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Equilibrium – 2.6 – violetta selvatica, violetta lunatica

Ci sono circa trecento categorie di sapori, che i Mushan hanno pazientemente catalogato.
Ad onor del vero, bisognerebbe specificare che molti di essi ritenevano possibile con buona approssimazione ricondurre tutti i sapori noti a non più di un centinaio.
Tutti loro erano del resto concordi nel riconoscere come dato oggettivo il punto che, in ogni caso, i sapori erano consistenti in non più di una trentina di famiglie, riconducendo ad esse ogni tipo di esperienza degustativa.
Beh, erano parecchie le teorie dei suoi piccoli amici che, in cuor suo, non riusciva a capire; questa cosa sui sapori ad esempio non poteva essere corretta: il sapore che permaneva nella bocca di Poisha era di certo al di fuori di tutte quelle loro strane categorie. Non era semplicemente orrendo per via dell’amarognolo sottofondo mentato; il bolo che si ritrovava a masticare era ricco di strani e pungenti fermenti, che le davano vertigine e forti contrazioni alle mucose del naso. Prese a sputare e a tossire quella schifezza, digrignando i denti ed ansimando come un animale ferito.

Ricordava vagamente quello che le era capitato, gran parte dei suoi ricordi aveva l’impressione che fossero in realtà frutto di vaneggiamenti e incubi scaturiti dalle droghe e dai maltrattamenti subiti. Si guardò nervosamente attorno, muovendo la testa a piccoli scatti in tutto simile ad un piccolo uccellino spaventato.

Era rannicchiata in un lettone morbido dal materasso alto e imbottito di grossi batuffoli di cotone, come si poteva capire dalla copiosa parte che da qualche lato era fuoriuscita al pavimento.
La coperta era calda e morbida, fatta in lana e composta di mille piccole pezzette, come tanti frammenti rubati a tanti diversi drappi colorati.
C’erano qui e là disegni di piccoli animali, alcuni solo parziali perché finivano in corrispondenza delle cuciture al pezzetto successivo.

Il letto era ospitato all’interno di un basso vano in legno, come a dire che il materasso era incastrato in una specie di vasca rettangolare, di questo leggermente più bassa. Dai vertici della base partivano delle piccole colonne, sempre in legno, intarsiate in modo fitto con strane e perfette fantasie di foglie e piante, tanto perfette che sembravano quasi esservi cresciute sopra e trasformatesi poi in legno a fondersi con la colnnina.

Le colonnine di legno sostenevano un baldacchino dello stesso materiale, anche questo era lavorato in modo tale da sembrare un tetto di grosse foglie.

Tutto d’attorno era un tendaggio di pizzi bianchi, che consentiva solo in parte di vedere attraverso di esso il resto della stanza.

Poisha mosse lentamente la tenda che copriva il lato lungo del letto, guardando quindi il luogo dove si ritrovava con un certo smarrimento e tuttavia curiosa di comprendere come era arrivata in quel posto e a chi appartenesse.

Anche il pavimento era composto interamente di tavole di legno, un legno chiaro e ricco di vortici e linee a comporre uno strano e complesso disegno; spesso sembrava che le tavole del pavimento fossero accostate le une alle altre, proprio in considerazione del tipo di linee che assieme componevano, attraverso i circoli dei propri anelli piuttosto che le piccole imperfezioni dei nodi.

Accanto al suo letto vi era una sedia in legno ma di fattura più comune, lavorata evidentemente a secchi colpi di spatola e non troppo rifinita lungo i bordi dello schienale e della seduta.
Sulla sedia stava una veste verde scura, con una mantellina marrone. Ai piedi della sedia vi erano dei piccoli stivali in pelle morbida, che i gambali erano afflosciati a terra.
Sopra quelle era anche tutto il resto … una sottoveste, una cinta, le braghette …

Vi era un piccolo armadio socchiuso, sempre in legno e sempre di fattura comune, lungo la parete più distante. La parete alla sua sinistra invece aveva una porta che, di nuovo, era lavorata in modo strano ed emozionante: anche qui sembrava essere stata ricoperta di arbusti e piante di ogni genere prima che questi fossero misteriosamente cambiati in legno.

