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Equilibrium – 2.6 – violetta selvatica, violetta lunatica

Ci sono circa trecento categorie di sapori, che i Mushan hanno pazientemente catalogato.
Ad onor del vero, bisognerebbe specificare che molti di essi ritenevano possibile con buona approssimazione ricondurre tutti i sapori noti a non più di un centinaio.
Tutti loro erano del resto concordi nel riconoscere come dato oggettivo il punto che, in ogni caso, i sapori erano consistenti in non più di una trentina di famiglie, riconducendo ad esse ogni tipo di esperienza degustativa.
Beh, erano parecchie le teorie dei suoi piccoli amici che, in cuor suo, non riusciva a capire; questa cosa sui sapori ad esempio non poteva essere corretta: il sapore che permaneva nella bocca di Poisha era di certo al di fuori di tutte quelle loro strane categorie. Non era semplicemente orrendo per via dell’amarognolo sottofondo mentato; il bolo che si ritrovava a masticare era ricco di strani e pungenti fermenti, che le davano vertigine e forti contrazioni alle mucose del naso. Prese a sputare e a tossire quella schifezza, digrignando i denti ed ansimando come un animale ferito.

Ricordava vagamente quello che le era capitato, gran parte dei suoi ricordi aveva l’impressione che fossero in realtà frutto di vaneggiamenti e incubi scaturiti dalle droghe e dai maltrattamenti subiti. Si guardò nervosamente attorno, muovendo la testa a piccoli scatti in tutto simile ad un piccolo uccellino spaventato.

Era rannicchiata in un lettone morbido dal materasso alto e imbottito di grossi batuffoli di cotone, come si poteva capire dalla copiosa parte che da qualche lato era fuoriuscita al pavimento.
La coperta era calda e morbida, fatta in lana e composta di mille piccole pezzette, come tanti frammenti rubati a tanti diversi drappi colorati.
C’erano qui e là disegni di piccoli animali, alcuni solo parziali perché finivano in corrispondenza delle cuciture al pezzetto successivo.

Il letto era ospitato all’interno di un basso vano in legno, come a dire che il materasso era incastrato in una specie di vasca rettangolare, di questo leggermente più bassa. Dai vertici della base partivano delle piccole colonne, sempre in legno, intarsiate in modo fitto con strane e perfette fantasie di foglie e piante, tanto perfette che sembravano quasi esservi cresciute sopra e trasformatesi poi in legno a fondersi con la colnnina.

Le colonnine di legno sostenevano un baldacchino dello stesso materiale, anche questo era lavorato in modo tale da sembrare un tetto di grosse foglie.

Tutto d’attorno era un tendaggio di pizzi bianchi, che consentiva solo in parte di vedere attraverso di esso il resto della stanza.

Poisha mosse lentamente la tenda che copriva il lato lungo del letto, guardando quindi il luogo dove si ritrovava con un certo smarrimento e tuttavia curiosa di comprendere come era arrivata in quel posto e a chi appartenesse.

Anche il pavimento era composto interamente di tavole di legno, un legno chiaro e ricco di vortici e linee a comporre uno strano e complesso disegno; spesso sembrava che le tavole del pavimento fossero accostate le une alle altre, proprio in considerazione del tipo di linee che assieme componevano, attraverso i circoli dei propri anelli piuttosto che le piccole imperfezioni dei nodi.

Accanto al suo letto vi era una sedia in legno ma di fattura più comune, lavorata evidentemente a secchi colpi di spatola e non troppo rifinita lungo i bordi dello schienale e della seduta.
Sulla sedia stava una veste verde scura, con una mantellina marrone. Ai piedi della sedia vi erano dei piccoli stivali in pelle morbida, che i gambali erano afflosciati a terra.
Sopra quelle era anche tutto il resto … una sottoveste, una cinta, le braghette …

Vi era un piccolo armadio socchiuso, sempre in legno e sempre di fattura comune, lungo la parete più distante. La parete alla sua sinistra invece aveva una porta che, di nuovo, era lavorata in modo strano ed emozionante: anche qui sembrava essere stata ricoperta di arbusti e piante di ogni genere prima che questi fossero misteriosamente cambiati in legno.

