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Equilibrium – 2.4 – Zunnhar Arkbàh

Zunnhar era soprannominato Arkbàh, che vuol dire “il demente” nel linguaggio antico degli umani, oppure Koldht, che vuol dire lo stesso nella lingua degli orchi. Certo i mezz’orchi erano, per la maggior parte, abbastanza stupidi per il metro umano. E Zunnhar Arkbàh su questo pregiudizio contava molto. Perché in generale le persone pensavano lo stesso di lui, non conoscendolo. Era cosa molto utile, per un personaggio come Zunnhar, che lo si considerasse uno sciocco. Ma Gromho lo conosceva. E lo conosceva bene, da quando quel trovatello incredibilmente dotato, cresciuto negli orfanotrofi Imperiali di Karmas, era scappato al sud a soli nove anni per cercare “fortuna”.
Zunnhar non era un demente, e di sicuro non era neanche di un’intelligenza comune. Parlava correttamente e quasi senza accento sei lingue, conosceva molti segreti dell’alchimia ed era una persona decisamente influente a Shalem.
Aveva mani in pasta dappertutto, ed ottimi contatti nella Corporazione dei Mercanti.
Era Gromho, in effetti, il suo contatto.
Lo gnomo era quindi abbastanza scocciato della pantomima e sbottò seccato – … ora basta Zunnhar, usa una lingua civilizzata per gli dei! siamo solo io e te in questa camera, dannazione!
Il mezz’orco fece uno di quei suoi sorrisi che sembrano tanto dei ghigni contorti. Del resto i tratti del volto erano più simili ad un uomo preistorico, con una fronte sfuggente, la mascella grottescamente grande e quell’accenno di zanne al posto dei canini. La pelle leggermente verdognola conferiva all’insieme un aspetto inquietante.
Sorrise a Gromho, ma era anche sospettoso. Lo gnomo era un esperto Mercante, e non era da lui lasciar intendere in modo così evidente quanto avesse fretta e quanto gli stesse a cuore quella strana spedizione.
Il mezz’orco sospettava qualche strano inghippo. Era in debito con il piccoletto, e lui onorava sempre i suoi debiti ed era fermo nella sua parola. Doti che lo avevano aiutato assai nel farsi “strada” nella vita. Ma anche la sua paranoia latente era stata utile in numerose circostanza. Quindi cercava di soppesare con attenzione le vere ragioni del vecchio mentore.
Il mezzorco godeva certamente di altri contatti importanti in città. E neanche Gromho sapeva della sua posizione all’interno della Gilda degli Ladri. Ma l’appoggio dello gnomo presso i potenti Mercanti del Piccolo Villaggio si era rivelato assai utile, in molte circostanze, e non voleva di certo rinunciarci lasciandolo finir male in qualche guaio.
Come desideri – disse quindi nella lingua Imperiale comune – Non sia mai che mi si accusi di scortesia, e poi da un vecchio amico! Ma come ti dicevo, dovrai accontentarti di quello che ho “sotto mano”, visti i tempi da te richiesti. E non solo saremo pari con il nostro piccolo “sospeso”, ma sarai tu ora a dovermi un favore.
Gromho sapeva cosa stava cercando di fare il suo vecchio pupillo. Fece un sorrisetto divertito alla manovra del suo amico. Stava trattando e cercando di capire il margine di trattativa.
L’anziano gnomo aveva una pelle un po’ grinzosa, avvizzita per lo standard gnomico visto che conservano una pelle liscia e ben colorita anche oltre i duecento anni di età. Tuttavia quando sorrideva mostrava ancora denti bianchissimi e regolari, ed i piccoli occhi scuri leggermente a mandorla si illuminavano come quelli di un ragazzino.