Poisha diede un’occhiata a se stessa, e si accorse di essere nuda. Ebbe un momento di panico al ricordo dei suoi aguzzini, e cominciò a vestirsi rapida di quelle vesti che aveva trovato accanto a sé, scossa da un tremito incontrollato. Sentiva di nuovo la paura artigliarle lo stomaco.
Attraversò circospetta la porta della sua stanza, per ritrovarsi in uno stretto corridoio.
La casa sembrava interamente in legno. A sostegno di un tetto spiovente, come al soffitto della camera appena abbandonata, vi erano delle travi che attraversavano la volta del piccolo corridoio. A terra ancora le stesse tavole ed assi che aveva potuto osservare prima.
Alla sua sinistra vi era una piccola finestra, dalla quale entrava molta luce, più di quanto Poisha non gradisse in quel momento.
Le porte lungo il corridoio erano quattro in tutto, ed erano tutte simili a quella aperta, dalla quale era uscita lei.

Alla destra una piccola scala portava dabbasso, dove una voce dolce ma un po’ afona e stonata, canticchiava una sconosciuta ballata

“ … violetta selvatica, violetta lunatica,
dammi un assaggio del tuo profumo ,
lasciati cogliere ancora per oggi, violetta selvatica, vieni con me;
fuggiamo assieme al tramonto nei campi, fuggiamo verso vallate ridenti,
vieni come me fiorellino splendente, doniamoci ora, ora e per sempre ”

Senza riuscire a capire bene il perché, a Poisha scappò una risatina e si sentì tranquilla e di buon umore. Da sotto alla scala la voce che prima canticchiava si era interrotta e disse:
– ahhhh, piccola mia! si, si! vieni, splendida fanciulla, vieni che si, si c’è il tè ora! si, si! tè alla violetta con profumo di bosco, tè al dolce miele delle api di maggio… vieni bambina vieni, giù si, si! mangiamo il dolce alle noci, che c’è il tè ora si, si!

Poisha scese timidamente lungo la piccola scala di legno tenendosi al mancorrente, perché si sentiva ancora debole e un po’ stordita.
Non sapeva perché, ma no aveva paura ora. La curiosità era ora a dominarla e inoltre le veniva da ridacchiare, senza sapere perché.

La scaletta terminava in un ingressino, con la porta che doveva essere quella principale, visto che era un po’ più grande ed aveva due piccole finestrelle all’altezza della testa: una specie di oblò su ciascuna delle due ante, dai quali entrava una gran luce.
Questo ambiente divideva due stanze. Sulla destra quello che doveva essere il salotto, con un grosso tavolo ricavato dal tronco di un albero gigantesco, la forma a losanga pari a quasi tre metri di lunghezza. Anche le sedie intorno ad esso sembravano direttamente tratte da tronchi di albero, direttamente ricavate nella loro forma semicircolare.
La credenza ed il camino erano di aspetto più ordinario. La prima sembrava molto simile a quella che aveva avuto modo di vedere a casa della zia. Un mobile semplice e funzionale. E il camino era di mattoni rossi. Dal fumo che si produceva in quantità simile verso l’alto e verso l’interno, Poisha ritenne che non fosse di gran fattura. Alle pareti vi erano strani arazzi di colore bianco ed oro, i cui simboli ed i disegni in essi rappresentati erano al tempo stesso familiari e sconosciuti alla ragazza.