Poisha diede un’occhiata a se stessa, e si accorse di essere nuda. Ebbe un momento di panico al ricordo dei suoi aguzzini, e cominciò a vestirsi rapida di quelle vesti che aveva trovato accanto a sé, scossa da un tremito incontrollato. Sentiva di nuovo la paura artigliarle lo stomaco.
Attraversò circospetta la porta della sua stanza, per ritrovarsi in uno stretto corridoio.
La casa sembrava interamente in legno. A sostegno di un tetto spiovente, come al soffitto della camera appena abbandonata, vi erano delle travi che attraversavano la volta del piccolo corridoio. A terra ancora le stesse tavole ed assi che aveva potuto osservare prima.
Alla sua sinistra vi era una piccola finestra, dalla quale entrava molta luce, più di quanto Poisha non gradisse in quel momento.
Le porte lungo il corridoio erano quattro in tutto, ed erano tutte simili a quella aperta, dalla quale era uscita lei.

Alla destra una piccola scala portava dabbasso, dove una voce dolce ma un po’ afona e stonata, canticchiava una sconosciuta ballata

“ … violetta selvatica, violetta lunatica,
dammi un assaggio del tuo profumo ,
lasciati cogliere ancora per oggi, violetta selvatica, vieni con me;
fuggiamo assieme al tramonto nei campi, fuggiamo verso vallate ridenti,
vieni come me fiorellino splendente, doniamoci ora, ora e per sempre ”

Senza riuscire a capire bene il perché, a Poisha scappò una risatina e si sentì tranquilla e di buon umore. Da sotto alla scala la voce che prima canticchiava si era interrotta e disse:
– ahhhh, piccola mia! si, si! vieni, splendida fanciulla, vieni che si, si c’è il tè ora! si, si! tè alla violetta con profumo di bosco, tè al dolce miele delle api di maggio… vieni bambina vieni, giù si, si! mangiamo il dolce alle noci, che c’è il tè ora si, si!

Poisha scese timidamente lungo la piccola scala di legno tenendosi al mancorrente, perché si sentiva ancora debole e un po’ stordita.
Non sapeva perché, ma no aveva paura ora. La curiosità era ora a dominarla e inoltre le veniva da ridacchiare, senza sapere perché.

La scaletta terminava in un ingressino, con la porta che doveva essere quella principale, visto che era un po’ più grande ed aveva due piccole finestrelle all’altezza della testa: una specie di oblò su ciascuna delle due ante, dai quali entrava una gran luce.
Questo ambiente divideva due stanze. Sulla destra quello che doveva essere il salotto, con un grosso tavolo ricavato dal tronco di un albero gigantesco, la forma a losanga pari a quasi tre metri di lunghezza. Anche le sedie intorno ad esso sembravano direttamente tratte da tronchi di albero, direttamente ricavate nella loro forma semicircolare.
La credenza ed il camino erano di aspetto più ordinario. La prima sembrava molto simile a quella che aveva avuto modo di vedere a casa della zia. Un mobile semplice e funzionale. E il camino era di mattoni rossi. Dal fumo che si produceva in quantità simile verso l’alto e verso l’interno, Poisha ritenne che non fosse di gran fattura. Alle pareti vi erano strani arazzi di colore bianco ed oro, i cui simboli ed i disegni in essi rappresentati erano al tempo stesso familiari e sconosciuti alla ragazza.

All’altro lato vi era la cucina, dove un vecchio umano vestito in una tonaca azzurro elettrico trafficava con il pentolame. Stava a piedi scalzi sul pavimento di legno irregolare, piedi gonfi di calli e un po’ ricurvi. Il colore acceso della veste, benché non fosse decisamente del gusto di Poisha, era affascinante e si sorprese a domandarsi come aveva ottenuto quel tono di azzurro. Le larghe maniche ricadevano al gomito, ogni volta che il vecchio alzava le braccia per prendere qualcosa dagli scaffali alti. Come le due tazze di terra cotta che evidentemente erano destinate ad ospitare il tè promesso. I capelli bianchi e lunghi erano raccolti in una unica treccia, che arrivava a metà della schiena. Il vecchio lanciò un sorriso aperto da sopra la spalla verso la ragazza, mostrando denti irregolari ed un canino in oro risplendente. Aveva un nasone aquilino, folte ciglia e barba parimenti bianca. Gli occhi erano di un azzurro chiaro ed intenso, quasi del colore del ghiaccio.
Ridacchiava, ora, mentre versava un liquido fumante di colore verdastro nelle tazze disposte accanto al fuoco. La zona della cucina era infatti costituita da un fornetto di una qualche tipo di argilla e di due piccoli fuochi, alimentati con un qualche liquido, che fungevano da fornelli. Poisha sapeva che era un liquido infiammabile, la fonte di quei focolari, perché aveva visto il vecchio versarne un poco, di quel liquido rosato, in un contenitore al di sotto di essi per rifornirli prima di accendere.

