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Equilibrium – 2.3 – Amberlan

Non era sorda. Ed in realtà non era davvero muta, ma come molti altri della sua Razza aveva grosse difficoltà nel parlare la lingua Imperiale Comune. E quando lo faceva, sembrava una poveretta che avesse in bocca un gomitolo di lana. Inoltre era dotata di una voce fioca, al punto da sembrare afona. Quindi non era muta, ma non parlava quasi mai.
E non era di certo sorda. Anzi, tutto il contrario. Aveva un udito talmente sensibile che il volo di un grosso calabrone era da lei percepito come il rumore prodotto dalla Macina del grano, quando ci ficchi la testa dentro. Un inferno da farti esplodere la testa.
Negli anni la mezz’elfa aveva sviluppato una certa abilità nel prodursi da sola vari rimedi e tappi speciali, di cera ed altre cose, che usava a seconda delle circostanze. Era l’unico espediente che le permetteva di non impazzire. E sempre attorno la sua testa portava una fascia di stoffa verde che le passava sopra le strane orecchie puntute.

A causa della sua menomazione era stata da subito una reietta. Rifiutati dagli Elfi, che consideravano la mescolanza del sangue e l’handicap fisico alla stregua di una maledizione divina.
Era stata allevata dai suoi genitori nel profondo dei boschi di Mashem a sud delle Terre di Nessuno, perché ai tempi della sua nascita gli Elfi erano invisi alla maggior parte delle altre Razze, e pochi facevano distinzione con i mezzosangue.
Immaginate una neonata che quando piange non si sente quasi, ma che il più infinitesimale rumore era equivalente all’esplosione di una bomba a pochi centimetri: c’era da sorprendersi che fosse sopravvissuta. Sopravvissuta a quello, ed a molte altre cose che avevano segnato i primi quaranta anni della sua vita.

Dagli Elfi aveva ereditato, oltre le orecchie a punta e la spiacevole mutazione uditiva, un aspetto giovanile che celava la sua reale età, facendola apparire meno che ventenne. Una specie di eterna adolescente. Cosa molto utile per una mercenaria prezzolata: che era costantemente sottovalutata dai suoi avversari.

Sicché inosservata cercava di passare ora nel mezzo della lunga fila all’ingresso orientale di Shalem. Alle orecchie i suoi tappi migliori, che la rendevano di fatto sorda, perché quel posto era di sicuro il più frastornante che conosceva. Si guardava attorno nervosamente, scacciando gli insetti che fastidiosi le si appiccicavano sul volto sudato, pregando dentro di se Madre Natura che le concedesse la grazia di una fila rapida. Il puzzo era davvero insopportabile. Puzzo di ogni genere di schifosa emissione umorale, di ogni schifosa e puzzolente Razza che i più schifosi e putridi buchi del Regno avessero vomitato.

Fece un sogghigno soddisfatta. Era sempre contenta quando riusciva a fare metafore sboccate e razziste. Sputò a terra, la bocca amara della polvere lorda di quelle schifose flatulenze che la circondavano. La fila comunque scorreva abbastanza. In fondo, vicino ai Cancelli della Porta, le guardie di Shalem facevano i controlli su tutti coloro che cercavano di entrare, sulle mercanzie e sui documenti. Negli ultimi tempi le entrate erano contingentate: troppa gente straniera e troppi episodi di violenza preoccupavano le autorità. Ma Amberlan aveva bisogno di lavoro, e solo a Shalem poteva trovare qualcuno che ingaggiasse una mercenaria mezz’elfa, senza fare troppe domande. E solo a Shalem il prezzo di Amberlan era contato a monete d’oro per ogni freccia del suo arco.

Diede un’occhiata alla sua deprimente cavalcatura, prima di strattonarla di nuovo per forzarla a camminare con lei, lungo l’antica strada lastricata. Una strada di grosse pietre squadrate segnate nei secoli da linee profonde, figlie di un incessante passare di carri.