Teneva ora in mano la sua pipa di legno ben mordicchiata, e con la sinistra si tormentava il piccolo pizzo bianco sul mento. Diede quindi un’arricciatina al suo nasone a patata, prese un’altra boccata dalla pipa di fumo speziato, e rispose con calma – No. Pagherò di tasca mia i mercenari che mi procuri. E mi fiderò di te su quello che hai trovato, visti i tempi brevi che hai avuto. E saremo pari con il tuo debito. Ma niente di più. Non è una trattativa, e sono stato onesto con te, ragazzo. Non si tratta di affari, è una questione di famiglia, e voglio sperare che tu non speculerai su questo… – calcò la frase “voglio sperare”, guardando dritto negli occhi gialli di Zunnhar. Il mezz’orco portava i capelli lunghi in tante piccole trecce scure, che tormentava sulla nuca quando era indeciso. Come fece adesso. No, non voleva taccheggiare il vecchietto. Ed avrebbe comunque pareggiato un favore senza rimetterci un soldo. Anzi avrebbe potuto sistemare alcune rogne. E forse farsi pagare anche una piccola “commissione”.
Bene allora. Dovrai versare il pagamento anticipato, che io tratterrò qui per intero. Per quanto concerne le condizioni accordate con loro, per la tua stessa sicurezza, i mercenari saranno pagati la metà prima di partire ed il resto al loro ritorno qui da me. Ti costeranno mille monete d’oro per ciascuno e le spese saranno comunque a tuo carico. Riconoscerai a me cinquecento monete di commissione e se accetti saranno pronti tutti domattina all’alba, come mi hai chiesto. Saranno al tuo servizio per massimo di un mese, e per non meno di due settimane. – tese la mano allo gnomo, perché entrambi sapevano che la parola era vincolante come un contratto e tanto sarebbe bastato: una stretta di mano.
Era stato il vecchio gnomo, molti anni fa, ad inculcare nel piccolo Zunnhar questo prezioso precetto.
Gromho fece un sospiro e si guardò pensieroso attorno, fissando poi lo sguardo su una delle travi in legno del soffitto.
Si trovavano nel salottino dell’abitazione del mezz’orco. Il camino accesso era l’unico elemento che ravvivasse un ambiente anonimo e piuttosto triste. Il “tono basso” era una delle regole che si era evidentemente dato, visto che la casetta in legno era una mezza catapecchia. L’arredamento povero della stanza non era di certo un segno delle ricchezze che il faccendiere aveva accumulato. Il vecchio gnomo era stato sì il mentore del ragazzo nei suoi primi anni nella cittadina di Shalem, ma non poteva darsi il merito di quei risultati. Il ragazzino era stato un allievo impressionante, attento, sveglio e soprattutto meticoloso. Doti che Gromho aveva sempre apprezzato ed in parte invidiato.
Sapeva delle ricchezze di Zunnhar in modo non approssimativo, visto che lui stesso aveva fatto in modo che fossero trasferite per la gran parte nella Banca Imperiale di Karmas.
Era quello il favore che ora avrebbe saldato con lui.
Inoltre ci avrebbe rimesso ben tremilacinquecento monete in oro.
Tanto per cominciare, visto che provviste e spese erano a suo carico.
Sospirò di nuovo fissando la mano tesa dell’amico.
Era in debito con la ragazzina, in debito con la madre adottiva e con i Munshan in generale. Non era stato sincero, aveva creduto di liberarsi del Fato scaricando le sue responsabilità su di loro ed ora doveva rimettere le cose a posto. Prima che peggiore Sfortuna lo raggiungesse.

