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Equilibrium – 2 – Debito di sangue

Gomho aveva quasi cinquecento anni. Che anche per un gnomo era un’età impressionante. Ne avrebbe vissuti circa quattrocento di meno se un Munshan di nome Namteh non gli avesse salvato la vita.
Era stato curato proprio li dove era seduto ora, nella casa di Namiah. Che era la pro pro nipote di Namteh.

“Tu non ti rendi conto di quello che chiedi, piccola…” – disse Gomho tossicchiando il fumo della sua pipa – “Il mondo Esterno è qualcosa che voi non potete immaginare, neanche lontanamente. Le storie che vi ho raccontato sono solo una piccola parte degli orrori e dei pericoli che ci aspettano, lo sai?!”
“E’ per questo che tu devi accompagnarmi, nonno” – rispose Nemiah con voce pacata, calcando però sulla parola ”nonno” – “La mia bambina è scomparsa ed io la devo ritrovare. Noi crediamo sia stata rapita, abbiamo trovato i segni vicino al suo stagno. Ho chiesto all’Acqua. Ti dico che l’hanno portata via”

Il vecchio gnomo cacciò un lungo sospiro. Anche lui lo sapeva. La piccola non se ne sarebbe mai scappata dalla sua mamma in quel modo. Ma se l’avevano presa i mercanti di schiave, non era sicuro che sarebbe stato bene sapere della sua fine, per la madre.

Prima che potesse parlare Nemiah pose con dolcezza un dito sulle labbra del vecchio – “Lei è viva. Io lo so. Ed è in pericolo. Ed è impaurita. Io la devo trovare. Noi la dobbiamo trovare. E dopo sarai libero da qualsiasi debito” – lo disse sorridendo dolcemente, ma calcando sulla parola ”dopo”.
Per un attimo Gromho vide negli occhi di Namiah gli occhi del suo antico amico. Sorrise divertito – “Non hai bisogno di usare i tuoi trucchi con me, piccola. Lo faccio perché voglio bene alla bambina e voglio bene a te. Questo dovresti saperlo” – disse, ghignando sornione.

Namiah abbassò lo sguardo, solo un attimo però – “Hai ragione, ma io sono una Madre, e sono disperata. E ho bisogno che tu mi aiuti. A qualunque costo, io devo andare.”
“E io ti aiuterò, dolce Namiah, e troveremo tua figlia Poisha. Ma dovremo fare a modo mio. Se davvero tieni a lei, tu dovrai fare esattamente quello che ti dico” – disse lo gnomo, puntandole minaccioso la pipa. Questa volta fu la Munshan a sorridere tristemente – “D’accordo nonno, faremo allora a modo tuo. Promesso.”

E fu dunque così che la strana coppia partì, il giorno dopo. Namiah era vestita con un abito per molti versi simile a quello del vecchio Gromho: una spessa tunica di lana grezza, in vivaci tonalità di rosso ed arancio. Imbacuccata in quella specie di sacco, la bella Munshan poteva passare per una giovane gnoma, cosa sulla quale il vecchio contava non poco.

Mentre si allontanavano dal villaggio di Shka, tutti gli abitanti si accalcavano per salutare la loro compaesana in partenza.
Era un evento traumatico. Neanche una settimana prima era scomparsa la piccola Poisha, che tutti ne sentivano fortemente la mancanza. Ed ora nuovi addii, e nuova mancanza.
Tutti volevano salutare, almeno dare una carezza. Qualcuno lanciava un bacio e molti fiori venivano gettati nella loro direzione.
Per la prima volta, a loro memoria, si vedeva un Munshan partire.
E per la prima volta nella storia del villaggio, la sera, nessuno aveva voglia di festeggiare intorno ai fuochi, o di raccontare una delle storie incredibili del vecchio amico gnomo.

Tutti gli Spiriti infatti protestavano la partenza della bella e dolce Namiah, molti arbusti cercarono addirittura di impedirne il viaggio. Il sentiero spariva in continuazione, facendo disperare lo gnomo e scavando un sorriso triste sul volto della donna.

Per la prima volta nel profondo bosco di Malkath, al villaggio di Shka, si conosceva la Tristezza. E tutti i Munshan si trovarono concordi nel giudicare che non era una bella cosa.

Eppure i due infine si allontanarono dalla piccola radura, dalle casette sugli alberi. Il vecchio sapeva che la donna era agitata, benché ostentasse la sua usuale calma e si teneva composta sul piccolo carro, aggrappata al bavero della casacca. Lei non aveva mai lasciato il suo bosco. Ma la sua bimba era stata rapita. Ed era successo qualcosa di brutto, lei lo sentiva. Doveva trovarla. E riportarla a casa.
Tornati al bosco, li tutto sarebbe tornato al suo posto.