La Grande Strada Orientale attraversava la piccola cittadina, nota un tempo con il nome imperiale di Nordak, “il presidio”. Shalem era il nome nella vecchia lingua degli Umani, che voleva dire “la corrotta”. Il nuovo nome era più appropriato, pensava sogghignando Amberlan.

Per ingannare il tempo si era sorpresa a contare le costole della sua cavalla, domandandosi se il suo stesso aspetto smagrito fosse poi tanto migliore. Batté il piede a terra stizzita. Questa volta Zunnhar avrebbe fatto bene a trovargli un lavoro decente, o sarebbe stato quella la sua ultima trattativa. Viscido mezz’orco bastardo…

La guardia al Cancello stava dicendo qualcosa che Amberlan non poteva sentire, ma lesse in parte le labbra ed estrasse soprappensiero i documenti, consegnandoli.
Dopo un rapido controlli alle sue cose, al suo zaino ed alle misere sacche del suo cavallo, la fecero passare. Lei era una Residente. Già. Appena entrata fu sorpresa di sentire quella vaga sensazione, remotamente simile al benessere, che gli procurava tornare a Shalem ogni volta. Alla fine quella cittadina schifosa e puzzolente era quanto di più simile ad una Patria la mezz’elfa avesse mai avuto.
Fece un sorriso triste scuotendo il capo, mentre conduceva la sua stanca cavalla verso la vicina taverna.

Un bimbetto di quattro forse cinque anni le tirò la casacca offrendosi di accudire Relia, la sua cavalcatura. Consegnò le redini e due pezzi di bronzo a Timmie, il figlio del Taverniere, arruffandone i capelli. Era improvvisamente di buonumore, perché sapeva che presto avrebbe mangiato. Ed erano due giorni che non mangiava.

Anche la taverna, a dire il vero, puzzava in modo nauseabondo. Ma fra il fumo del tabacco ed altre erbe che ne saturavano l’aria, il puzzo delle improbabili libagioni e della carne frolla, alla fine il complesso era un olezzo indefinibile che, per una persona affamata, risultava comunque sopportabile. Malgrado l’incredibile quantità di avventori composta da ogni sorta di esseri umanoidi, ad Amberlan quella Taverna apparve come l’oasi nel deserto.

Vide un tavolo libero, che le permetteva la schiena alla parete e la vista della porta, e se lo prese per se. Seduta fece un gesto alla ragazzina che serviva i tavoli, una dei numerosi figli di Urbor il Taverniere, unendo la punta delle dita a mezz’aria verso l’alto: aveva sete e voleva subito dell’acqua. Quando le portarono la brocca ed il boccale, afferrò il polso della ragazzina e fece un gesto con il mento, indicando l’arrosto “di qualcosa” che stava mangiando un mezz’orco al tavolo alla sua sinistra. La ragazzina un po’ spaventata fece cenno di si con la testa, e si allontanò veloce, strillata di continuo dal padre, che fece un cenno di saluto verso ma mezz’elfa e si esibì in un sorriso ripugnante, con i suoi denti guasti e irregolari.
Amberlan rimandò un cenno del capo. Sorseggiava dell’acqua che, meditava, era forse il prodotto di bava e secrezioni del taverniere, considerandone il sapore putrido.
Il suo sguardo fu attratto dalla ricca bacheca di messaggi e bandi che la taverna esponeva, come al solito, nella parete grande vicino al bancone.

Alzandosi lentamente si diresse al muro degli annunci, leggendone velocemente i nomi degli autori, finché lo sguardo non fu attratto da uno in particolare, firmato proprio da Zunnhar.

Il bastardo cercava di reclutare una scorta per una coppia di mercanti. Una cosa facile e ben pagata. Questo lavoro doveva essere suo. Il viscido fottuto imbroglione non l’avrebbe fregata ancora una volta, con un lavoro di merda.

Strappò il foglio dalla bacheca e se lo ficcò nella casacca ghignando. Il reclutamento era chiuso. Tornò a sedere al suo tavolo e divorò i resti puzzolenti di carne bruciacchiata che quell’umano repellente definiva arrosto.