Strinse la mano di Zunnhar, che fece un altro di quei suoi sorrisi-ghigno.

Zunnhar
Il piccolo Zunnhar "si arrangia" a Shalem

Equilibrium – 2 – Debito di sangue

Gomho aveva quasi cinquecento anni. Che anche per un gnomo era un’età impressionante. Ne avrebbe vissuti circa quattrocento di meno se un Munshan di nome Namteh non gli avesse salvato la vita.
Era stato curato proprio li dove era seduto ora, nella casa di Namiah. Che era la pro pro nipote di Namteh.

“Tu non ti rendi conto di quello che chiedi, piccola…” – disse Gomho tossicchiando il fumo della sua pipa – “Il mondo Esterno è qualcosa che voi non potete immaginare, neanche lontanamente. Le storie che vi ho raccontato sono solo una piccola parte degli orrori e dei pericoli che ci aspettano, lo sai?!”
“E’ per questo che tu devi accompagnarmi, nonno” – rispose Nemiah con voce pacata, calcando però sulla parola ”nonno” – “La mia bambina è scomparsa ed io la devo ritrovare. Noi crediamo sia stata rapita, abbiamo trovato i segni vicino al suo stagno. Ho chiesto all’Acqua. Ti dico che l’hanno portata via”

Il vecchio gnomo cacciò un lungo sospiro. Anche lui lo sapeva. La piccola non se ne sarebbe mai scappata dalla sua mamma in quel modo. Ma se l’avevano presa i mercanti di schiave, non era sicuro che sarebbe stato bene sapere della sua fine, per la madre.

Prima che potesse parlare Nemiah pose con dolcezza un dito sulle labbra del vecchio – “Lei è viva. Io lo so. Ed è in pericolo. Ed è impaurita. Io la devo trovare. Noi la dobbiamo trovare. E dopo sarai libero da qualsiasi debito” – lo disse sorridendo dolcemente, ma calcando sulla parola ”dopo”.
Per un attimo Gromho vide negli occhi di Namiah gli occhi del suo antico amico. Sorrise divertito – “Non hai bisogno di usare i tuoi trucchi con me, piccola. Lo faccio perché voglio bene alla bambina e voglio bene a te. Questo dovresti saperlo” – disse, ghignando sornione.

Namiah abbassò lo sguardo, solo un attimo però – “Hai ragione, ma io sono una Madre, e sono disperata. E ho bisogno che tu mi aiuti. A qualunque costo, io devo andare.”
“E io ti aiuterò, dolce Namiah, e troveremo tua figlia Poisha. Ma dovremo fare a modo mio. Se davvero tieni a lei, tu dovrai fare esattamente quello che ti dico” – disse lo gnomo, puntandole minaccioso la pipa. Questa volta fu la Munshan a sorridere tristemente – “D’accordo nonno, faremo allora a modo tuo. Promesso.”

E fu dunque così che la strana coppia partì, il giorno dopo. Namiah era vestita con un abito per molti versi simile a quello del vecchio Gromho: una spessa tunica di lana grezza, in vivaci tonalità di rosso ed arancio. Imbacuccata in quella specie di sacco, la bella Munshan poteva passare per una giovane gnoma, cosa sulla quale il vecchio contava non poco.

Mentre si allontanavano dal villaggio di Shka, tutti gli abitanti si accalcavano per salutare la loro compaesana in partenza.
Era un evento traumatico. Neanche una settimana prima era scomparsa la piccola Poisha, che tutti ne sentivano fortemente la mancanza. Ed ora nuovi addii, e nuova mancanza.
Tutti volevano salutare, almeno dare una carezza. Qualcuno lanciava un bacio e molti fiori venivano gettati nella loro direzione.
Per la prima volta, a loro memoria, si vedeva un Munshan partire.
E per la prima volta nella storia del villaggio, la sera, nessuno aveva voglia di festeggiare intorno ai fuochi, o di raccontare una delle storie incredibili del vecchio amico gnomo.

Tutti gli Spiriti infatti protestavano la partenza della bella e dolce Namiah, molti arbusti cercarono addirittura di impedirne il viaggio. Il sentiero spariva in continuazione, facendo disperare lo gnomo e scavando un sorriso triste sul volto della donna.

Per la prima volta nel profondo bosco di Malkath, al villaggio di Shka, si conosceva la Tristezza. E tutti i Munshan si trovarono concordi nel giudicare che non era una bella cosa.

