo, si era finalmente potuta comprare un arco decente, con l’anticipo, e frecce nuove ben equilibrate. Lo stupido mercante non si era neanche accorto che quella robba era di origine elfica. Amberlan fece un mezzo sorriso: aveva fatto proprio un ottimo affare.
Ma restava il fatto che la “signora” era parecchio diversa dal vecchiaccio che li aveva assoldati,  non era certa neanche di che razza fosse. Di sicuro tutta la storia era ben diversa da come la raccontavano.

Innervosita dall’ennesima puntura di insetti, sibiliò un’imprecazione particolarmente ricca e volgare, in elfico silvano. Lei trovava quella una lingua davvero perfetta per le bestemmie e gli improperi. La “gnometta” trasalì ancora, ed Amberlan ghignando ebbe la certezza che la strana fatina conoscesse l’elfico.

Namiah aveva voltato il capo, ed aveva affondato la fronte sulla spalla di Gromho.
Era aggrappata al braccio del vecchio gnomo con la forza della disperazione.
Era triste, preoccupata e disorientata.
Era triste perché la sua bambina le mancava in modo doloroso. Il solo pensiero della sua piccola le provocava una terribile stretta al cuore, un immediato affiorare di lacrime.
Era preoccupata perché si era affidata completamente al vecchio mercante ed ora si trovava circondata dagli Esterni, genti aliene e pericolose di cui non comprendeva le reali motivazioni e di cui comprendeva a fatica la rozza lingua.
Era disorientata perché da quando avevano lasciato la foresta gli Spiriti facevano fatica a farsi udire, quasi che fossero rimasti al bosco Malkath, abbandonando Namiah al Mondo Esterno da sola.

Seguivano la Grande Strada Settentrionale verso nord. Villon era particolarmente annoiato e cavalcava stravaccato sulla sella, percuotendosi distrattamente le spalle con un piccolo frustino, nel vano tentativo di allontanare gli insetti, fastidiosi piccoli compagni di viaggio che sembravano decisi a perseguitarli ancora a lungo. Sospirando pensava che usciti dalla bassa valle del “Piccolo villaggio”, forse le zanzare avrebbero dato loro un po’ di tregua. Fece un sorrisetto divertito alla mezz’elfa che imprecava, e fu ricambiato ancora una volta da uno sguardo assassino che trovava particolarmente eccitante. Villon aveva collezionato un certo numero di donne nella sua carriera di spadaccino di ventura, e la selvaggia mezz’elfa era decisamente un “modello” che mancava alla sua collezione. Volse il suo sguardo al cielo splendente dello stesso azzurro chiaro dei suoi occhi. Guardava curioso il gioco di quella specie di cornacchie che volteggiavano alte fra le nubi rarefatte.

Il vecchio Gromho faceva del suo meglio per rassicurare Namiah. Stavano seduti a cassetta del carro. Un grosso telo ricopriva i barili dell’acqua, le casse con la carne secca e tutte le altre masserizie dello gnomo e dei suoi mercenari. Certo ostentava sicurezza, ma non era certo di aver fatto un buon affare; e non faceva che gettare occhiatacce, di tanto in tanto da sopra la spalla, al mezz’orco che li seguiva con il suo cavallo a qualche metro di distanza.
Aveva dovuto disfarsi velocemente, a prezzo decisamente basso, delle sue merci. Era l’unico modo per avere abbastanza posto sul carro. Guardava preoccupato i suoi due vecchi pony, li davanti, e si domandava se avrebbero retto un così lungo viaggio con quel genere di carico, abituati come erano a portare vesti e tessuti o al massimo, per un breve tratto, qualche barile di vino.
Inoltre si domandava come i sui uomini avrebbero reagito alla notizia che in realtà il loro viaggio li avrebbe condotti verso il campo degli schiavisti, certo più a sud di Kolmiki, ma decisamente una destinazione meno “tranquilla” di quanto previsto per un viaggio di scorta ad un mercante ed alla sua giovane moglie.
Senza contare il fatto che si accompagnava a loro il Paladino Pazzo di Shalem, di cui aveva sentito raccontare a più riprese, in taverna, e di cui aveva riso assai alle battute, agli aneddoti, che aveva udito. Ancora cattiva sorte a compensare la sua leggerezza: ora se lo ritrovava a cavalcare a fianco. Il vecchio gnomo emise un sospiro sconsolato e rimise la pipa in bocca, cercando un po’ di conforto nel sapore speziato del tabacco.

