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Equilibrium – 2.4 – Zunnhar Arkbàh

Zunnhar era soprannominato Arkbàh, che vuol dire “il demente” nel linguaggio antico degli umani, oppure Koldht, che vuol dire lo stesso nella lingua degli orchi. Certo i mezz’orchi erano, per la maggior parte, abbastanza stupidi per il metro umano. E Zunnhar Arkbàh su questo pregiudizio contava molto. Perché in generale le persone pensavano lo stesso di lui, non conoscendolo. Era cosa molto utile, per un personaggio come Zunnhar, che lo si considerasse uno sciocco. Ma Gromho lo conosceva. E lo conosceva bene, da quando quel trovatello incredibilmente dotato, cresciuto negli orfanotrofi Imperiali di Karmas, era scappato al sud a soli nove anni per cercare “fortuna”.
Zunnhar non era un demente, e di sicuro non era neanche di un’intelligenza comune. Parlava correttamente e quasi senza accento sei lingue, conosceva molti segreti dell’alchimia ed era una persona decisamente influente a Shalem.
Aveva mani in pasta dappertutto, ed ottimi contatti nella Corporazione dei Mercanti.
Era Gromho, in effetti, il suo contatto.
Lo gnomo era quindi abbastanza scocciato della pantomima e sbottò seccato – … ora basta Zunnhar, usa una lingua civilizzata per gli dei! siamo solo io e te in questa camera, dannazione!
Il mezz’orco fece uno di quei suoi sorrisi che sembrano tanto dei ghigni contorti. Del resto i tratti del volto erano più simili ad un uomo preistorico, con una fronte sfuggente, la mascella grottescamente grande e quell’accenno di zanne al posto dei canini. La pelle leggermente verdognola conferiva all’insieme un aspetto inquietante.
Sorrise a Gromho, ma era anche sospettoso. Lo gnomo era un esperto Mercante, e non era da lui lasciar intendere in modo così evidente quanto avesse fretta e quanto gli stesse a cuore quella strana spedizione.
Il mezz’orco sospettava qualche strano inghippo. Era in debito con il piccoletto, e lui onorava sempre i suoi debiti ed era fermo nella sua parola. Doti che lo avevano aiutato assai nel farsi “strada” nella vita. Ma anche la sua paranoia latente era stata utile in numerose circostanza. Quindi cercava di soppesare con attenzione le vere ragioni del vecchio mentore.
Il mezzorco godeva certamente di altri contatti importanti in città. E neanche Gromho sapeva della sua posizione all’interno della Gilda degli Ladri. Ma l’appoggio dello gnomo presso i potenti Mercanti del Piccolo Villaggio si era rivelato assai utile, in molte circostanze, e non voleva di certo rinunciarci lasciandolo finir male in qualche guaio.
Come desideri – disse quindi nella lingua Imperiale comune – Non sia mai che mi si accusi di scortesia, e poi da un vecchio amico! Ma come ti dicevo, dovrai accontentarti di quello che ho “sotto mano”, visti i tempi da te richiesti. E non solo saremo pari con il nostro piccolo “sospeso”, ma sarai tu ora a dovermi un favore.
Gromho sapeva cosa stava cercando di fare il suo vecchio pupillo. Fece un sorrisetto divertito alla manovra del suo amico. Stava trattando e cercando di capire il margine di trattativa.
L’anziano gnomo aveva una pelle un po’ grinzosa, avvizzita per lo standard gnomico visto che conservano una pelle liscia e ben colorita anche oltre i duecento anni di età. Tuttavia quando sorrideva mostrava ancora denti bianchissimi e regolari, ed i piccoli occhi scuri leggermente a mandorla si illuminavano come quelli di un ragazzino.