“Come prima cosa” – disse il vecchio, tirando fuori il tabacco per ricaricare la pipa – “dobbiamo trovare un valido aiuto”
“Cosa?!” – disse la donna terrorizzata – “Vuoi assoldare un Esterno!?”
“Ascolta piccola” – lo gnomo sospirò – “potremmo avere bisogno di aiuto. Non sappiamo dove sia andata a finire mia nipote, ed avremo bisogno di un piccolo rinforzo, temo.”
Erano parole che la fecero preoccupare ancora di più, se possibile, tuttavia non poté fare a meno di fare anche un piccolo sorriso. Il vecchio aveva chiamato la piccola Poisha, per la prima volta, ”sua nipote”.
“E io so anche chi deve darmelo, questo aiuto” – ora lo gnomo stava sogghignando.
“A chi stai pensando, Gromho?”
“Ah …. hmm … un giovane amico, dal quale devo riscuotere un debito” – rispose ridacchiando.

Gli alberi trattengono Namiah
Il sentiero che cambia

Equilibrium – 1.4 – Poisha

Poisha cresceva. Era bella agli occhi dei Munshan, come un umano non potrebbe mai comprendere. A soli dieci anni era la femmina più corteggiata del villaggio, creando una gran confusione ed una grande agitazione per la sua mamma. Questo perché, a dieci anni, la piccola umana sembrava in altezza e curve una donna matura, per il metro Munshan. Anche se le similitudini erano davvero poche. Ma in primo luogo bisogna comprendere che tutti i Munshan avevano dei tratti delicati; la pelle di un colorito leggermente verdognolo, i loro occhi erano di colore blu, viola oppure verde e quasi tutti avevano i capelli color del miele, con qualche rara eccezione di capelli color turchese. Le loro orecchie erano leggermente a punta e le femmine erano difficilmente distinguibili dai maschi, per chi non fosse della stessa loro specie. In generale, erano tutti molto simili gli uni con gli altri.
Sicché il loro metro di bellezza risiedeva proprio nelle ricerca della diversità. Il fatto che fossero quasi del tutto simili fra loro, rendeva la ricerca maniacale del particolare di differenza quello sul quale generazioni di amanti avevano investito fiumi di parole in poesia, canti, ballate.

Poisha aveva tratti marcati e la pelle di colore dell’ebano. Aveva occhi, e capelli, scuri come la notte senza stelle. E quando sorrideva, illuminava chi gli stava accanto come la luce di cento torce.

Era cresciuta forte, e robusta, come nessuno degli altri bambini del villaggio avrebbe mai potuto essere. E nessuno osava sfidarla in giochi che comportassero l’uso della forza.

Già da qualche anno Namiah aveva rinunciato a spazzolarle i capelli, che non si lasciavano domare come quelli delle sue nipotine. Sicché la mamma di Poisha, ogni sera, ne faceva mille piccole treccine con i fiori del bosco, e Poisha sempre profumava come la primavera, tanto amata dagli abitanti di Shka.

Namiah comprese presto che la sua bambina aveva una buona predisposizione per comprendere il linguaggio degli Spiriti che albergano le Cose, e trasmise presto le sue conoscenze alla piccola.

Insegnò con pazienza ed amore a Poisha come sedurre il Fuoco, piegare al proprio volere la Terra, giocare con l’Aria e stringere amicizia con l’Acqua. Spiegò che ogni richiesta alla Natura richiedeva qualcosa in cambio, e si spese nell’inculcare alla bimba che ogni azione compiuta porta sempre un costo ed una conseguenza, necessari a mantenere l’Equilibrio.

Gomho quando veniva al villaggio, soprattutto nei cambi di stagione, portava sempre qualche regalino speciale, di nascosto, alla “sua piccina”. Namiah lo sapeva, ma faceva finta di niente, perché evidentemente lo gnomo si vergognava di quel sentimento di affetto paterno. Poisha chiamava Gomho nonno, il quale dava pubblicamente segni di fastidio per quel tipo di “smancerie”. Tuttavia da quando la bimba era stata consegnata a Namiah, le sue visite non erano più tanto rade.

Al compimento del suo tredicesimo anno, fu Gomho a rassicurare la piccola e la mamma su quanto era accaduto circa le perdite di sangue della piccina, spiegando che era del tutto normale per gli umani e che indicava l’ingresso della piccola nella maggiore età.

Quell’anno, cominciarono anche altre cose…

Il lago di Malkath
Il lago di Malkath

Equilibrium – 1.2 – Non umani

Il profumo dell’aria di primavera è un profumo speciale. Si dice che solo i giovani lo avvertano… indipendentemente dall’età.