All’altro lato vi era la cucina, dove un vecchio umano vestito in una tonaca azzurro elettrico trafficava con il pentolame. Stava a piedi scalzi sul pavimento di legno irregolare, piedi gonfi di calli e un po’ ricurvi. Il colore acceso della veste, benché non fosse decisamente del gusto di Poisha, era affascinante e si sorprese a domandarsi come aveva ottenuto quel tono di azzurro. Le larghe maniche ricadevano al gomito, ogni volta che il vecchio alzava le braccia per prendere qualcosa dagli scaffali alti. Come le due tazze di terra cotta che evidentemente erano destinate ad ospitare il tè promesso. I capelli bianchi e lunghi erano raccolti in una unica treccia, che arrivava a metà della schiena. Il vecchio lanciò un sorriso aperto da sopra la spalla verso la ragazza, mostrando denti irregolari ed un canino in oro risplendente. Aveva un nasone aquilino, folte ciglia e barba parimenti bianca. Gli occhi erano di un azzurro chiaro ed intenso, quasi del colore del ghiaccio.
Ridacchiava, ora, mentre versava un liquido fumante di colore verdastro nelle tazze disposte accanto al fuoco. La zona della cucina era infatti costituita da un fornetto di una qualche tipo di argilla e di due piccoli fuochi, alimentati con un qualche liquido, che fungevano da fornelli. Poisha sapeva che era un liquido infiammabile, la fonte di quei focolari, perché aveva visto il vecchio versarne un poco, di quel liquido rosato, in un contenitore al di sotto di essi per rifornirli prima di accendere.

Poste le due tazze fumanti su di un piccolo vassoio in legno, assieme a piccoli biscotti dalla forma irregolare e tozza, si diresse verso la stanza accanto facendo un cenno sorridente alla ragazza. Il vecchio si muoveva con grazia imprevista, e fu quasi con una piccola piroetta che pose il vassoio sul tavolo, sedendo su di una sedia e barbugliando di nuovo il motivetto di prima, ma senza che le parole fossero davvero discernibili.

Poisha sedette di fronte al tè fumante ed ai biscotti, aggrottò le sopracciglia un paio di volte, gettò uno sguardo al vecchietto, e chiese incerta nella lingua Mushan:
– chi siete, Signore?
– intendi in senso assoluto, universale, o circostanziale? – disse il vecchietto con voce roca e con sorriso sornione, fissando il soffitto e ponendo la mano a mezz’aria, rivolta anch’essa verso l’alto, in un gesto teatrale che la ragazza trovava decisamente fuori luogo.
– … ma … non saprei… ma cosa vuol dire? – ribatté imbarazzata e confusa.
– vedi mia cara, la tua è una domanda generica e rispondere con precisione è complicato… in ogni caso è senza dubbio la domanda sbagliata…
– davvero? – ora lei si grattava il mento con la punta delle dita, e fissava seria il vecchio strambo – e quale sarebbe la giusta domanda, allora?!
– la giusta domanda, mia giovane apprendista, sarebbe stata “chi sono io, gentile signore?” – pronunziò la frase nel modo che aveva la mamma per sottolineare le parole importanti, mettendo accento su giovane apprendista.

E Poisha, per un motivo che non comprese in quel momento, ebbe la certezza che il vecchio avesse proprio ragione.

La casa nel bosco
La casa nel bosco

Equilibrium – 2.3 – Amberlan

Non era sorda. Ed in realtà non era davvero muta, ma come molti altri della sua Razza aveva grosse difficoltà nel parlare la lingua Imperiale Comune. E quando lo faceva, sembrava una poveretta che avesse in bocca un gomitolo di lana. Inoltre era dotata di una voce fioca, al punto da sembrare afona. Quindi non era muta, ma non parlava quasi mai.
E non era di certo sorda. Anzi, tutto il contrario. Aveva un udito talmente sensibile che il volo di un grosso calabrone era da lei percepito come il rumore prodotto dalla Macina del grano, quando ci ficchi la testa dentro. Un inferno da farti esplodere la testa.
Negli anni la mezz’elfa aveva sviluppato una certa abilità nel prodursi da sola vari rimedi e tappi speciali, di cera ed altre cose, che usava a seconda delle circostanze. Era l’unico espediente che le permetteva di non impazzire. E sempre attorno la sua testa portava una fascia di stoffa verde che le passava sopra le strane orecchie puntute.