Eppure i due infine si allontanarono dalla piccola radura, dalle casette sugli alberi. Il vecchio sapeva che la donna era agitata, benché ostentasse la sua usuale calma e si teneva composta sul piccolo carro, aggrappata al bavero della casacca. Lei non aveva mai lasciato il suo bosco. Ma la sua bimba era stata rapita. Ed era successo qualcosa di brutto, lei lo sentiva. Doveva trovarla. E riportarla a casa.
Tornati al bosco, li tutto sarebbe tornato al suo posto.

“Come prima cosa” – disse il vecchio, tirando fuori il tabacco per ricaricare la pipa – “dobbiamo trovare un valido aiuto”
“Cosa?!” – disse la donna terrorizzata – “Vuoi assoldare un Esterno!?”
“Ascolta piccola” – lo gnomo sospirò – “potremmo avere bisogno di aiuto. Non sappiamo dove sia andata a finire mia nipote, ed avremo bisogno di un piccolo rinforzo, temo.”
Erano parole che la fecero preoccupare ancora di più, se possibile, tuttavia non poté fare a meno di fare anche un piccolo sorriso. Il vecchio aveva chiamato la piccola Poisha, per la prima volta, ”sua nipote”.
“E io so anche chi deve darmelo, questo aiuto” – ora lo gnomo stava sogghignando.
“A chi stai pensando, Gromho?”
“Ah …. hmm … un giovane amico, dal quale devo riscuotere un debito” – rispose ridacchiando.

Gli alberi trattengono Namiah
Il sentiero che cambia

Equilibrium – 1.7 – Fuoco e Terra

Era un orribile sogno, uno di quegli incubi che la mamma le scacciava con le sue Arti.
Per un tempo che le parve eterno, si trovò in uno stato di semicoscienza, caracollata sul povero mulo, aggiunta alle molte masserizie.

Era legata mani e piedi, ed era ricoperta di un telo puzzolente e ruvido, di colore marroncino, invece della sua bella veste colorata.

Aveva smarrito la nozione del tempo.
Fu forzata a bere e mangiare. Stordita e confusa, deglutì quanto le fu somministrato.
In un momento di lucidità si accorse che l’uomo la stava ancora possedendo. Ma lei non era bagnata, non era eccitata, e l’uomo le faceva male.
E lui rideva lo stesso, compiaciuto.

Poisha non capiva.
Perché le stava facendo questo? Dove si trovava? Dove erano diretti?

Le sembrava di vivere una di quelle storie spaventose che il nonno le raccontava di nascosto, e nello stato confusionale le sembrò di essere la sfortunata protagonista di una di quelle avventure.
Avventura che ora non trovava per nulla eccitante ma solo terribilmente spaventosa, raccapricciante.

Alla fine, lentamente, uscì da quello stato di allucinazione.
E non era più sola. Le orecchie le ronzavano, la testa dolente, piano piano riprese coscienza di sé e di quanto la circondava.

Era seduta ad un albero avvizzito, legata mani e piedi. I polsi e le caviglie le dolevano in modo pazzesco, e tutti gli arti sembravano essere morsi da mille piccoli insetti.
Si trovava in una piccola radura, con pochi alberi secchi, in un avvallamento fra due colline.
Non aveva mai visto un terreno così aperto, così privo di alberi attorno. Si sentì profondamente turbata ed una vertigine improvvisa le fece rimettere, fra colpi di tosse e convulsioni.

Respirando a fatica, si sforzò di mettere a fuoco la vista e di guardarsi meglio quanto le stava vicino.
Vi erano altre femmine legate, come lei. Erano quasi tutte umane, anche se solo altre due avevano la pelle scura come la sua.
Le maggior parte delle altre erano rosee o rossicce di pelle ed i loro capelli erano marroni.
Erano dodici in tutto.
Due di loro non erano umane, simili ai sui cari Munshan, ma avevano una statura che le avrebbe portate, erette, ad un’altezza eguale quasi a quella degli uomini.
E la loro pelle era di un tale pallore, che risplendevano anche nella residua luce crepuscolare. I capelli, infine, erano del colore dell’oro.