Un altro lavoro ed Amberlan avrebbe finalmente lasciato la città.
Voleva la Capitale! La Bella e Preziosa Karmas, l’Antica Capitale dell’Impero.
Era ora di salire di livello, ed abbandonare la sua Patria Puzzolente. Questo pensava, mentre emetteva un rutto silenzioso a coronamento di un pasto lungamente atteso.

Amberlan a Shalem
Amberlan arriva a Shalem

Equilibrium – 2.2 – Gromak

Shalem, il Piccolo Villaggio, il Crocevia del Commercio.
Shalem, Nordak, e tanti altri nomi ancora per il Piccolo Villaggio che divenne presto una piccola cittadina, al crocevia delle due più importanti arterie Imperiali.

Nelle radure a nord del fiume Delmian, quando l’Impero pose in costruzione le antiche strade che percorrono le Terre, da sud a nord e da est ad ovest.
A quei tempi il fiume fu deviato e presto le terre che circondavano il villaggio furono aride, e la pianura verdeggiante divenne una tavola impolverata.

Ora, non c’è nulla se non il commercio che ne giustifica l’esistenza.

A Shalem tutto è in vendita e tutto si può comprare. Per i suoi vicoli polverosi ogni genere di affari è trattato. Negli anni, nei secoli, molti Poteri si sono avvicendati rivendicando le terre sulle quali Shalem è stata edificata. Eppure sempre, chiunque fosse il Regnante, i potenti Mercanti della Città sono riusciti ad ottenere una sorta di indipendenza, di giurisdizione autonoma, addirittura il controllo di un piccolo esercito cittadino. Le leggi di Shalem furono sempre rispettate; nel pieno delle più feroci guerre, a Shalem era possibile incontrare in una taverna opposte fazioni ad ubriacarsi ed a trattare affari allo stesso tavolo.

Tutte le Razze erano da sempre benvenute a Shalem, purché portassero qualcosa da vendere, oppure avessero denari per comprare. Nel Piccolo Villaggio le politiche, le guerre, le faide del Regno erano tutte esiliate a favore del commercio. E delle politiche, delle guerre e delle faide ammesse vi erano solo quelle legate al commercio stesso.

Le leggi di Shalem erano poche e semplici, e dunque facilmente comprensibili a rispettare da tutte le Razze. Anche le più ottuse fazioni di Semi-Umani delle montagne, ne comprendevano i pochi precetti che riguardavano il furto o il mancato rispetto di un accordo.

Questa sorta di “extraterritorialità” aveva inoltre arricchito la cittadina di molti abitanti non proprio legati al commercio, che tuttavia trovavano più agevoli le leggi di Shalem quanto le prigioni del Regno, o peggio. Le Gilde dei Ladri e degli Assassini erano influenti a Shalem quasi quanto la Corporazione dei Mercanti, che eleggeva il Consiglio di Reggenza.

In questa casuale accozzaglia di culture ed etiche contrastanti, era possibile incontrare nella Via dei Templi maestose cattedrali innalzate agli dei della Luce, giusto di fronte all’equivoco e misterico Covo del Culto della Morte.

Queste connivenze, a dire il vero assieme a molti altri concetti, restavano incomprensibili ed aliene alla mente semplice di Gromak. Fissava tristemente il pavimento, composto da una miriade di piccole pietre colorate a formare un mosaico. Il disegno del mosaico rappresentava il Dio della Luce mentre dona i Poteri alla sua protetta, Zurkul, protettrice delle Belle Arti. La sala di attesa era in realtà una piccola Cappella del Tempio della Luce, la cui volta a semi-cupola era impreziosita da antichi affreschi che raffiguravano la Creazione. Le feritoie e le vetrate poste in punti strategici davano un prezioso gioco di luci che in questo momento, cadendo dall’alto, a cono, sulle panchette di pietra lungo le pareti, donavano alla saletta un “non se ché” di mistico.