Poste le due tazze fumanti su di un piccolo vassoio in legno, assieme a piccoli biscotti dalla forma irregolare e tozza, si diresse verso la stanza accanto facendo un cenno sorridente alla ragazza. Il vecchio si muoveva con grazia imprevista, e fu quasi con una piccola piroetta che pose il vassoio sul tavolo, sedendo su di una sedia e barbugliando di nuovo il motivetto di prima, ma senza che le parole fossero davvero discernibili.

Poisha sedette di fronte al tè fumante ed ai biscotti, aggrottò le sopracciglia un paio di volte, gettò uno sguardo al vecchietto, e chiese incerta nella lingua Mushan:
– chi siete, Signore?
– intendi in senso assoluto, universale, o circostanziale? – disse il vecchietto con voce roca e con sorriso sornione, fissando il soffitto e ponendo la mano a mezz’aria, rivolta anch’essa verso l’alto, in un gesto teatrale che la ragazza trovava decisamente fuori luogo.
– … ma … non saprei… ma cosa vuol dire? – ribatté imbarazzata e confusa.
– vedi mia cara, la tua è una domanda generica e rispondere con precisione è complicato… in ogni caso è senza dubbio la domanda sbagliata…
– davvero? – ora lei si grattava il mento con la punta delle dita, e fissava seria il vecchio strambo – e quale sarebbe la giusta domanda, allora?!
– la giusta domanda, mia giovane apprendista, sarebbe stata “chi sono io, gentile signore?” – pronunziò la frase nel modo che aveva la mamma per sottolineare le parole importanti, mettendo accento su giovane apprendista.

E Poisha, per un motivo che non comprese in quel momento, ebbe la certezza che il vecchio avesse proprio ragione.