Gromak non si accorse del sospiro, e tanto meno dell’occhiata che gli aveva gettato lo gnomo. Era completamente assorto, perché cercava invano un segno, un presagio, una indicazione circa il suo Destino e sugli Eventi che lo stavano trasportando in quel viaggio.
Indossava la pesante armatura dell’Ordine, di piastre e catena. Lo scudo con le effigi del Giglio Rosso e la Grande Spada, che lui riusciva a maneggiare con una sola mano, erano appesi ai lati della sella.
Certo, gli Dei avevano guidato le sue azioni fino a quel momento. Era partito dalla piccola cittadina corrotta, seguendo il Precetto del Vecchio Prelato, presentandosi a quell’individuo equivoco, Zunnhar. Era stato incerto ma presto si pentì di questa sua mancanza di Fede, quando due Segni chiari come il sole gli diedero fiducia.
Il primo Segno era che la Spedizione sarebbe partita immediatamente, dando modo a Gromok di evitare possibili conseguenze per aver seguito l’Ispirazione, avendo posto fine alle Sofferenze del suo Padre terreno.
E poi aveva avuto notizia che la sua missione sarebbe stata di scortare quella piccola gnoma con il suo marito. Il vecchio era un essere contorto che puzzava di compromesso e di peccato. Ma la giovane che lo accompagnava era talmente Pura e Retta che il Paladino ne fu colpito e quasi intimidito.
Ora si interrogava tuttavia attorno al senso di tutto questo e cercava invano il Vero Precetto, la sua Reale Missione, che gli Dei Comandavano.
Ma quella mattina erano avari di Ispirazione. Il Paladino della Luce cercava risposte a domande troppo complicate per lui.

Zunnhar fece un altro dei suoi ghigni grotteschi, ma in realtà si trattava di un sorriso affettuoso. La Mezz’elfa era vestita praticamente di stracci, si comportava come uno degli scaricatori del mercato, eppure sembrava lo stesso una bella ragazzina ribelle malvestita e fuori posto. Diede uno sguardo anche a Villon. Stava li con quel suo fare snob un po’ strafottente, che non aveva motivo o giustificazione visto che i suoi debiti erano ormai una delle favole da taverna del Piccolo Villaggio. Lo spadaccino mosse il capo nella sua direzione, fissando i suoi piccoli occhi bluastri verso di lui. Come se avesse “sentito” di essere osservato. Fece un cenno con il capo ed un mezzo sorriso.
Il mezz’orco scosse la testa osservando la perfetta piega dei suoi capelli ramati, dei suoi abiti. Come facesse quell’uomo dopo ore a cavallo, a sembrare sempre perfettamente in ordine e nemmeno sudato, restava un mistero.
Si aggiustò un po’ il suo vecchio corpetto di cuoio. Era parecchio che non lo trattava col grasso, era troppo duro e scomodo a portarsi. Accarezzò distrattamente la pesante mazza-ferrata, attaccata al suo cavallo.
Non l’avrebbe confessato neanche sotto tortura, eppure era preoccupato per i “suoi ragazzi” e per il suo vecchio mentore. Prima di partire aveva raccolto qualche voce, qualche informazione. Il fatto che non fosse venuto fuori nulla lo preoccupava ancora di più. Senza contare il fatto che era stato costretto a portarsi appresso il Bestione Pazzo, per compiacere L’Ordine dei Sacerdoti.
Si, non l’avrebbe mai confessato, ma quel vecchio grinzoso gnomo era quanto di più vicino ad un padre avesse mai avuto. Per la prima volta da tanto, tantissimo tempo, non era per i suoi affari personali che Zunnhar aveva deciso di unirsi alla spedizione. Non era per oscuri interessi o macchinazioni. Si era unito a quella strana spedizione perché non avrebbe permesso, in nessun caso e per nessuna ragione, che a Gromho succedesse qualcosa.
Fece un sospiro e volse il suo sguardo al cielo, seguendo per qualche attimo il gioioso gioco dei piccoli storni in volo.