A causa della sua menomazione era stata da subito una reietta. Rifiutati dagli Elfi, che consideravano la mescolanza del sangue e l’handicap fisico alla stregua di una maledizione divina.
Era stata allevata dai suoi genitori nel profondo dei boschi di Mashem a sud delle Terre di Nessuno, perché ai tempi della sua nascita gli Elfi erano invisi alla maggior parte delle altre Razze, e pochi facevano distinzione con i mezzosangue.
Immaginate una neonata che quando piange non si sente quasi, ma che il più infinitesimale rumore era equivalente all’esplosione di una bomba a pochi centimetri: c’era da sorprendersi che fosse sopravvissuta. Sopravvissuta a quello, ed a molte altre cose che avevano segnato i primi quaranta anni della sua vita.

Dagli Elfi aveva ereditato, oltre le orecchie a punta e la spiacevole mutazione uditiva, un aspetto giovanile che celava la sua reale età, facendola apparire meno che ventenne. Una specie di eterna adolescente. Cosa molto utile per una mercenaria prezzolata: che era costantemente sottovalutata dai suoi avversari.

Sicché inosservata cercava di passare ora nel mezzo della lunga fila all’ingresso orientale di Shalem. Alle orecchie i suoi tappi migliori, che la rendevano di fatto sorda, perché quel posto era di sicuro il più frastornante che conosceva. Si guardava attorno nervosamente, scacciando gli insetti che fastidiosi le si appiccicavano sul volto sudato, pregando dentro di se Madre Natura che le concedesse la grazia di una fila rapida. Il puzzo era davvero insopportabile. Puzzo di ogni genere di schifosa emissione umorale, di ogni schifosa e puzzolente Razza che i più schifosi e putridi buchi del Regno avessero vomitato.

Fece un sogghigno soddisfatta. Era sempre contenta quando riusciva a fare metafore sboccate e razziste. Sputò a terra, la bocca amara della polvere lorda di quelle schifose flatulenze che la circondavano. La fila comunque scorreva abbastanza. In fondo, vicino ai Cancelli della Porta, le guardie di Shalem facevano i controlli su tutti coloro che cercavano di entrare, sulle mercanzie e sui documenti. Negli ultimi tempi le entrate erano contingentate: troppa gente straniera e troppi episodi di violenza preoccupavano le autorità. Ma Amberlan aveva bisogno di lavoro, e solo a Shalem poteva trovare qualcuno che ingaggiasse una mercenaria mezz’elfa, senza fare troppe domande. E solo a Shalem il prezzo di Amberlan era contato a monete d’oro per ogni freccia del suo arco.

Diede un’occhiata alla sua deprimente cavalcatura, prima di strattonarla di nuovo per forzarla a camminare con lei, lungo l’antica strada lastricata. Una strada di grosse pietre squadrate segnate nei secoli da linee profonde, figlie di un incessante passare di carri.

La Grande Strada Orientale attraversava la piccola cittadina, nota un tempo con il nome imperiale di Nordak, “il presidio”. Shalem era il nome nella vecchia lingua degli Umani, che voleva dire “la corrotta”. Il nuovo nome era più appropriato, pensava sogghignando Amberlan.

Per ingannare il tempo si era sorpresa a contare le costole della sua cavalla, domandandosi se il suo stesso aspetto smagrito fosse poi tanto migliore. Batté il piede a terra stizzita. Questa volta Zunnhar avrebbe fatto bene a trovargli un lavoro decente, o sarebbe stato quella la sua ultima trattativa. Viscido mezz’orco bastardo…

La guardia al Cancello stava dicendo qualcosa che Amberlan non poteva sentire, ma lesse in parte le labbra ed estrasse soprappensiero i documenti, consegnandoli.
Dopo un rapido controlli alle sue cose, al suo zaino ed alle misere sacche del suo cavallo, la fecero passare. Lei era una Residente. Già. Appena entrata fu sorpresa di sentire quella vaga sensazione, remotamente simile al benessere, che gli procurava tornare a Shalem ogni volta. Alla fine quella cittadina schifosa e puzzolente era quanto di più simile ad una Patria la mezz’elfa avesse mai avuto.
Fece un sorriso triste scuotendo il capo, mentre conduceva la sua stanca cavalla verso la vicina taverna.