La casa nel bosco
La casa nel bosco

Equilibrium – 2.4 – Zunnhar Arkbàh

Zunnhar era soprannominato Arkbàh, che vuol dire “il demente” nel linguaggio antico degli umani, oppure Koldht, che vuol dire lo stesso nella lingua degli orchi. Certo i mezz’orchi erano, per la maggior parte, abbastanza stupidi per il metro umano. E Zunnhar Arkbàh su questo pregiudizio contava molto. Perché in generale le persone pensavano lo stesso di lui, non conoscendolo. Era cosa molto utile, per un personaggio come Zunnhar, che lo si considerasse uno sciocco. Ma Gromho lo conosceva. E lo conosceva bene, da quando quel trovatello incredibilmente dotato, cresciuto negli orfanotrofi Imperiali di Karmas, era scappato al sud a soli nove anni per cercare “fortuna”.
Zunnhar non era un demente, e di sicuro non era neanche di un’intelligenza comune. Parlava correttamente e quasi senza accento sei lingue, conosceva molti segreti dell’alchimia ed era una persona decisamente influente a Shalem.
Aveva mani in pasta dappertutto, ed ottimi contatti nella Corporazione dei Mercanti.
Era Gromho, in effetti, il suo contatto.
Lo gnomo era quindi abbastanza scocciato della pantomima e sbottò seccato – … ora basta Zunnhar, usa una lingua civilizzata per gli dei! siamo solo io e te in questa camera, dannazione!
Il mezz’orco fece uno di quei suoi sorrisi che sembrano tanto dei ghigni contorti. Del resto i tratti del volto erano più simili ad un uomo preistorico, con una fronte sfuggente, la mascella grottescamente grande e quell’accenno di zanne al posto dei canini. La pelle leggermente verdognola conferiva all’insieme un aspetto inquietante.
Sorrise a Gromho, ma era anche sospettoso. Lo gnomo era un esperto Mercante, e non era da lui lasciar intendere in modo così evidente quanto avesse fretta e quanto gli stesse a cuore quella strana spedizione.
Il mezz’orco sospettava qualche strano inghippo. Era in debito con il piccoletto, e lui onorava sempre i suoi debiti ed era fermo nella sua parola. Doti che lo avevano aiutato assai nel farsi “strada” nella vita. Ma anche la sua paranoia latente era stata utile in numerose circostanza. Quindi cercava di soppesare con attenzione le vere ragioni del vecchio mentore.
Il mezzorco godeva certamente di altri contatti importanti in città. E neanche Gromho sapeva della sua posizione all’interno della Gilda degli Ladri. Ma l’appoggio dello gnomo presso i potenti Mercanti del Piccolo Villaggio si era rivelato assai utile, in molte circostanze, e non voleva di certo rinunciarci lasciandolo finir male in qualche guaio.
Come desideri – disse quindi nella lingua Imperiale comune – Non sia mai che mi si accusi di scortesia, e poi da un vecchio amico! Ma come ti dicevo, dovrai accontentarti di quello che ho “sotto mano”, visti i tempi da te richiesti. E non solo saremo pari con il nostro piccolo “sospeso”, ma sarai tu ora a dovermi un favore.
Gromho sapeva cosa stava cercando di fare il suo vecchio pupillo. Fece un sorrisetto divertito alla manovra del suo amico. Stava trattando e cercando di capire il margine di trattativa.
L’anziano gnomo aveva una pelle un po’ grinzosa, avvizzita per lo standard gnomico visto che conservano una pelle liscia e ben colorita anche oltre i duecento anni di età. Tuttavia quando sorrideva mostrava ancora denti bianchissimi e regolari, ed i piccoli occhi scuri leggermente a mandorla si illuminavano come quelli di un ragazzino.
Teneva ora in mano la sua pipa di legno ben mordicchiata, e con la sinistra si tormentava il piccolo pizzo bianco sul mento. Diede quindi un’arricciatina al suo nasone a patata, prese un’altra boccata dalla pipa di fumo speziato, e rispose con calma – No. Pagherò di tasca mia i mercenari che mi procuri. E mi fiderò di te su quello che hai trovato, visti i tempi brevi che hai avuto. E saremo pari con il tuo debito. Ma niente di più. Non è una trattativa, e sono stato onesto con te, ragazzo. Non si tratta di affari, è una questione di famiglia, e voglio sperare che tu non speculerai su questo… – calcò la frase “voglio sperare”, guardando dritto negli occhi gialli di Zunnhar. Il mezz’orco portava i capelli lunghi in tante piccole trecce scure, che tormentava sulla nuca quando era indeciso. Come fece adesso. No, non voleva taccheggiare il vecchietto. Ed avrebbe comunque pareggiato un favore senza rimetterci un soldo. Anzi avrebbe potuto sistemare alcune rogne. E forse farsi pagare anche una piccola “commissione”.
Bene allora. Dovrai versare il pagamento anticipato, che io tratterrò qui per intero. Per quanto concerne le condizioni accordate con loro, per la tua stessa sicurezza, i mercenari saranno pagati la metà prima di partire ed il resto al loro ritorno qui da me. Ti costeranno mille monete d’oro per ciascuno e le spese saranno comunque a tuo carico. Riconoscerai a me cinquecento monete di commissione e se accetti saranno pronti tutti domattina all’alba, come mi hai chiesto. Saranno al tuo servizio per massimo di un mese, e per non meno di due settimane. – tese la mano allo gnomo, perché entrambi sapevano che la parola era vincolante come un contratto e tanto sarebbe bastato: una stretta di mano.
Era stato il vecchio gnomo, molti anni fa, ad inculcare nel piccolo Zunnhar questo prezioso precetto.
Gromho fece un sospiro e si guardò pensieroso attorno, fissando poi lo sguardo su una delle travi in legno del soffitto.
Si trovavano nel salottino dell’abitazione del mezz’orco. Il camino accesso era l’unico elemento che ravvivasse un ambiente anonimo e piuttosto triste. Il “tono basso” era una delle regole che si era evidentemente dato, visto che la casetta in legno era una mezza catapecchia. L’arredamento povero della stanza non era di certo un segno delle ricchezze che il faccendiere aveva accumulato. Il vecchio gnomo era stato sì il mentore del ragazzo nei suoi primi anni nella cittadina di Shalem, ma non poteva darsi il merito di quei risultati. Il ragazzino era stato un allievo impressionante, attento, sveglio e soprattutto meticoloso. Doti che Gromho aveva sempre apprezzato ed in parte invidiato.
Sapeva delle ricchezze di Zunnhar in modo non approssimativo, visto che lui stesso aveva fatto in modo che fossero trasferite per la gran parte nella Banca Imperiale di Karmas.
Era quello il favore che ora avrebbe saldato con lui.
Inoltre ci avrebbe rimesso ben tremilacinquecento monete in oro.
Tanto per cominciare, visto che provviste e spese erano a suo carico.
Sospirò di nuovo fissando la mano tesa dell’amico.
Era in debito con la ragazzina, in debito con la madre adottiva e con i Munshan in generale. Non era stato sincero, aveva creduto di liberarsi del Fato scaricando le sue responsabilità su di loro ed ora doveva rimettere le cose a posto. Prima che peggiore Sfortuna lo raggiungesse.