Teneva ora in mano la sua pipa di legno ben mordicchiata, e con la sinistra si tormentava il piccolo pizzo bianco sul mento. Diede quindi un’arricciatina al suo nasone a patata, prese un’altra boccata dalla pipa di fumo speziato, e rispose con calma – No. Pagherò di tasca mia i mercenari che mi procuri. E mi fiderò di te su quello che hai trovato, visti i tempi brevi che hai avuto. E saremo pari con il tuo debito. Ma niente di più. Non è una trattativa, e sono stato onesto con te, ragazzo. Non si tratta di affari, è una questione di famiglia, e voglio sperare che tu non speculerai su questo… – calcò la frase “voglio sperare”, guardando dritto negli occhi gialli di Zunnhar. Il mezz’orco portava i capelli lunghi in tante piccole trecce scure, che tormentava sulla nuca quando era indeciso. Come fece adesso. No, non voleva taccheggiare il vecchietto. Ed avrebbe comunque pareggiato un favore senza rimetterci un soldo. Anzi avrebbe potuto sistemare alcune rogne. E forse farsi pagare anche una piccola “commissione”.
Bene allora. Dovrai versare il pagamento anticipato, che io tratterrò qui per intero. Per quanto concerne le condizioni accordate con loro, per la tua stessa sicurezza, i mercenari saranno pagati la metà prima di partire ed il resto al loro ritorno qui da me. Ti costeranno mille monete d’oro per ciascuno e le spese saranno comunque a tuo carico. Riconoscerai a me cinquecento monete di commissione e se accetti saranno pronti tutti domattina all’alba, come mi hai chiesto. Saranno al tuo servizio per massimo di un mese, e per non meno di due settimane. – tese la mano allo gnomo, perché entrambi sapevano che la parola era vincolante come un contratto e tanto sarebbe bastato: una stretta di mano.
Era stato il vecchio gnomo, molti anni fa, ad inculcare nel piccolo Zunnhar questo prezioso precetto.
Gromho fece un sospiro e si guardò pensieroso attorno, fissando poi lo sguardo su una delle travi in legno del soffitto.
Si trovavano nel salottino dell’abitazione del mezz’orco. Il camino accesso era l’unico elemento che ravvivasse un ambiente anonimo e piuttosto triste. Il “tono basso” era una delle regole che si era evidentemente dato, visto che la casetta in legno era una mezza catapecchia. L’arredamento povero della stanza non era di certo un segno delle ricchezze che il faccendiere aveva accumulato. Il vecchio gnomo era stato sì il mentore del ragazzo nei suoi primi anni nella cittadina di Shalem, ma non poteva darsi il merito di quei risultati. Il ragazzino era stato un allievo impressionante, attento, sveglio e soprattutto meticoloso. Doti che Gromho aveva sempre apprezzato ed in parte invidiato.
Sapeva delle ricchezze di Zunnhar in modo non approssimativo, visto che lui stesso aveva fatto in modo che fossero trasferite per la gran parte nella Banca Imperiale di Karmas.
Era quello il favore che ora avrebbe saldato con lui.
Inoltre ci avrebbe rimesso ben tremilacinquecento monete in oro.
Tanto per cominciare, visto che provviste e spese erano a suo carico.
Sospirò di nuovo fissando la mano tesa dell’amico.
Era in debito con la ragazzina, in debito con la madre adottiva e con i Munshan in generale. Non era stato sincero, aveva creduto di liberarsi del Fato scaricando le sue responsabilità su di loro ed ora doveva rimettere le cose a posto. Prima che peggiore Sfortuna lo raggiungesse.