La Carovana
La Carovana

Equilibrium – 2.4 – Zunnhar Arkbàh

Zunnhar era soprannominato Arkbàh, che vuol dire “il demente” nel linguaggio antico degli umani, oppure Koldht, che vuol dire lo stesso nella lingua degli orchi. Certo i mezz’orchi erano, per la maggior parte, abbastanza stupidi per il metro umano. E Zunnhar Arkbàh su questo pregiudizio contava molto. Perché in generale le persone pensavano lo stesso di lui, non conoscendolo. Era cosa molto utile, per un personaggio come Zunnhar, che lo si considerasse uno sciocco. Ma Gromho lo conosceva. E lo conosceva bene, da quando quel trovatello incredibilmente dotato, cresciuto negli orfanotrofi Imperiali di Karmas, era scappato al sud a soli nove anni per cercare “fortuna”.
Zunnhar non era un demente, e di sicuro non era neanche di un’intelligenza comune. Parlava correttamente e quasi senza accento sei lingue, conosceva molti segreti dell’alchimia ed era una persona decisamente influente a Shalem.
Aveva mani in pasta dappertutto, ed ottimi contatti nella Corporazione dei Mercanti.
Era Gromho, in effetti, il suo contatto.
Lo gnomo era quindi abbastanza scocciato della pantomima e sbottò seccato – … ora basta Zunnhar, usa una lingua civilizzata per gli dei! siamo solo io e te in questa camera, dannazione!
Il mezz’orco fece uno di quei suoi sorrisi che sembrano tanto dei ghigni contorti. Del resto i tratti del volto erano più simili ad un uomo preistorico, con una fronte sfuggente, la mascella grottescamente grande e quell’accenno di zanne al posto dei canini. La pelle leggermente verdognola conferiva all’insieme un aspetto inquietante.
Sorrise a Gromho, ma era anche sospettoso. Lo gnomo era un esperto Mercante, e non era da lui lasciar intendere in modo così evidente quanto avesse fretta e quanto gli stesse a cuore quella strana spedizione.
Il mezz’orco sospettava qualche strano inghippo. Era in debito con il piccoletto, e lui onorava sempre i suoi debiti ed era fermo nella sua parola. Doti che lo avevano aiutato assai nel farsi “strada” nella vita. Ma anche la sua paranoia latente era stata utile in numerose circostanza. Quindi cercava di soppesare con attenzione le vere ragioni del vecchio mentore.
Il mezzorco godeva certamente di altri contatti importanti in città. E neanche Gromho sapeva della sua posizione all’interno della Gilda degli Ladri. Ma l’appoggio dello gnomo presso i potenti Mercanti del Piccolo Villaggio si era rivelato assai utile, in molte circostanze, e non voleva di certo rinunciarci lasciandolo finir male in qualche guaio.
Come desideri – disse quindi nella lingua Imperiale comune – Non sia mai che mi si accusi di scortesia, e poi da un vecchio amico! Ma come ti dicevo, dovrai accontentarti di quello che ho “sotto mano”, visti i tempi da te richiesti. E non solo saremo pari con il nostro piccolo “sospeso”, ma sarai tu ora a dovermi un favore.
Gromho sapeva cosa stava cercando di fare il suo vecchio pupillo. Fece un sorrisetto divertito alla manovra del suo amico. Stava trattando e cercando di capire il margine di trattativa.
L’anziano gnomo aveva una pelle un po’ grinzosa, avvizzita per lo standard gnomico visto che conservano una pelle liscia e ben colorita anche oltre i duecento anni di età. Tuttavia quando sorrideva mostrava ancora denti bianchissimi e regolari, ed i piccoli occhi scuri leggermente a mandorla si illuminavano come quelli di un ragazzino.
