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Una Fine & un Nuovo Inizio

Cari Amici,
alla fine della scorsa estate è morto Drugo, il mio cane.
Molti di voi ancora non lo sapevano, ma è per questo che ho interrotto il mio viaggio in moto per l’Italia.
Mi scuso quindi con tutti quelli ai quali avevo promesso di passare.
Ci ho messo un po’ a digerire la cosa, sinceramente, ed è per questo che non ho più neanche scritto sul blog.
Inoltre quando è iniziato di nuovo il lavoro, a settembre, fra i mille soliti impegni… insomma, addio updates …

Ora però approfitto dei potenti mezzi di Google (ho spostato il mio server su una VM in Google Cloud Platform), avendo usato questo blog per fare alcune verifiche ed esperimenti tecnici, approfitto anche per ricominciare a scrivere. Con la solita cadenza decennale, eh, non vi preoccupate! 😉

Per intanto, ben ritrovati a tutti e ciao Drugo …

Equilibrium – 2.5 – La fortezza di Arkam

Immaginate. Oh, si, vi prego … immaginate!
Chiudete gli occhi, liberate la mente da ogni altro pensiero … e immaginate.

Immaginate un cielo cremisi di nuvole basse, un rosso intenso come il rosso del sangue … nuvole nere, lunghe, e sottili come artigli, che si stendono attraverso i picchi acuti di scure montagne vulcaniche, di roccia nerastra. Si, vi prego … chiudete gli occhi solo un momento e immaginate.

Se riuscite in questo potrete volare dall’alto attorno a quei picchi e, con la vostra mente, potrete vedere quello che i terribili e crudeli Draghi Rossi vedono.

Perché scura, invitta, salda e impenetrabile, della stessa pietra delle montagne ed in esse incastonata sta l’incredibile ed antichissima Fortezza di Arkam.
I mille fuochi che escono in lava fusa attorno ad essa creano una nebbia grigiastra e bollente, che si incontra e si fonde con le nuvole troppo basse per quelle incredibili montagne.
Se immaginate tutto questo, avrete solo una piccola porzione dell’emozione che una spettacolo simile genera in ogni essere vivente che abbia avuto la ventura di mirare dal vero quello spettacolo.

Le mura immense di nera pietra, a picco, che muoiono nei costoni di roccia.
I merli alti e squadrati, con piccole fessure a dividerli.
E’ sui quei picchi impossibili, dentro la Tetra Fortezza, che sono le Guardie Nere ed il loro terribile Comandante. Il Gran Sacerdote di Danath, il Dio della Morte.
Rinchiusi nella Fortezza, assediati dai Draghi, in volontario esilio nelle Nere Aul in attesa del ritorno del Prescelto, del loro Condottiero, del Gork.

E’ così che Gromho raccontava ai Mushan dei Monti Arkam e della misteriosa Fortezza in essi celata. La fantasia fervida dei suoi piccoli amici certo poteva molto, ma lo gnomo aveva davvero visto, con i suoi occhi, quei luoghi. Ci era stato oltre quaranta anni prima, in una disastrosa missione diplomatica. Era andato a parlamentare con il borioso ed arrogante Mathmak, già grande Sacerdote e Chierico di Corte, per cercare di recuperare senza esito lui e le sue Guardie Nere al giuramento dato all’Impero
E lui sapeva bene che nessuna fantasia, per quanto fervida, poteva davvero immaginare quel paesaggio alieno.

Ora vecchio, in tetra solitudine, consumato dal suo odio per le creature che camminano e strisciano sotto il cielo, Mathmak passava le sue giornate in ottuse meditazioni nel tentativo di recuperare a se l’antico Potere del Dio della Morte.

Ma lui non era il Prescelto, non era un Gork. Portava un titolo usurpato ed il suo potere era sparito con gli anni assieme alla sua salute. La mente contorta dall’odio e dall’invidia lo aveva reso ancora più crudele e le Guardie Nere negli anni si erano trasformate in tetri automi soggiogati da un oscuro Disegno, cristallizzati in un’attesa che era un Limbo. Essi non erano invecchiati, ma non erano neanche realmente vivi. Restavano sospesi a metà fra il nostro Piano di esistenza ed il misterioso Piano delle Ombre, in attesa del loro Messia.

Gli Umani e gli altri esseri che avevano avuto la sventura di servire nel Seguito del Chierico, ora nella Fortezza, negli anni, erano stati ugualmente corrotti. Da quel luogo e dal Potere Oscuro che Mathmak praticava. Avevano perduto la propria ragione, contorto il loro aspetto, ed erano ora i Servi dissennati del loro Signore che su di essi sfogava la sua frustrazione, il suo rancore, la sua crudeltà nera.

Eppure questo luogo di tormento e di follia, che sembrava essere sospeso in un tempo eterno ed esterno al Mondo, eppure questo luogo venne scosso.

Un giorno, come predetto, i Sigilli vennero infranti. Un Potere Antico venne richiamato e fu liberato, e le Guardie Nere interruppero il loro Sonno senza sogni.

I Luogotenenti si presentarono a Mathmak, che non poté negare loro quello che era accaduto. La Profezia era disvelata. Il Tempo era cominciato.
Le Guardie Nere lasciarono la Fortezza e i monti Arkam, alla ricerca del Nuovo Avvento.