Strinse la mano di Zunnhar, che fece un altro di quei suoi sorrisi-ghigno.

Zunnhar
Il piccolo Zunnhar "si arrangia" a Shalem

Equilibrium – 2.3 – Amberlan

Non era sorda. Ed in realtà non era davvero muta, ma come molti altri della sua Razza aveva grosse difficoltà nel parlare la lingua Imperiale Comune. E quando lo faceva, sembrava una poveretta che avesse in bocca un gomitolo di lana. Inoltre era dotata di una voce fioca, al punto da sembrare afona. Quindi non era muta, ma non parlava quasi mai.
E non era di certo sorda. Anzi, tutto il contrario. Aveva un udito talmente sensibile che il volo di un grosso calabrone era da lei percepito come il rumore prodotto dalla Macina del grano, quando ci ficchi la testa dentro. Un inferno da farti esplodere la testa.
Negli anni la mezz’elfa aveva sviluppato una certa abilità nel prodursi da sola vari rimedi e tappi speciali, di cera ed altre cose, che usava a seconda delle circostanze. Era l’unico espediente che le permetteva di non impazzire. E sempre attorno la sua testa portava una fascia di stoffa verde che le passava sopra le strane orecchie puntute.

A causa della sua menomazione era stata da subito una reietta. Rifiutati dagli Elfi, che consideravano la mescolanza del sangue e l’handicap fisico alla stregua di una maledizione divina.
Era stata allevata dai suoi genitori nel profondo dei boschi di Mashem a sud delle Terre di Nessuno, perché ai tempi della sua nascita gli Elfi erano invisi alla maggior parte delle altre Razze, e pochi facevano distinzione con i mezzosangue.
Immaginate una neonata che quando piange non si sente quasi, ma che il più infinitesimale rumore era equivalente all’esplosione di una bomba a pochi centimetri: c’era da sorprendersi che fosse sopravvissuta. Sopravvissuta a quello, ed a molte altre cose che avevano segnato i primi quaranta anni della sua vita.

Dagli Elfi aveva ereditato, oltre le orecchie a punta e la spiacevole mutazione uditiva, un aspetto giovanile che celava la sua reale età, facendola apparire meno che ventenne. Una specie di eterna adolescente. Cosa molto utile per una mercenaria prezzolata: che era costantemente sottovalutata dai suoi avversari.

Sicché inosservata cercava di passare ora nel mezzo della lunga fila all’ingresso orientale di Shalem. Alle orecchie i suoi tappi migliori, che la rendevano di fatto sorda, perché quel posto era di sicuro il più frastornante che conosceva. Si guardava attorno nervosamente, scacciando gli insetti che fastidiosi le si appiccicavano sul volto sudato, pregando dentro di se Madre Natura che le concedesse la grazia di una fila rapida. Il puzzo era davvero insopportabile. Puzzo di ogni genere di schifosa emissione umorale, di ogni schifosa e puzzolente Razza che i più schifosi e putridi buchi del Regno avessero vomitato.

Fece un sogghigno soddisfatta. Era sempre contenta quando riusciva a fare metafore sboccate e razziste. Sputò a terra, la bocca amara della polvere lorda di quelle schifose flatulenze che la circondavano. La fila comunque scorreva abbastanza. In fondo, vicino ai Cancelli della Porta, le guardie di Shalem facevano i controlli su tutti coloro che cercavano di entrare, sulle mercanzie e sui documenti. Negli ultimi tempi le entrate erano contingentate: troppa gente straniera e troppi episodi di violenza preoccupavano le autorità. Ma Amberlan aveva bisogno di lavoro, e solo a Shalem poteva trovare qualcuno che ingaggiasse una mercenaria mezz’elfa, senza fare troppe domande. E solo a Shalem il prezzo di Amberlan era contato a monete d’oro per ogni freccia del suo arco.

Diede un’occhiata alla sua deprimente cavalcatura, prima di strattonarla di nuovo per forzarla a camminare con lei, lungo l’antica strada lastricata. Una strada di grosse pietre squadrate segnate nei secoli da linee profonde, figlie di un incessante passare di carri.

La Grande Strada Orientale attraversava la piccola cittadina, nota un tempo con il nome imperiale di Nordak, “il presidio”. Shalem era il nome nella vecchia lingua degli Umani, che voleva dire “la corrotta”. Il nuovo nome era più appropriato, pensava sogghignando Amberlan.

Per ingannare il tempo si era sorpresa a contare le costole della sua cavalla, domandandosi se il suo stesso aspetto smagrito fosse poi tanto migliore. Batté il piede a terra stizzita. Questa volta Zunnhar avrebbe fatto bene a trovargli un lavoro decente, o sarebbe stato quella la sua ultima trattativa. Viscido mezz’orco bastardo…

La guardia al Cancello stava dicendo qualcosa che Amberlan non poteva sentire, ma lesse in parte le labbra ed estrasse soprappensiero i documenti, consegnandoli.
Dopo un rapido controlli alle sue cose, al suo zaino ed alle misere sacche del suo cavallo, la fecero passare. Lei era una Residente. Già. Appena entrata fu sorpresa di sentire quella vaga sensazione, remotamente simile al benessere, che gli procurava tornare a Shalem ogni volta. Alla fine quella cittadina schifosa e puzzolente era quanto di più simile ad una Patria la mezz’elfa avesse mai avuto.
Fece un sorriso triste scuotendo il capo, mentre conduceva la sua stanca cavalla verso la vicina taverna.

Un bimbetto di quattro forse cinque anni le tirò la casacca offrendosi di accudire Relia, la sua cavalcatura. Consegnò le redini e due pezzi di bronzo a Timmie, il figlio del Taverniere, arruffandone i capelli. Era improvvisamente di buonumore, perché sapeva che presto avrebbe mangiato. Ed erano due giorni che non mangiava.