Strinse la mano di Zunnhar, che fece un altro di quei suoi sorrisi-ghigno.

Zunnhar
Il piccolo Zunnhar "si arrangia" a Shalem

Equilibrium – 2.2 – Gromak

Shalem, il Piccolo Villaggio, il Crocevia del Commercio.
Shalem, Nordak, e tanti altri nomi ancora per il Piccolo Villaggio che divenne presto una piccola cittadina, al crocevia delle due più importanti arterie Imperiali.

Nelle radure a nord del fiume Delmian, quando l’Impero pose in costruzione le antiche strade che percorrono le Terre, da sud a nord e da est ad ovest.
A quei tempi il fiume fu deviato e presto le terre che circondavano il villaggio furono aride, e la pianura verdeggiante divenne una tavola impolverata.

Ora, non c’è nulla se non il commercio che ne giustifica l’esistenza.

A Shalem tutto è in vendita e tutto si può comprare. Per i suoi vicoli polverosi ogni genere di affari è trattato. Negli anni, nei secoli, molti Poteri si sono avvicendati rivendicando le terre sulle quali Shalem è stata edificata. Eppure sempre, chiunque fosse il Regnante, i potenti Mercanti della Città sono riusciti ad ottenere una sorta di indipendenza, di giurisdizione autonoma, addirittura il controllo di un piccolo esercito cittadino. Le leggi di Shalem furono sempre rispettate; nel pieno delle più feroci guerre, a Shalem era possibile incontrare in una taverna opposte fazioni ad ubriacarsi ed a trattare affari allo stesso tavolo.

Tutte le Razze erano da sempre benvenute a Shalem, purché portassero qualcosa da vendere, oppure avessero denari per comprare. Nel Piccolo Villaggio le politiche, le guerre, le faide del Regno erano tutte esiliate a favore del commercio. E delle politiche, delle guerre e delle faide ammesse vi erano solo quelle legate al commercio stesso.

Le leggi di Shalem erano poche e semplici, e dunque facilmente comprensibili a rispettare da tutte le Razze. Anche le più ottuse fazioni di Semi-Umani delle montagne, ne comprendevano i pochi precetti che riguardavano il furto o il mancato rispetto di un accordo.

Questa sorta di “extraterritorialità” aveva inoltre arricchito la cittadina di molti abitanti non proprio legati al commercio, che tuttavia trovavano più agevoli le leggi di Shalem quanto le prigioni del Regno, o peggio. Le Gilde dei Ladri e degli Assassini erano influenti a Shalem quasi quanto la Corporazione dei Mercanti, che eleggeva il Consiglio di Reggenza.

In questa casuale accozzaglia di culture ed etiche contrastanti, era possibile incontrare nella Via dei Templi maestose cattedrali innalzate agli dei della Luce, giusto di fronte all’equivoco e misterico Covo del Culto della Morte.

Queste connivenze, a dire il vero assieme a molti altri concetti, restavano incomprensibili ed aliene alla mente semplice di Gromak. Fissava tristemente il pavimento, composto da una miriade di piccole pietre colorate a formare un mosaico. Il disegno del mosaico rappresentava il Dio della Luce mentre dona i Poteri alla sua protetta, Zurkul, protettrice delle Belle Arti. La sala di attesa era in realtà una piccola Cappella del Tempio della Luce, la cui volta a semi-cupola era impreziosita da antichi affreschi che raffiguravano la Creazione. Le feritoie e le vetrate poste in punti strategici davano un prezioso gioco di luci che in questo momento, cadendo dall’alto, a cono, sulle panchette di pietra lungo le pareti, donavano alla saletta un “non se ché” di mistico.