Mathmak rimasto solo, contorto mostro morente, cieco di furia ed invidia, sentì il proprio potere lentamente ripristinarsi.
La Pazzia era alle porte, ma il Grande Sacerdote non avrebbe lasciato irriso il passo ad un nuovo Gork. Lui doveva essere il Prescelto.
Lui o nessun altro.
Chiamò a raccolta i suoi mostruosi Servitori, e prima di cedere la sua Anima e la sua residua Vita al Potere Oscuro disse:
– E’ tempo che io vi liberi, perché ora più Grande Servigio vi sarà richiesto.
E contravvenendo a tutti i precetti dei suoi Antichi Maestri, ruppe l’Equilibrio ed il Patto che tiene separato il nostro Mondo Materiale da quello Oscuro, delle Ombre, luogo di esseri innominabili che in tempi remoti vi furono imprigionati.

La Fortezza di Arkam
La Fortezza di Arkam

Equilibrium – 1.6 – Umano

Un odore ripugnante ed attraente, allo stesso momento.

Sul bordo dello stagno stava un umano. Era un umano maschio, di certo, perché il nonno le aveva detto come erano fatti. Era alto più di lei, e questa cosa da sola la eccitava in modo incomprensibile. Aveva dei capelli lunghi e scuri, ma non erano come quelli di Poshia. Erano lisci e fini. E la sua pelle era di un colore rosa e rossiccio, che non conosceva. Lui sorrideva e lei fece una risatina nervosa che neanche capiva come le era uscita.

L’uomo dimostrava una trentina d’anni, ma la giovane figlia di Namiah non sapeva come misurare l’età degli uomini ed ai suoi occhi appariva come un umano di mezza età. I segni del tempo che l’umano portava sul volto, infatti, comparivano sul viso dei Munshan solo intorno molto dopo i cinquanta anni.

L’uomo vestiva con dei brutti stracci di una stoffa mai vista prima, più brutta di quella usata dal nonno. Aveva una cinta di una strana sostanza che ricordava la scorza di alcuni frutti, con un pezzo di ferro attaccato sul fianco che assomigliava ad un attizzatoio. Lei era stata attenta alle storie del nonno, e comprese che quella era una spada, come quella di cui le era stato narrato. Un’arma!

Aveva con se uno strano animale dal pelo grigiastro. Assomigliava ai cavallini nani del nonno, ma non era di quella specie. Poisha sorrise anche all’animale, questa volta con sincera amicizia, ed il mulo fece un cenno con il capo, visibilmente rinfrancato.

La povera bestia era ricoperta letteralmente di ogni sorta di masserizie, dalla natura misteriosa ed incomprensibile.

L’uomo ridacchiava e pronunciava parole incomprensibili in una lingua dal rumore bizzarro e fastidioso. Teneva un ramoscello spezzato per una estremità, con il quale aveva sollevato la veste di Poscia, abbandonata al bordo dello stagno prima di immergersi nelle acque.

La ragazza si sentì irritata da quel gesto. Era la sua veste! Ma poi rammentò che quella era una di quelle reazioni che dispiacevano alla mamma, e si rilassò. Con un cenno del capo ed un sorriso disse allo straniero che poteva prenderla, se gli piaceva tanto. Anche se era una di quelle dalle sfumature policrome, che tanto le piacevano.

Lui fece una faccia strana, corrucciò la fronte, e non sembrò aver capito nulla di quello che lei aveva detto. Si passò la lingua sulle labbra, mostrando denti giallastri e irregolari.
Un altro dettaglio che lei trovava ripugnante ed affascinante allo stesso tempo.
Si grattò un poco il grugno, quindi fece un ghigno strano e dicendo qualche altra frase in quella lingua dal rumore fastidioso, prese a spogliarsi delle vesti puzzolenti che indossava.

La vista dell’uomo nudo le fece un effetto nuovo e sorprendente, facendole salire uno strano calore alle gote ed una stretta allo stomaco. Inoltre sentiva quel fastidioso calore umido fra le gambe che sapeva l’avrebbe perseguitata per qualche tempo, se non l’avesse placato con le mani. Una cosa di cui si vergognava, perché le sue amichette sembravano essere immuni da quel tipo di sfasamenti biologici.

L’uomo entrò nelle acque dello stagno e lei lo guardava ora con diffidenza mentre si avvicinava. Era tutto così strano. Ma l’odore che mandava era allo stesso momento alieno ed inebriante, nauseante ed eccitante. La testa le girava. Non sapendo cosa dire o cosa fare, mandò ad un tratto uno spruzzo dritto su quel nasone a patata, ridendo.

Ne nacque una guerra di spruzzi che la fece eccitare e divertire, come non provava da tempo. Quando qualcosa di duro, e di caldo, la urtò fra le gambe lei dischiuse le labbra e sentì l’odore forte di vino liquoroso, di tabacco, ed il respiro caldo di un bacio le violò per la prima volta le labbra.

Fecero l’amore a lungo, molte volte.
Poisha aveva scoperto il sesso e ne era esaltata.

Bevvero quel vino liquoroso di cui il fiato dell’uomo era impastato, ne bevve lei molto fino a che non rimase a giacere tramortita sulle rive di quello stagno, tramortita dalle fatiche del sesso e stordita dai fumi dell’alcol. E cadde tramortita, incosciente, per le droghe che l’uomo le aveva somministrato, a sua insaputa, con il vino di cui lei aveva abusato.

Primo Bacio
Il Primo bacio