Anche la taverna, a dire il vero, puzzava in modo nauseabondo. Ma fra il fumo del tabacco ed altre erbe che ne saturavano l’aria, il puzzo delle improbabili libagioni e della carne frolla, alla fine il complesso era un olezzo indefinibile che, per una persona affamata, risultava comunque sopportabile. Malgrado l’incredibile quantità di avventori composta da ogni sorta di esseri umanoidi, ad Amberlan quella Taverna apparve come l’oasi nel deserto.

Vide un tavolo libero, che le permetteva la schiena alla parete e la vista della porta, e se lo prese per se. Seduta fece un gesto alla ragazzina che serviva i tavoli, una dei numerosi figli di Urbor il Taverniere, unendo la punta delle dita a mezz’aria verso l’alto: aveva sete e voleva subito dell’acqua. Quando le portarono la brocca ed il boccale, afferrò il polso della ragazzina e fece un gesto con il mento, indicando l’arrosto “di qualcosa” che stava mangiando un mezz’orco al tavolo alla sua sinistra. La ragazzina un po’ spaventata fece cenno di si con la testa, e si allontanò veloce, strillata di continuo dal padre, che fece un cenno di saluto verso ma mezz’elfa e si esibì in un sorriso ripugnante, con i suoi denti guasti e irregolari.
Amberlan rimandò un cenno del capo. Sorseggiava dell’acqua che, meditava, era forse il prodotto di bava e secrezioni del taverniere, considerandone il sapore putrido.
Il suo sguardo fu attratto dalla ricca bacheca di messaggi e bandi che la taverna esponeva, come al solito, nella parete grande vicino al bancone.

Alzandosi lentamente si diresse al muro degli annunci, leggendone velocemente i nomi degli autori, finché lo sguardo non fu attratto da uno in particolare, firmato proprio da Zunnhar.

Il bastardo cercava di reclutare una scorta per una coppia di mercanti. Una cosa facile e ben pagata. Questo lavoro doveva essere suo. Il viscido fottuto imbroglione non l’avrebbe fregata ancora una volta, con un lavoro di merda.

Strappò il foglio dalla bacheca e se lo ficcò nella casacca ghignando. Il reclutamento era chiuso. Tornò a sedere al suo tavolo e divorò i resti puzzolenti di carne bruciacchiata che quell’umano repellente definiva arrosto.

Un altro lavoro ed Amberlan avrebbe finalmente lasciato la città.
Voleva la Capitale! La Bella e Preziosa Karmas, l’Antica Capitale dell’Impero.
Era ora di salire di livello, ed abbandonare la sua Patria Puzzolente. Questo pensava, mentre emetteva un rutto silenzioso a coronamento di un pasto lungamente atteso.

Amberlan a Shalem
Amberlan arriva a Shalem

Equilibrium – 2.1 – Villon

Muove lentamente il polso, agitando la stretta spada a mezz’aria.
Lentamente piegando la testa sulle spalle a destra e a sinistra, provoca un piccolo scricchiolio di ossa.

Per la prima volta Villon riflette seriamente sui suoi debiti. Forse avrebbe dovuto davvero pagare, questa volta: certa gente non si rassegna proprio, pensa, e sorride.

Il suo sorriso viene poco apprezzato dai sicari che lo circondano. Sono quattro, e questa volta non si tratta di ladruncoli prezzolati.
Villon lo capisce da come si muovono, da come lo studiano.

Dei guappi prezzolati lo avrebbero confusamente assaltato, visto che era bloccato nel vicolo. E sarebbero rapidamente morti.
Ma questi aspettavano, ed erano ben disposti, con le corte spade tese ad una giusta distanza l’uno dall’altro, per non intralciarsi a vicenda.
Vestono un’aderente armatura di cuoio tinto di nero, i volti celati e un turbante di stoffe dello stesso colore.
Si, questa volta non sarebbe stato semplice.

Il primo affondo è rapido ma scontato, deviarlo è semplice ed offre a Villon il tempo utile a schivare il secondo ed a ruotare sul fianco del primo aggressore.

Una rotazione del polso, un colpo secco, e la prima lama cade a terra.
Il proprietario incespicando cade all’indietro. Fugge quasi a quattro zampe alzando la polvere sottile, il terriccio che invade i vicoli di Shalem.

Ma gli altri si ridispongono, ora, a coprire le vie di fuga.