Una di queste fissava il vuoto. Quello sguardo vacuo era doloroso quanto i legacci che le segavano i polsi. L’altra era tenuta ferma vicino ad un grosso fuoco da due umani, mentre un terzo le stava addosso dimenandosi. La poverina sotto piangeva piano, singhiozzando sommessamente, quasi a non volersi far sentire dalle altre.

Gli uomini erano poco più che sagome, alla luce di quel fuoco, eppure poco discosto lei riconobbe il suo aguzzino.
Era li in piedi e guardava con il suo ghigno lo spettacolo della violenza.

Un sentimento di rabbia e di odio le esplose in testa, come non le era mai capitato.
Ebbe una fitta terrificante di dolore alle tempie, che quasi ne svenne.

Mentre lottava ansimando per restare cosciente, sentì una voce che pronunciava qualche parola nella brutta lingua degli uomini.
Era tuttavia una voce così suadente, pacata, da far sembrare anche la rozza lingua dei briganti un soave idioma.

Era della stessa strana razza, a cui apparteneva la donna violentata in terra.
Anche se le differenze nei lineamenti non erano mote, sapeva che era un maschio.
Era letteralmente ricoperto di metallo, di molti piccoli anelli di metallo.
La sua veste ne era costruita per intero, e ne aveva ricoperto anche il capo.
Sulle spalle aveva un lungo mantello di colore verde scuro ed impugnava una lunga spada, di un metallo bluastro.

Gli uomini del campo gli si lanciarono contro, grugnendo, afferrando quanto avevano a portata di mano.
Uno prese un grosso tizzone, mentre un altro un ferro per maneggiare il fuoco.
Il terzo sembrava preso dal recuperare le braghe alla cinta.
Ma lui, il suo aguzzino, il mostro, aveva una spada e lentamente girava intorno al fuoco, fissando lo straniero.

I primi due uomini caddero subito a terra, con un rantolo raccapricciante, tenendosi la gola. Il terzo tentò di sfuggire, ma cadde incespicando nelle braghe mezze calate, e fu trafitto nella nuca.

Ma il carceriere di Poisha aveva completato il suo strisciare attorno al fuoco, ed ora tentava di raggiungere il cavaliere alla schiena.
Poisha così parlò allo Spirito del Fuoco. Imprigionato dagli uomini nel campo, gli fu offerta Libertà e Vendetta.
Fornì al Fuoco il suo odio, la sua rabbia; tutto il suo dolore incontrollato lo diede in dono a quello Spirito, che se ne servisse.

Sentì il sapore del sangue nella gola, un dolore accecante nelle tempie, e poi infine il Fuoco rispose.
Una Fiamma, alimentata dall’odio, bianca per quanto intensa, eruttò da quella pira con tale forza da scagliare via per alcuni metri il brigante.
Il corpo fu avvolto in un fuoco inteso, che lo ridusse a cenere in pochi istanti.
La Fiamma venne quindi come risucchiata indietro, al grosso falò, e si trasformò in una colonna di fuoco, una spirale di fiamme avvolte su se stesse.

La colonna prese a crescere rapidamente di dimensioni, soprattutto in altezza.
La ragazza ne era rapita, ipnotizzata. Gli occhi sgranati, non riusciva ormai a capire se era lei che alimentava la fiamma, oppure era la fiamma che alimentava lei.
Si sentiva scorrere il Potere del Fuoco nelle vene, nel cervello, sulla pelle.
Sentiva il sospiro dello Spirito finalmente libero, selvaggio, violento, indomito ed indomabile.
Sentiva la sua Voce che le gridava tutta la Forza degli Elementi, tutta la libertà assoluta del Suo vigore.