Teneva ora in mano la sua pipa di legno ben mordicchiata, e con la sinistra si tormentava il piccolo pizzo bianco sul mento. Diede quindi un’arricciatina al suo nasone a patata, prese un’altra boccata dalla pipa di fumo speziato, e rispose con calma – No. Pagherò di tasca mia i mercenari che mi procuri. E mi fiderò di te su quello che hai trovato, visti i tempi brevi che hai avuto. E saremo pari con il tuo debito. Ma niente di più. Non è una trattativa, e sono stato onesto con te, ragazzo. Non si tratta di affari, è una questione di famiglia, e voglio sperare che tu non speculerai su questo… – calcò la frase “voglio sperare”, guardando dritto negli occhi gialli di Zunnhar. Il mezz’orco portava i capelli lunghi in tante piccole trecce scure, che tormentava sulla nuca quando era indeciso. Come fece adesso. No, non voleva taccheggiare il vecchietto. Ed avrebbe comunque pareggiato un favore senza rimetterci un soldo. Anzi avrebbe potuto sistemare alcune rogne. E forse farsi pagare anche una piccola “commissione”.
Bene allora. Dovrai versare il pagamento anticipato, che io tratterrò qui per intero. Per quanto concerne le condizioni accordate con loro, per la tua stessa sicurezza, i mercenari saranno pagati la metà prima di partire ed il resto al loro ritorno qui da me. Ti costeranno mille monete d’oro per ciascuno e le spese saranno comunque a tuo carico. Riconoscerai a me cinquecento monete di commissione e se accetti saranno pronti tutti domattina all’alba, come mi hai chiesto. Saranno al tuo servizio per massimo di un mese, e per non meno di due settimane. – tese la mano allo gnomo, perché entrambi sapevano che la parola era vincolante come un contratto e tanto sarebbe bastato: una stretta di mano.
Era stato il vecchio gnomo, molti anni fa, ad inculcare nel piccolo Zunnhar questo prezioso precetto.
Gromho fece un sospiro e si guardò pensieroso attorno, fissando poi lo sguardo su una delle travi in legno del soffitto.
Si trovavano nel salottino dell’abitazione del mezz’orco. Il camino accesso era l’unico elemento che ravvivasse un ambiente anonimo e piuttosto triste. Il “tono basso” era una delle regole che si era evidentemente dato, visto che la casetta in legno era una mezza catapecchia. L’arredamento povero della stanza non era di certo un segno delle ricchezze che il faccendiere aveva accumulato. Il vecchio gnomo era stato sì il mentore del ragazzo nei suoi primi anni nella cittadina di Shalem, ma non poteva darsi il merito di quei risultati. Il ragazzino era stato un allievo impressionante, attento, sveglio e soprattutto meticoloso. Doti che Gromho aveva sempre apprezzato ed in parte invidiato.
Sapeva delle ricchezze di Zunnhar in modo non approssimativo, visto che lui stesso aveva fatto in modo che fossero trasferite per la gran parte nella Banca Imperiale di Karmas.
Era quello il favore che ora avrebbe saldato con lui.
Inoltre ci avrebbe rimesso ben tremilacinquecento monete in oro.
Tanto per cominciare, visto che provviste e spese erano a suo carico.
Sospirò di nuovo fissando la mano tesa dell’amico.
Era in debito con la ragazzina, in debito con la madre adottiva e con i Munshan in generale. Non era stato sincero, aveva creduto di liberarsi del Fato scaricando le sue responsabilità su di loro ed ora doveva rimettere le cose a posto. Prima che peggiore Sfortuna lo raggiungesse.