Poi accade. Di nuovo. Ancora una volta il tempo perde consistenza.
Torna alla sua memoria la ballata dell’infanzia, una nenia popolare, la voce della zia che ne ripeteva i versi di una lingua sconosciuta.

Villon appoggia il polso libero alla fronte, per tergerne il sudore.
Ora è un sorriso amaro che gli sfugge, pensando a quanto quelle parole lo avrebbero influenzato, parole di cui comprendeva adesso molto bene il significato

“ Zandor, Io sono, il Signore della Spada. ”
“ Fugge il vento e la vita fra le mie mani, ”
“ il sangue gela nelle vene di colui che il mio sguardo incontra. “
“ Fugge la Vita da coloro che osano incrociare Santur, la mia lama. ”
“ E vago nel buio della notte, le strade della Città Deserta… ”

Con movimento fluido la spada si anima e si sposta in orizzontale, parallela alla linea delle spalle, sopra la testa.
La mano sinistra tesa in avanti, impugna un piccolo scudo metallico, grande come un piatto.

Villon vede il movimento del primo, sulla destra, e tutto avviene come in un sogno al rallentatore.
Il lento affondo, schivato con il ginocchio in terra, il secondo parato con il piccolo scudo.

Perno sul ginocchio, una rotazione del corpo, anche il terzo attacco è deviato.
Affondo di rinterzo, usando il corpo dell’avversario come sponda; il rosso del sangue vela per un istante la sua vista.

Il Sapore del Sangue è un Sapore conosciuto. Conosciuto da tutti. Ancestrale. Inconfondibile, come il suo Odore.
Un Sapore ed un Odore familiare ed alieno allo stesso tempo. Ci dice più di quanto riusciamo a percepire.

Un’altra vita è presa.
Un altro sicario invece fugge via dal vicolo. Correndo veloce sparisce nella foschia notturna: ha deciso di vivere.

Quello che resta è il più determinato. Forse anche il più abile di loro.
Non arretra. Non esita. Non perde il controllo dello spazio che lo circonda.

La lama di Villon guizza fulminea. Un lampo di metallo nello scuro del vicolo che recide i tendini e disarma il superstite.

Appoggiando la lama sulla spalla dell’uomo, lo costringe a terra, sulle ginocchia.
Fissandolo negli occhi, con voce lenta e suadente, sussurra –
– Digli che pagherò, e che pagherò presto. Digli di essere paziente, ed io pagherò. Se porta pazienza, avrà i soldi e resterà in vita per spenderseli –

Nella foschia della notte, nei vicoli di Shalem, Villon si allontana lasciando vivo il suo messaggio di risposta.

Santur
Santur, la Spada

Equilibrium – 2 – Debito di sangue

Gomho aveva quasi cinquecento anni. Che anche per un gnomo era un’età impressionante. Ne avrebbe vissuti circa quattrocento di meno se un Munshan di nome Namteh non gli avesse salvato la vita.
Era stato curato proprio li dove era seduto ora, nella casa di Namiah. Che era la pro pro nipote di Namteh.

“Tu non ti rendi conto di quello che chiedi, piccola…” – disse Gomho tossicchiando il fumo della sua pipa – “Il mondo Esterno è qualcosa che voi non potete immaginare, neanche lontanamente. Le storie che vi ho raccontato sono solo una piccola parte degli orrori e dei pericoli che ci aspettano, lo sai?!”
“E’ per questo che tu devi accompagnarmi, nonno” – rispose Nemiah con voce pacata, calcando però sulla parola ”nonno” – “La mia bambina è scomparsa ed io la devo ritrovare. Noi crediamo sia stata rapita, abbiamo trovato i segni vicino al suo stagno. Ho chiesto all’Acqua. Ti dico che l’hanno portata via”

Il vecchio gnomo cacciò un lungo sospiro. Anche lui lo sapeva. La piccola non se ne sarebbe mai scappata dalla sua mamma in quel modo. Ma se l’avevano presa i mercanti di schiave, non era sicuro che sarebbe stato bene sapere della sua fine, per la madre.

Prima che potesse parlare Nemiah pose con dolcezza un dito sulle labbra del vecchio – “Lei è viva. Io lo so. Ed è in pericolo. Ed è impaurita. Io la devo trovare. Noi la dobbiamo trovare. E dopo sarai libero da qualsiasi debito” – lo disse sorridendo dolcemente, ma calcando sulla parola ”dopo”.
Per un attimo Gromho vide negli occhi di Namiah gli occhi del suo antico amico. Sorrise divertito – “Non hai bisogno di usare i tuoi trucchi con me, piccola. Lo faccio perché voglio bene alla bambina e voglio bene a te. Questo dovresti saperlo” – disse, ghignando sornione.