E mentre stava per abbandonarsi a quelle sensazioni, all’esaltazione dell’essere liberi e selvaggi, tutto cessò di colpo.

Poche parole secche, pronunciate in una lingua sconosciuta, e la fiamma si spense.
Attorno a Poisha l’erba bruciava ancora; un fumo acre, accompagnato da un fetore terrificante, avvolgeva la piccola radura.
Il cavaliere pallido vestito di metallo, guardava con occhi sgranati la ragazza, la bocca semiaperta.
Puntava la sua spada verso di lei ma indietreggiava lentamente e mormorava di nuovo altre parole di quella lingua strana e musicale.

Il suo tono, ora, non era affatto pacato.
Lei riconosceva la paura dello straniero.
I suoi sensi erano amplificati e sentiva odori nuovi, che portavano nuovi significati.
Sensazioni nuove, che la inebriavano.

Guardava ora le sue corde.
Quelle fibre, che le stringevano polsi e le caviglie, erano costrette quanto lei. Fu facile indurle al allentare quella presa.
Ed i nodi si sciolsero.

Si alzò lentamente da terra, e si accorse che era nuda. La nausea l’assalì di nuovo, ebbe un conato e rimise, ancora tossendo, fra spasmi e dolori di testa.
Aveva fitte improvvise allo stomaco. Era sangue quello che tossiva.
Dolorante, confusa, si accorse di fissare le proprie mani: tremavano in modo incontrollato; tutto il corpo le doleva e le bruciava.

Ansimando si guardò attorno, cercando di mettere a fuoco la vista appananta.
Guardava le donne attorno, e qualcosa non andava: erano tutte immobili.
Tutte silenziose, ora. Tutte scure.
Erano tutti corpi carbonizzati.
Tutti.

Poisha urlò una volta. Due.
Con occhi che non vedevano, fissò di nuovo il cavaliere straniero.
Questi aveva nel mentre tracciato dei segni in terra, con la sua spada, e stava ancora parlando nella sua lingua incomprensibile.
Ma lei capiva lo stesso cosa voleva ottenere: lei sentiva che il cavaliere parlava allo Spirito della Terra.
Non ne capiva le parole, ma capiva le sue richieste.
Lo straniero voleva ucciderla; voleva usare lo Spirito della Terra contro di lei.

Si sentì improvvisamente triste, sola, spaurita, tradita.
Tradita, perché lo Spirito della Terra era il suo preferito.
Senza neanche accorgersene, si trovò a cantare allo Spirito della sua tristezza, il suo abbandono, la sua paura, la sua disperazione, la sua solitudine.

Poisha pianse, e quando alzò nuovamente lo sguardo il cavaliere straniero non c’era più.
Lì dove stavano lui ed i suoi strani segni nel terreno, c’era solo una pozza di fango rappreso.

Lo spirito del Fuoco liberato
Lo Spirito del Fuoco liberato

Riprendiamo con calma

Mi scuso con tutti quelli che stavano seguendo le puntate del romanzo, per la lunga latitanza.

Dopo le feste, ho avuto un riavvio di lavoro piuttosto intenso; eh… si sa che il lavoro abbrutisce, altro che nobilitare!
Cercherò ora di riprendere la revisione del romanzo e, soprattutto, di pubblicare più spesso le puntate.

Buona lettura a tutti.

Equilibrium – 1.6 – Umano

Un odore ripugnante ed attraente, allo stesso momento.

Sul bordo dello stagno stava un umano. Era un umano maschio, di certo, perché il nonno le aveva detto come erano fatti. Era alto più di lei, e questa cosa da sola la eccitava in modo incomprensibile. Aveva dei capelli lunghi e scuri, ma non erano come quelli di Poshia. Erano lisci e fini. E la sua pelle era di un colore rosa e rossiccio, che non conosceva. Lui sorrideva e lei fece una risatina nervosa che neanche capiva come le era uscita.