Il vecchio Prelato, che in silenzio osservava, era scosso. Ancora una volta quel bestione di Gromak, un Paladino della Danzatrice, si era macchiato di crimini sanguinosi in nome degli Dei della Luce. Quel Gigante ricoperto del Metallo dei Paladini era il figlio di una pazzia incontrollabile e violenta, che pure lo aveva lasciato Puro e nel pieno del suo Potere. Anche in questo momento il Vecchio poteva percepiva il diffondersi quasi incontrollato, tutto d’attorno, dell’Aura Mistica che solo i più Grandi Servitori del Culto avevano potuto, un tempo, sfoggiare.
E dopo tanti anni di attesa e di preghiera quel potere si era dunque incarnato nuovamente, ma in un Bestione paranoico e ritardato.

Il Prelato fece un sospiro che riassumeva tutto il peso dei suoi anni e la sua sconfinata delusione, tristezza. Scostando lentamente il drappo bianco-oro, l’arazzo che lo celava, fece il suo lento ingresso nella piccola Cappella; sedendogli di fronte si rivolse a lui con voce stanca e roca —
” Gromak, l’Ordine non può più proteggerti… Io non posso più proteggerti. Questa volta … questa volta non vedo altra soluzione… al fatto che tu prosegua il tuo Cammino altrove, cercando le Ragioni del tuo Essere in luoghi remoti da qui … mi dispiace figliolo, ma questo è il Precetto … ”
Chinava il capo e sospirava ancora, stanco —
” Ma Padre! ” — la voce del Bestione era un ruggito frustrato, quasi gridato — ” Padre io non ho fatto nulla che non fosse il Volere di … ”
” BASTA! ” — il vecchio si era ora alzato ed aveva lui gridato, le gote tremanti dalla rabbia —
” BASTA! Non BESTEMMIARE in mia presenza! C’erano BAMBINI …Gromak! … per l’amore del Cielo! BAMBINI! ”

Tossendo convulsamente, il vecchio ricadde pesantemente a sedere, scuotendo il capo.
Con mano tremante afferrò una lettera, la estrasse dalla manica della sua tunica. Imbustata in carta di pergamena anonima, consegnò il plico all’uomo che aveva di fronte a se —
” Questa lettera ti consentirà di essere accolto in altri Templi, se necessario. Ma solo per brevi periodi, sappilo. Gli Dei possono perdonare te, Gromak, e la tua Mente Vacua. Ma non perdoneranno mai me, per quello che è successo in questi anni. Prendi questa lettera e la mia triste Benedizione, figliolo, e non dire altro. Domani all’alba ti presenterai alla taverna del Grifone Bianco, quella vicino al mercatino della porta Ovest, e chiederai di Zunnhar. Ti darà dei denari per scortare dei mercanti diretti a sud, e tu potrai viaggiare con loro. Al resto penserò io. Ma vai ora! subito! che io possa espiare per entrambi le nostre Colpe … ”
” PADRE! ” — la voce del Bestione risuonava come il lamento del Leone Ferito.
” Taci! ” — il Vecchio cadde ai piedi dell’uomo, abbracciandone le ginocchia ” … taci, e perdonami … ”

Gromak era stupido. Non capiva molte cose. Ma sempre aveva interpretato i Segni, e la Voce degli Dei ogni volta che lo avevano comandato. E sapeva, sempre, che seguendo i Precetti ed ubbidendo ai suoi Dei senza chiedere, la sua strada sarebbe stata La Strada Illuminata.

Era quindi riluttante ma era un Devoto ed avrebbe dunque ubbidito, ancora una volta, alla sua Voce interiore.
Accarezzò lentamente, piangendo, la testa dell’uomo, del Prelato, che era stato per lui un Padre.
Afferrò quella testa dolcemente, sollevandola per dare un ultimo sguardo agli occhi chiari e tristi del vecchio.
E poi piangendo spezzò il collo del Vecchio Prelato, prima di allontanarsi dal Tempio di Shalem per sempre.

Gromak
Gromak della Luce

Equilibrium – 2.1 – Villon

Muove lentamente il polso, agitando la stretta spada a mezz’aria.
Lentamente piegando la testa sulle spalle a destra e a sinistra, provoca un piccolo scricchiolio di ossa.