Namiah abbassò lo sguardo, solo un attimo però – “Hai ragione, ma io sono una Madre, e sono disperata. E ho bisogno che tu mi aiuti. A qualunque costo, io devo andare.”
“E io ti aiuterò, dolce Namiah, e troveremo tua figlia Poisha. Ma dovremo fare a modo mio. Se davvero tieni a lei, tu dovrai fare esattamente quello che ti dico” – disse lo gnomo, puntandole minaccioso la pipa. Questa volta fu la Munshan a sorridere tristemente – “D’accordo nonno, faremo allora a modo tuo. Promesso.”

E fu dunque così che la strana coppia partì, il giorno dopo. Namiah era vestita con un abito per molti versi simile a quello del vecchio Gromho: una spessa tunica di lana grezza, in vivaci tonalità di rosso ed arancio. Imbacuccata in quella specie di sacco, la bella Munshan poteva passare per una giovane gnoma, cosa sulla quale il vecchio contava non poco.

Mentre si allontanavano dal villaggio di Shka, tutti gli abitanti si accalcavano per salutare la loro compaesana in partenza.
Era un evento traumatico. Neanche una settimana prima era scomparsa la piccola Poisha, che tutti ne sentivano fortemente la mancanza. Ed ora nuovi addii, e nuova mancanza.
Tutti volevano salutare, almeno dare una carezza. Qualcuno lanciava un bacio e molti fiori venivano gettati nella loro direzione.
Per la prima volta, a loro memoria, si vedeva un Munshan partire.
E per la prima volta nella storia del villaggio, la sera, nessuno aveva voglia di festeggiare intorno ai fuochi, o di raccontare una delle storie incredibili del vecchio amico gnomo.

Tutti gli Spiriti infatti protestavano la partenza della bella e dolce Namiah, molti arbusti cercarono addirittura di impedirne il viaggio. Il sentiero spariva in continuazione, facendo disperare lo gnomo e scavando un sorriso triste sul volto della donna.

Per la prima volta nel profondo bosco di Malkath, al villaggio di Shka, si conosceva la Tristezza. E tutti i Munshan si trovarono concordi nel giudicare che non era una bella cosa.

Eppure i due infine si allontanarono dalla piccola radura, dalle casette sugli alberi. Il vecchio sapeva che la donna era agitata, benché ostentasse la sua usuale calma e si teneva composta sul piccolo carro, aggrappata al bavero della casacca. Lei non aveva mai lasciato il suo bosco. Ma la sua bimba era stata rapita. Ed era successo qualcosa di brutto, lei lo sentiva. Doveva trovarla. E riportarla a casa.
Tornati al bosco, li tutto sarebbe tornato al suo posto.

“Come prima cosa” – disse il vecchio, tirando fuori il tabacco per ricaricare la pipa – “dobbiamo trovare un valido aiuto”
“Cosa?!” – disse la donna terrorizzata – “Vuoi assoldare un Esterno!?”
“Ascolta piccola” – lo gnomo sospirò – “potremmo avere bisogno di aiuto. Non sappiamo dove sia andata a finire mia nipote, ed avremo bisogno di un piccolo rinforzo, temo.”
Erano parole che la fecero preoccupare ancora di più, se possibile, tuttavia non poté fare a meno di fare anche un piccolo sorriso. Il vecchio aveva chiamato la piccola Poisha, per la prima volta, ”sua nipote”.
“E io so anche chi deve darmelo, questo aiuto” – ora lo gnomo stava sogghignando.
“A chi stai pensando, Gromho?”
“Ah …. hmm … un giovane amico, dal quale devo riscuotere un debito” – rispose ridacchiando.

Gli alberi trattengono Namiah
Il sentiero che cambia

Equilibrium – 1.7 – Fuoco e Terra

Era un orribile sogno, uno di quegli incubi che la mamma le scacciava con le sue Arti.
Per un tempo che le parve eterno, si trovò in uno stato di semicoscienza, caracollata sul povero mulo, aggiunta alle molte masserizie.