Un bimbetto di quattro forse cinque anni le tirò la casacca offrendosi di accudire Relia, la sua cavalcatura. Consegnò le redini e due pezzi di bronzo a Timmie, il figlio del Taverniere, arruffandone i capelli. Era improvvisamente di buonumore, perché sapeva che presto avrebbe mangiato. Ed erano due giorni che non mangiava.

Anche la taverna, a dire il vero, puzzava in modo nauseabondo. Ma fra il fumo del tabacco ed altre erbe che ne saturavano l’aria, il puzzo delle improbabili libagioni e della carne frolla, alla fine il complesso era un olezzo indefinibile che, per una persona affamata, risultava comunque sopportabile. Malgrado l’incredibile quantità di avventori composta da ogni sorta di esseri umanoidi, ad Amberlan quella Taverna apparve come l’oasi nel deserto.

Vide un tavolo libero, che le permetteva la schiena alla parete e la vista della porta, e se lo prese per se. Seduta fece un gesto alla ragazzina che serviva i tavoli, una dei numerosi figli di Urbor il Taverniere, unendo la punta delle dita a mezz’aria verso l’alto: aveva sete e voleva subito dell’acqua. Quando le portarono la brocca ed il boccale, afferrò il polso della ragazzina e fece un gesto con il mento, indicando l’arrosto “di qualcosa” che stava mangiando un mezz’orco al tavolo alla sua sinistra. La ragazzina un po’ spaventata fece cenno di si con la testa, e si allontanò veloce, strillata di continuo dal padre, che fece un cenno di saluto verso ma mezz’elfa e si esibì in un sorriso ripugnante, con i suoi denti guasti e irregolari.
Amberlan rimandò un cenno del capo. Sorseggiava dell’acqua che, meditava, era forse il prodotto di bava e secrezioni del taverniere, considerandone il sapore putrido.
Il suo sguardo fu attratto dalla ricca bacheca di messaggi e bandi che la taverna esponeva, come al solito, nella parete grande vicino al bancone.

Alzandosi lentamente si diresse al muro degli annunci, leggendone velocemente i nomi degli autori, finché lo sguardo non fu attratto da uno in particolare, firmato proprio da Zunnhar.

Il bastardo cercava di reclutare una scorta per una coppia di mercanti. Una cosa facile e ben pagata. Questo lavoro doveva essere suo. Il viscido fottuto imbroglione non l’avrebbe fregata ancora una volta, con un lavoro di merda.

Strappò il foglio dalla bacheca e se lo ficcò nella casacca ghignando. Il reclutamento era chiuso. Tornò a sedere al suo tavolo e divorò i resti puzzolenti di carne bruciacchiata che quell’umano repellente definiva arrosto.

Un altro lavoro ed Amberlan avrebbe finalmente lasciato la città.
Voleva la Capitale! La Bella e Preziosa Karmas, l’Antica Capitale dell’Impero.
Era ora di salire di livello, ed abbandonare la sua Patria Puzzolente. Questo pensava, mentre emetteva un rutto silenzioso a coronamento di un pasto lungamente atteso.

Amberlan a Shalem
Amberlan arriva a Shalem

Equilibrium – 1.6 – Umano

Un odore ripugnante ed attraente, allo stesso momento.

Sul bordo dello stagno stava un umano. Era un umano maschio, di certo, perché il nonno le aveva detto come erano fatti. Era alto più di lei, e questa cosa da sola la eccitava in modo incomprensibile. Aveva dei capelli lunghi e scuri, ma non erano come quelli di Poshia. Erano lisci e fini. E la sua pelle era di un colore rosa e rossiccio, che non conosceva. Lui sorrideva e lei fece una risatina nervosa che neanche capiva come le era uscita.