L’uomo dimostrava una trentina d’anni, ma la giovane figlia di Namiah non sapeva come misurare l’età degli uomini ed ai suoi occhi appariva come un umano di mezza età. I segni del tempo che l’umano portava sul volto, infatti, comparivano sul viso dei Munshan solo intorno molto dopo i cinquanta anni.

L’uomo vestiva con dei brutti stracci di una stoffa mai vista prima, più brutta di quella usata dal nonno. Aveva una cinta di una strana sostanza che ricordava la scorza di alcuni frutti, con un pezzo di ferro attaccato sul fianco che assomigliava ad un attizzatoio. Lei era stata attenta alle storie del nonno, e comprese che quella era una spada, come quella di cui le era stato narrato. Un’arma!

Aveva con se uno strano animale dal pelo grigiastro. Assomigliava ai cavallini nani del nonno, ma non era di quella specie. Poisha sorrise anche all’animale, questa volta con sincera amicizia, ed il mulo fece un cenno con il capo, visibilmente rinfrancato.

La povera bestia era ricoperta letteralmente di ogni sorta di masserizie, dalla natura misteriosa ed incomprensibile.

L’uomo ridacchiava e pronunciava parole incomprensibili in una lingua dal rumore bizzarro e fastidioso. Teneva un ramoscello spezzato per una estremità, con il quale aveva sollevato la veste di Poscia, abbandonata al bordo dello stagno prima di immergersi nelle acque.

La ragazza si sentì irritata da quel gesto. Era la sua veste! Ma poi rammentò che quella era una di quelle reazioni che dispiacevano alla mamma, e si rilassò. Con un cenno del capo ed un sorriso disse allo straniero che poteva prenderla, se gli piaceva tanto. Anche se era una di quelle dalle sfumature policrome, che tanto le piacevano.

Lui fece una faccia strana, corrucciò la fronte, e non sembrò aver capito nulla di quello che lei aveva detto. Si passò la lingua sulle labbra, mostrando denti giallastri e irregolari.
Un altro dettaglio che lei trovava ripugnante ed affascinante allo stesso tempo.
Si grattò un poco il grugno, quindi fece un ghigno strano e dicendo qualche altra frase in quella lingua dal rumore fastidioso, prese a spogliarsi delle vesti puzzolenti che indossava.

La vista dell’uomo nudo le fece un effetto nuovo e sorprendente, facendole salire uno strano calore alle gote ed una stretta allo stomaco. Inoltre sentiva quel fastidioso calore umido fra le gambe che sapeva l’avrebbe perseguitata per qualche tempo, se non l’avesse placato con le mani. Una cosa di cui si vergognava, perché le sue amichette sembravano essere immuni da quel tipo di sfasamenti biologici.

L’uomo entrò nelle acque dello stagno e lei lo guardava ora con diffidenza mentre si avvicinava. Era tutto così strano. Ma l’odore che mandava era allo stesso momento alieno ed inebriante, nauseante ed eccitante. La testa le girava. Non sapendo cosa dire o cosa fare, mandò ad un tratto uno spruzzo dritto su quel nasone a patata, ridendo.

Ne nacque una guerra di spruzzi che la fece eccitare e divertire, come non provava da tempo. Quando qualcosa di duro, e di caldo, la urtò fra le gambe lei dischiuse le labbra e sentì l’odore forte di vino liquoroso, di tabacco, ed il respiro caldo di un bacio le violò per la prima volta le labbra.

Fecero l’amore a lungo, molte volte.
Poisha aveva scoperto il sesso e ne era esaltata.

Bevvero quel vino liquoroso di cui il fiato dell’uomo era impastato, ne bevve lei molto fino a che non rimase a giacere tramortita sulle rive di quello stagno, tramortita dalle fatiche del sesso e stordita dai fumi dell’alcol. E cadde tramortita, incosciente, per le droghe che l’uomo le aveva somministrato, a sua insaputa, con il vino di cui lei aveva abusato.

Primo Bacio
Il Primo bacio