Era legata mani e piedi, ed era ricoperta di un telo puzzolente e ruvido, di colore marroncino, invece della sua bella veste colorata.

Aveva smarrito la nozione del tempo.
Fu forzata a bere e mangiare. Stordita e confusa, deglutì quanto le fu somministrato.
In un momento di lucidità si accorse che l’uomo la stava ancora possedendo. Ma lei non era bagnata, non era eccitata, e l’uomo le faceva male.
E lui rideva lo stesso, compiaciuto.

Poisha non capiva.
Perché le stava facendo questo? Dove si trovava? Dove erano diretti?

Le sembrava di vivere una di quelle storie spaventose che il nonno le raccontava di nascosto, e nello stato confusionale le sembrò di essere la sfortunata protagonista di una di quelle avventure.
Avventura che ora non trovava per nulla eccitante ma solo terribilmente spaventosa, raccapricciante.

Alla fine, lentamente, uscì da quello stato di allucinazione.
E non era più sola. Le orecchie le ronzavano, la testa dolente, piano piano riprese coscienza di sé e di quanto la circondava.

Era seduta ad un albero avvizzito, legata mani e piedi. I polsi e le caviglie le dolevano in modo pazzesco, e tutti gli arti sembravano essere morsi da mille piccoli insetti.
Si trovava in una piccola radura, con pochi alberi secchi, in un avvallamento fra due colline.
Non aveva mai visto un terreno così aperto, così privo di alberi attorno. Si sentì profondamente turbata ed una vertigine improvvisa le fece rimettere, fra colpi di tosse e convulsioni.

Respirando a fatica, si sforzò di mettere a fuoco la vista e di guardarsi meglio quanto le stava vicino.
Vi erano altre femmine legate, come lei. Erano quasi tutte umane, anche se solo altre due avevano la pelle scura come la sua.
Le maggior parte delle altre erano rosee o rossicce di pelle ed i loro capelli erano marroni.
Erano dodici in tutto.
Due di loro non erano umane, simili ai sui cari Munshan, ma avevano una statura che le avrebbe portate, erette, ad un’altezza eguale quasi a quella degli uomini.
E la loro pelle era di un tale pallore, che risplendevano anche nella residua luce crepuscolare. I capelli, infine, erano del colore dell’oro.

Una di queste fissava il vuoto. Quello sguardo vacuo era doloroso quanto i legacci che le segavano i polsi. L’altra era tenuta ferma vicino ad un grosso fuoco da due umani, mentre un terzo le stava addosso dimenandosi. La poverina sotto piangeva piano, singhiozzando sommessamente, quasi a non volersi far sentire dalle altre.

Gli uomini erano poco più che sagome, alla luce di quel fuoco, eppure poco discosto lei riconobbe il suo aguzzino.
Era li in piedi e guardava con il suo ghigno lo spettacolo della violenza.

Un sentimento di rabbia e di odio le esplose in testa, come non le era mai capitato.
Ebbe una fitta terrificante di dolore alle tempie, che quasi ne svenne.

Mentre lottava ansimando per restare cosciente, sentì una voce che pronunciava qualche parola nella brutta lingua degli uomini.
Era tuttavia una voce così suadente, pacata, da far sembrare anche la rozza lingua dei briganti un soave idioma.

Era della stessa strana razza, a cui apparteneva la donna violentata in terra.
Anche se le differenze nei lineamenti non erano mote, sapeva che era un maschio.
Era letteralmente ricoperto di metallo, di molti piccoli anelli di metallo.
La sua veste ne era costruita per intero, e ne aveva ricoperto anche il capo.
Sulle spalle aveva un lungo mantello di colore verde scuro ed impugnava una lunga spada, di un metallo bluastro.

Gli uomini del campo gli si lanciarono contro, grugnendo, afferrando quanto avevano a portata di mano.
Uno prese un grosso tizzone, mentre un altro un ferro per maneggiare il fuoco.
Il terzo sembrava preso dal recuperare le braghe alla cinta.
Ma lui, il suo aguzzino, il mostro, aveva una spada e lentamente girava intorno al fuoco, fissando lo straniero.

I primi due uomini caddero subito a terra, con un rantolo raccapricciante, tenendosi la gola. Il terzo tentò di sfuggire, ma cadde incespicando nelle braghe mezze calate, e fu trafitto nella nuca.