Per la prima volta Villon riflette seriamente sui suoi debiti. Forse avrebbe dovuto davvero pagare, questa volta: certa gente non si rassegna proprio, pensa, e sorride.

Il suo sorriso viene poco apprezzato dai sicari che lo circondano. Sono quattro, e questa volta non si tratta di ladruncoli prezzolati.
Villon lo capisce da come si muovono, da come lo studiano.

Dei guappi prezzolati lo avrebbero confusamente assaltato, visto che era bloccato nel vicolo. E sarebbero rapidamente morti.
Ma questi aspettavano, ed erano ben disposti, con le corte spade tese ad una giusta distanza l’uno dall’altro, per non intralciarsi a vicenda.
Vestono un’aderente armatura di cuoio tinto di nero, i volti celati e un turbante di stoffe dello stesso colore.
Si, questa volta non sarebbe stato semplice.

Il primo affondo è rapido ma scontato, deviarlo è semplice ed offre a Villon il tempo utile a schivare il secondo ed a ruotare sul fianco del primo aggressore.

Una rotazione del polso, un colpo secco, e la prima lama cade a terra.
Il proprietario incespicando cade all’indietro. Fugge quasi a quattro zampe alzando la polvere sottile, il terriccio che invade i vicoli di Shalem.

Ma gli altri si ridispongono, ora, a coprire le vie di fuga.

Poi accade. Di nuovo. Ancora una volta il tempo perde consistenza.
Torna alla sua memoria la ballata dell’infanzia, una nenia popolare, la voce della zia che ne ripeteva i versi di una lingua sconosciuta.

Villon appoggia il polso libero alla fronte, per tergerne il sudore.
Ora è un sorriso amaro che gli sfugge, pensando a quanto quelle parole lo avrebbero influenzato, parole di cui comprendeva adesso molto bene il significato

“ Zandor, Io sono, il Signore della Spada. ”
“ Fugge il vento e la vita fra le mie mani, ”
“ il sangue gela nelle vene di colui che il mio sguardo incontra. “
“ Fugge la Vita da coloro che osano incrociare Santur, la mia lama. ”
“ E vago nel buio della notte, le strade della Città Deserta… ”

Con movimento fluido la spada si anima e si sposta in orizzontale, parallela alla linea delle spalle, sopra la testa.
La mano sinistra tesa in avanti, impugna un piccolo scudo metallico, grande come un piatto.

Villon vede il movimento del primo, sulla destra, e tutto avviene come in un sogno al rallentatore.
Il lento affondo, schivato con il ginocchio in terra, il secondo parato con il piccolo scudo.

Perno sul ginocchio, una rotazione del corpo, anche il terzo attacco è deviato.
Affondo di rinterzo, usando il corpo dell’avversario come sponda; il rosso del sangue vela per un istante la sua vista.

Il Sapore del Sangue è un Sapore conosciuto. Conosciuto da tutti. Ancestrale. Inconfondibile, come il suo Odore.
Un Sapore ed un Odore familiare ed alieno allo stesso tempo. Ci dice più di quanto riusciamo a percepire.

Un’altra vita è presa.
Un altro sicario invece fugge via dal vicolo. Correndo veloce sparisce nella foschia notturna: ha deciso di vivere.

Quello che resta è il più determinato. Forse anche il più abile di loro.
Non arretra. Non esita. Non perde il controllo dello spazio che lo circonda.

La lama di Villon guizza fulminea. Un lampo di metallo nello scuro del vicolo che recide i tendini e disarma il superstite.

Appoggiando la lama sulla spalla dell’uomo, lo costringe a terra, sulle ginocchia.
Fissandolo negli occhi, con voce lenta e suadente, sussurra –
– Digli che pagherò, e che pagherò presto. Digli di essere paziente, ed io pagherò. Se porta pazienza, avrà i soldi e resterà in vita per spenderseli –

Nella foschia della notte, nei vicoli di Shalem, Villon si allontana lasciando vivo il suo messaggio di risposta.

Santur
Santur, la Spada