L’uomo dimostrava una trentina d’anni, ma la giovane figlia di Namiah non sapeva come misurare l’età degli uomini ed ai suoi occhi appariva come un umano di mezza età. I segni del tempo che l’umano portava sul volto, infatti, comparivano sul viso dei Munshan solo intorno molto dopo i cinquanta anni.

L’uomo vestiva con dei brutti stracci di una stoffa mai vista prima, più brutta di quella usata dal nonno. Aveva una cinta di una strana sostanza che ricordava la scorza di alcuni frutti, con un pezzo di ferro attaccato sul fianco che assomigliava ad un attizzatoio. Lei era stata attenta alle storie del nonno, e comprese che quella era una spada, come quella di cui le era stato narrato. Un’arma!

Aveva con se uno strano animale dal pelo grigiastro. Assomigliava ai cavallini nani del nonno, ma non era di quella specie. Poisha sorrise anche all’animale, questa volta con sincera amicizia, ed il mulo fece un cenno con il capo, visibilmente rinfrancato.

La povera bestia era ricoperta letteralmente di ogni sorta di masserizie, dalla natura misteriosa ed incomprensibile.

L’uomo ridacchiava e pronunciava parole incomprensibili in una lingua dal rumore bizzarro e fastidioso. Teneva un ramoscello spezzato per una estremità, con il quale aveva sollevato la veste di Poscia, abbandonata al bordo dello stagno prima di immergersi nelle acque.

La ragazza si sentì irritata da quel gesto. Era la sua veste! Ma poi rammentò che quella era una di quelle reazioni che dispiacevano alla mamma, e si rilassò. Con un cenno del capo ed un sorriso disse allo straniero che poteva prenderla, se gli piaceva tanto. Anche se era una di quelle dalle sfumature policrome, che tanto le piacevano.

Lui fece una faccia strana, corrucciò la fronte, e non sembrò aver capito nulla di quello che lei aveva detto. Si passò la lingua sulle labbra, mostrando denti giallastri e irregolari.
Un altro dettaglio che lei trovava ripugnante ed affascinante allo stesso tempo.
Si grattò un poco il grugno, quindi fece un ghigno strano e dicendo qualche altra frase in quella lingua dal rumore fastidioso, prese a spogliarsi delle vesti puzzolenti che indossava.

La vista dell’uomo nudo le fece un effetto nuovo e sorprendente, facendole salire uno strano calore alle gote ed una stretta allo stomaco. Inoltre sentiva quel fastidioso calore umido fra le gambe che sapeva l’avrebbe perseguitata per qualche tempo, se non l’avesse placato con le mani. Una cosa di cui si vergognava, perché le sue amichette sembravano essere immuni da quel tipo di sfasamenti biologici.

L’uomo entrò nelle acque dello stagno e lei lo guardava ora con diffidenza mentre si avvicinava. Era tutto così strano. Ma l’odore che mandava era allo stesso momento alieno ed inebriante, nauseante ed eccitante. La testa le girava. Non sapendo cosa dire o cosa fare, mandò ad un tratto uno spruzzo dritto su quel nasone a patata, ridendo.

Ne nacque una guerra di spruzzi che la fece eccitare e divertire, come non provava da tempo. Quando qualcosa di duro, e di caldo, la urtò fra le gambe lei dischiuse le labbra e sentì l’odore forte di vino liquoroso, di tabacco, ed il respiro caldo di un bacio le violò per la prima volta le labbra.

Fecero l’amore a lungo, molte volte.
Poisha aveva scoperto il sesso e ne era esaltata.

Bevvero quel vino liquoroso di cui il fiato dell’uomo era impastato, ne bevve lei molto fino a che non rimase a giacere tramortita sulle rive di quello stagno, tramortita dalle fatiche del sesso e stordita dai fumi dell’alcol. E cadde tramortita, incosciente, per le droghe che l’uomo le aveva somministrato, a sua insaputa, con il vino di cui lei aveva abusato.

Primo Bacio
Il Primo bacio