Strinse la mano di Zunnhar, che fece un altro di quei suoi sorrisi-ghigno.

Zunnhar
Il piccolo Zunnhar "si arrangia" a Shalem

Equilibrium – 2.3 – Amberlan

Non era sorda. Ed in realtà non era davvero muta, ma come molti altri della sua Razza aveva grosse difficoltà nel parlare la lingua Imperiale Comune. E quando lo faceva, sembrava una poveretta che avesse in bocca un gomitolo di lana. Inoltre era dotata di una voce fioca, al punto da sembrare afona. Quindi non era muta, ma non parlava quasi mai.
E non era di certo sorda. Anzi, tutto il contrario. Aveva un udito talmente sensibile che il volo di un grosso calabrone era da lei percepito come il rumore prodotto dalla Macina del grano, quando ci ficchi la testa dentro. Un inferno da farti esplodere la testa.
Negli anni la mezz’elfa aveva sviluppato una certa abilità nel prodursi da sola vari rimedi e tappi speciali, di cera ed altre cose, che usava a seconda delle circostanze. Era l’unico espediente che le permetteva di non impazzire. E sempre attorno la sua testa portava una fascia di stoffa verde che le passava sopra le strane orecchie puntute.

A causa della sua menomazione era stata da subito una reietta. Rifiutati dagli Elfi, che consideravano la mescolanza del sangue e l’handicap fisico alla stregua di una maledizione divina.
Era stata allevata dai suoi genitori nel profondo dei boschi di Mashem a sud delle Terre di Nessuno, perché ai tempi della sua nascita gli Elfi erano invisi alla maggior parte delle altre Razze, e pochi facevano distinzione con i mezzosangue.
Immaginate una neonata che quando piange non si sente quasi, ma che il più infinitesimale rumore era equivalente all’esplosione di una bomba a pochi centimetri: c’era da sorprendersi che fosse sopravvissuta. Sopravvissuta a quello, ed a molte altre cose che avevano segnato i primi quaranta anni della sua vita.

Dagli Elfi aveva ereditato, oltre le orecchie a punta e la spiacevole mutazione uditiva, un aspetto giovanile che celava la sua reale età, facendola apparire meno che ventenne. Una specie di eterna adolescente. Cosa molto utile per una mercenaria prezzolata: che era costantemente sottovalutata dai suoi avversari.

Sicché inosservata cercava di passare ora nel mezzo della lunga fila all’ingresso orientale di Shalem. Alle orecchie i suoi tappi migliori, che la rendevano di fatto sorda, perché quel posto era di sicuro il più frastornante che conosceva. Si guardava attorno nervosamente, scacciando gli insetti che fastidiosi le si appiccicavano sul volto sudato, pregando dentro di se Madre Natura che le concedesse la grazia di una fila rapida. Il puzzo era davvero insopportabile. Puzzo di ogni genere di schifosa emissione umorale, di ogni schifosa e puzzolente Razza che i più schifosi e putridi buchi del Regno avessero vomitato.

Fece un sogghigno soddisfatta. Era sempre contenta quando riusciva a fare metafore sboccate e razziste. Sputò a terra, la bocca amara della polvere lorda di quelle schifose flatulenze che la circondavano. La fila comunque scorreva abbastanza. In fondo, vicino ai Cancelli della Porta, le guardie di Shalem facevano i controlli su tutti coloro che cercavano di entrare, sulle mercanzie e sui documenti. Negli ultimi tempi le entrate erano contingentate: troppa gente straniera e troppi episodi di violenza preoccupavano le autorità. Ma Amberlan aveva bisogno di lavoro, e solo a Shalem poteva trovare qualcuno che ingaggiasse una mercenaria mezz’elfa, senza fare troppe domande. E solo a Shalem il prezzo di Amberlan era contato a monete d’oro per ogni freccia del suo arco.

Diede un’occhiata alla sua deprimente cavalcatura, prima di strattonarla di nuovo per forzarla a camminare con lei, lungo l’antica strada lastricata. Una strada di grosse pietre squadrate segnate nei secoli da linee profonde, figlie di un incessante passare di carri.

La Grande Strada Orientale attraversava la piccola cittadina, nota un tempo con il nome imperiale di Nordak, “il presidio”. Shalem era il nome nella vecchia lingua degli Umani, che voleva dire “la corrotta”. Il nuovo nome era più appropriato, pensava sogghignando Amberlan.