Ma il carceriere di Poisha aveva completato il suo strisciare attorno al fuoco, ed ora tentava di raggiungere il cavaliere alla schiena.
Poisha così parlò allo Spirito del Fuoco. Imprigionato dagli uomini nel campo, gli fu offerta Libertà e Vendetta.
Fornì al Fuoco il suo odio, la sua rabbia; tutto il suo dolore incontrollato lo diede in dono a quello Spirito, che se ne servisse.

Sentì il sapore del sangue nella gola, un dolore accecante nelle tempie, e poi infine il Fuoco rispose.
Una Fiamma, alimentata dall’odio, bianca per quanto intensa, eruttò da quella pira con tale forza da scagliare via per alcuni metri il brigante.
Il corpo fu avvolto in un fuoco inteso, che lo ridusse a cenere in pochi istanti.
La Fiamma venne quindi come risucchiata indietro, al grosso falò, e si trasformò in una colonna di fuoco, una spirale di fiamme avvolte su se stesse.

La colonna prese a crescere rapidamente di dimensioni, soprattutto in altezza.
La ragazza ne era rapita, ipnotizzata. Gli occhi sgranati, non riusciva ormai a capire se era lei che alimentava la fiamma, oppure era la fiamma che alimentava lei.
Si sentiva scorrere il Potere del Fuoco nelle vene, nel cervello, sulla pelle.
Sentiva il sospiro dello Spirito finalmente libero, selvaggio, violento, indomito ed indomabile.
Sentiva la sua Voce che le gridava tutta la Forza degli Elementi, tutta la libertà assoluta del Suo vigore.

E mentre stava per abbandonarsi a quelle sensazioni, all’esaltazione dell’essere liberi e selvaggi, tutto cessò di colpo.

Poche parole secche, pronunciate in una lingua sconosciuta, e la fiamma si spense.
Attorno a Poisha l’erba bruciava ancora; un fumo acre, accompagnato da un fetore terrificante, avvolgeva la piccola radura.
Il cavaliere pallido vestito di metallo, guardava con occhi sgranati la ragazza, la bocca semiaperta.
Puntava la sua spada verso di lei ma indietreggiava lentamente e mormorava di nuovo altre parole di quella lingua strana e musicale.

Il suo tono, ora, non era affatto pacato.
Lei riconosceva la paura dello straniero.
I suoi sensi erano amplificati e sentiva odori nuovi, che portavano nuovi significati.
Sensazioni nuove, che la inebriavano.

Guardava ora le sue corde.
Quelle fibre, che le stringevano polsi e le caviglie, erano costrette quanto lei. Fu facile indurle al allentare quella presa.
Ed i nodi si sciolsero.

Si alzò lentamente da terra, e si accorse che era nuda. La nausea l’assalì di nuovo, ebbe un conato e rimise, ancora tossendo, fra spasmi e dolori di testa.
Aveva fitte improvvise allo stomaco. Era sangue quello che tossiva.
Dolorante, confusa, si accorse di fissare le proprie mani: tremavano in modo incontrollato; tutto il corpo le doleva e le bruciava.

Ansimando si guardò attorno, cercando di mettere a fuoco la vista appananta.
Guardava le donne attorno, e qualcosa non andava: erano tutte immobili.
Tutte silenziose, ora. Tutte scure.
Erano tutti corpi carbonizzati.
Tutti.

Poisha urlò una volta. Due.
Con occhi che non vedevano, fissò di nuovo il cavaliere straniero.
Questi aveva nel mentre tracciato dei segni in terra, con la sua spada, e stava ancora parlando nella sua lingua incomprensibile.
Ma lei capiva lo stesso cosa voleva ottenere: lei sentiva che il cavaliere parlava allo Spirito della Terra.
Non ne capiva le parole, ma capiva le sue richieste.
Lo straniero voleva ucciderla; voleva usare lo Spirito della Terra contro di lei.

Si sentì improvvisamente triste, sola, spaurita, tradita.
Tradita, perché lo Spirito della Terra era il suo preferito.
Senza neanche accorgersene, si trovò a cantare allo Spirito della sua tristezza, il suo abbandono, la sua paura, la sua disperazione, la sua solitudine.

Poisha pianse, e quando alzò nuovamente lo sguardo il cavaliere straniero non c’era più.
Lì dove stavano lui ed i suoi strani segni nel terreno, c’era solo una pozza di fango rappreso.

Lo spirito del Fuoco liberato
Lo Spirito del Fuoco liberato