Si racconta che solo le persone allegre e felici ne conoscano la speciale fragranza, indipendentemente da dove si trovino.

Il villaggio di Shka era pieno di questi giovani felici, e davvero tutti sembravano godere di questa fragranza, nuova ogni anno. Definirlo villaggio era eccessivo, forse, per un piccolo gruppetto di casine in legno. Casine povere, strette attorno a quella piccola radura del bosco di Malkath. Strette come lo era quella comunità, quella famiglia. Erano felici di vivere liberi e, per quanto possibile, prosperare dei frutti che la generosa natura del bosco elargiva. Sopravvivevano per lo più per mezzo dei piccoli orti che coltivavano sparsi qui e là, nella parte meno fitta del bosco. E commerciando le proprie stoffe.

Erano molto abili nel ricavare una stoffa morbida, fresca e lucente, dalla bava di alcuni insetti. In vero, allevavano con grande attenzione e pazienza questi strani cosini, che fra le altre cose secernevano una specie di viscoso muco utile a curare alcune malattie.

La raffinazione di queste stoffe era un lavoro lungo e complicato, che non ne consentiva una grande produzione.

In realtà, barattavano le stoffe solo per quanto di necessario e, da sempre, con lo stesso mercante. Era questi uno gnomo raggrinzito, la cui reale età davvero rappresentava uno dei misteri più discussi del villaggio. Anche i più vecchi ricordavano Gomho, già incartapecorito, quando loro erano appena ragazzetti.

Eppure era Gomho che, quando veniva al cambio della stagione, portava le storie più strane ed i racconti più belli. Era lui che raccontava del mondo fuori dal bosco, fuori dal villaggio. Erano strane storie di vite complicate e di grandi battaglie, di violenza, morte, di amori e speranze. Di malvagi e di giusti, di buoni e cattivi.

Storie che agli abitanti di Shka piaceva raccontare mille volte attorno ai fuochi. Le trovavano eccitanti e stravaganti. Perché nessuno di loro, per quanto si appassionasse a queste storie, avrebbe mai barattato la propria vita con uno di quegli astrusi racconti. Erano appunto delle storie, ed erano tutti nascostamente consapevoli della loro fortuna nel godere del racconto senza tuttavia pagarne le traversie di averle sul proprio vissuto.

Il vecchio gnomo si faceva ogni volta pregare, a lungo, prima di iniziare. Biascicava lentamente le frasi, con fatica, con la sua voce roca e stentorea. Il fumo della sua pipa era sgradevole, come l’odore in generale dei suoi animali e delle sue vesti. Eppure tutti lo sopportavano ben volentieri quando, fra un colpo di tosse e l’altro, faceva brillare gli occhi ai più giovani raccontando la furia dei Draghi e le gesta dei Cavalieri.

Quando raccontava le sue storie, ci si raggruppava al fuoco grande, nel centro della raduretta del villaggio. Tutti intorno, e lo gnomo si appollaiava sempre su uno dei barili del vino. Allungava di tanto in tanto la caraffa al nasello di una botte vicina, prendendosi una percentuale indietro della merce consegnata. Era il pagamento per il suo intrattenimento da bardo per tutto il villaggio, così lo considerava Gomho.

Gli altri non bevevano, ma stavano tutti li ad ascoltare con gli occhioni sgranati e luminosi, sorridendo prima ancora che lui cominciasse.

Namiah non aveva avuto figli. Polemho era morto poco dopo che avevano deciso di unirsi, e lei non aveva voluto altri. Era morto in modo imprevisto e per certi versi ingiusto, tradito da un albero malato che era crollato al suolo in modo inaspettato. E tutti rispettavano questo suo amore e questa sua scelta.

Quando Gomho raccontava le sue storie, a Namiah piaceva sedersi vicino alle figlie di Pashima, la sorella di Polemho. Con dolcezza, delicatamente e lentamente, spazzolava i capelli di miele delle piccole. Pashima la lasciava fare perché Namiah era stata l’amore di Polemho, e quell’amore non poteva andare sprecato. Namiah del resto amava le piccole nipotine come figlie sue. Anche se non lo erano. Ed un poco di tristezza, solo per un minuto, sfiorava il suo bel visino prima che la sera si ritirasse nella sua casetta di legno, sola, in cima agli alberi di Malkath.

Il piccolo villaggio di Shka era fatto di casette in legno, intorno ad una piccola radura nel bosco. Piccole casette in cima agli alberi.
E gli abitanti di Shka sembravano tutti adolescenti felici, e non desideravano altro che vivere il quei luoghi.

Perché non erano umani.

Alberi di Malkath
Alberi di Malkath