Per ingannare il tempo si era sorpresa a contare le costole della sua cavalla, domandandosi se il suo stesso aspetto smagrito fosse poi tanto migliore. Batté il piede a terra stizzita. Questa volta Zunnhar avrebbe fatto bene a trovargli un lavoro decente, o sarebbe stato quella la sua ultima trattativa. Viscido mezz’orco bastardo…

La guardia al Cancello stava dicendo qualcosa che Amberlan non poteva sentire, ma lesse in parte le labbra ed estrasse soprappensiero i documenti, consegnandoli.
Dopo un rapido controlli alle sue cose, al suo zaino ed alle misere sacche del suo cavallo, la fecero passare. Lei era una Residente. Già. Appena entrata fu sorpresa di sentire quella vaga sensazione, remotamente simile al benessere, che gli procurava tornare a Shalem ogni volta. Alla fine quella cittadina schifosa e puzzolente era quanto di più simile ad una Patria la mezz’elfa avesse mai avuto.
Fece un sorriso triste scuotendo il capo, mentre conduceva la sua stanca cavalla verso la vicina taverna.

Un bimbetto di quattro forse cinque anni le tirò la casacca offrendosi di accudire Relia, la sua cavalcatura. Consegnò le redini e due pezzi di bronzo a Timmie, il figlio del Taverniere, arruffandone i capelli. Era improvvisamente di buonumore, perché sapeva che presto avrebbe mangiato. Ed erano due giorni che non mangiava.

Anche la taverna, a dire il vero, puzzava in modo nauseabondo. Ma fra il fumo del tabacco ed altre erbe che ne saturavano l’aria, il puzzo delle improbabili libagioni e della carne frolla, alla fine il complesso era un olezzo indefinibile che, per una persona affamata, risultava comunque sopportabile. Malgrado l’incredibile quantità di avventori composta da ogni sorta di esseri umanoidi, ad Amberlan quella Taverna apparve come l’oasi nel deserto.

Vide un tavolo libero, che le permetteva la schiena alla parete e la vista della porta, e se lo prese per se. Seduta fece un gesto alla ragazzina che serviva i tavoli, una dei numerosi figli di Urbor il Taverniere, unendo la punta delle dita a mezz’aria verso l’alto: aveva sete e voleva subito dell’acqua. Quando le portarono la brocca ed il boccale, afferrò il polso della ragazzina e fece un gesto con il mento, indicando l’arrosto “di qualcosa” che stava mangiando un mezz’orco al tavolo alla sua sinistra. La ragazzina un po’ spaventata fece cenno di si con la testa, e si allontanò veloce, strillata di continuo dal padre, che fece un cenno di saluto verso ma mezz’elfa e si esibì in un sorriso ripugnante, con i suoi denti guasti e irregolari.
Amberlan rimandò un cenno del capo. Sorseggiava dell’acqua che, meditava, era forse il prodotto di bava e secrezioni del taverniere, considerandone il sapore putrido.
Il suo sguardo fu attratto dalla ricca bacheca di messaggi e bandi che la taverna esponeva, come al solito, nella parete grande vicino al bancone.

Alzandosi lentamente si diresse al muro degli annunci, leggendone velocemente i nomi degli autori, finché lo sguardo non fu attratto da uno in particolare, firmato proprio da Zunnhar.

Il bastardo cercava di reclutare una scorta per una coppia di mercanti. Una cosa facile e ben pagata. Questo lavoro doveva essere suo. Il viscido fottuto imbroglione non l’avrebbe fregata ancora una volta, con un lavoro di merda.

Strappò il foglio dalla bacheca e se lo ficcò nella casacca ghignando. Il reclutamento era chiuso. Tornò a sedere al suo tavolo e divorò i resti puzzolenti di carne bruciacchiata che quell’umano repellente definiva arrosto.

Un altro lavoro ed Amberlan avrebbe finalmente lasciato la città.
Voleva la Capitale! La Bella e Preziosa Karmas, l’Antica Capitale dell’Impero.
Era ora di salire di livello, ed abbandonare la sua Patria Puzzolente. Questo pensava, mentre emetteva un rutto silenzioso a coronamento di un pasto lungamente atteso.

Amberlan a Shalem
Amberlan arriva a Shalem