Il vecchio Prelato, che in silenzio osservava, era scosso. Ancora una volta quel bestione di Gromak, un Paladino della Danzatrice, si era macchiato di crimini sanguinosi in nome degli Dei della Luce. Quel Gigante ricoperto del Metallo dei Paladini era il figlio di una pazzia incontrollabile e violenta, che pure lo aveva lasciato Puro e nel pieno del suo Potere. Anche in questo momento il Vecchio poteva percepiva il diffondersi quasi incontrollato, tutto d’attorno, dell’Aura Mistica che solo i più Grandi Servitori del Culto avevano potuto, un tempo, sfoggiare.
E dopo tanti anni di attesa e di preghiera quel potere si era dunque incarnato nuovamente, ma in un Bestione paranoico e ritardato.

Il Prelato fece un sospiro che riassumeva tutto il peso dei suoi anni e la sua sconfinata delusione, tristezza. Scostando lentamente il drappo bianco-oro, l’arazzo che lo celava, fece il suo lento ingresso nella piccola Cappella; sedendogli di fronte si rivolse a lui con voce stanca e roca —
” Gromak, l’Ordine non può più proteggerti… Io non posso più proteggerti. Questa volta … questa volta non vedo altra soluzione… al fatto che tu prosegua il tuo Cammino altrove, cercando le Ragioni del tuo Essere in luoghi remoti da qui … mi dispiace figliolo, ma questo è il Precetto … ”
Chinava il capo e sospirava ancora, stanco —
” Ma Padre! ” — la voce del Bestione era un ruggito frustrato, quasi gridato — ” Padre io non ho fatto nulla che non fosse il Volere di … ”
” BASTA! ” — il vecchio si era ora alzato ed aveva lui gridato, le gote tremanti dalla rabbia —
” BASTA! Non BESTEMMIARE in mia presenza! C’erano BAMBINI …Gromak! … per l’amore del Cielo! BAMBINI! ”

Tossendo convulsamente, il vecchio ricadde pesantemente a sedere, scuotendo il capo.
Con mano tremante afferrò una lettera, la estrasse dalla manica della sua tunica. Imbustata in carta di pergamena anonima, consegnò il plico all’uomo che aveva di fronte a se —
” Questa lettera ti consentirà di essere accolto in altri Templi, se necessario. Ma solo per brevi periodi, sappilo. Gli Dei possono perdonare te, Gromak, e la tua Mente Vacua. Ma non perdoneranno mai me, per quello che è successo in questi anni. Prendi questa lettera e la mia triste Benedizione, figliolo, e non dire altro. Domani all’alba ti presenterai alla taverna del Grifone Bianco, quella vicino al mercatino della porta Ovest, e chiederai di Zunnhar. Ti darà dei denari per scortare dei mercanti diretti a sud, e tu potrai viaggiare con loro. Al resto penserò io. Ma vai ora! subito! che io possa espiare per entrambi le nostre Colpe … ”
” PADRE! ” — la voce del Bestione risuonava come il lamento del Leone Ferito.
” Taci! ” — il Vecchio cadde ai piedi dell’uomo, abbracciandone le ginocchia ” … taci, e perdonami … ”

Gromak era stupido. Non capiva molte cose. Ma sempre aveva interpretato i Segni, e la Voce degli Dei ogni volta che lo avevano comandato. E sapeva, sempre, che seguendo i Precetti ed ubbidendo ai suoi Dei senza chiedere, la sua strada sarebbe stata La Strada Illuminata.

Era quindi riluttante ma era un Devoto ed avrebbe dunque ubbidito, ancora una volta, alla sua Voce interiore.
Accarezzò lentamente, piangendo, la testa dell’uomo, del Prelato, che era stato per lui un Padre.
Afferrò quella testa dolcemente, sollevandola per dare un ultimo sguardo agli occhi chiari e tristi del vecchio.
E poi piangendo spezzò il collo del Vecchio Prelato, prima di allontanarsi dal Tempio di Shalem per sempre.

Gromak
Gromak della Luce

Equilibrium – 2 – Debito di sangue

Gomho aveva quasi cinquecento anni. Che anche per un gnomo era un’età impressionante. Ne avrebbe vissuti circa quattrocento di meno se un Munshan di nome Namteh non gli avesse salvato la vita.
Era stato curato proprio li dove era seduto ora, nella casa di Namiah. Che era la pro pro nipote di Namteh.

“Tu non ti rendi conto di quello che chiedi, piccola…” – disse Gomho tossicchiando il fumo della sua pipa – “Il mondo Esterno è qualcosa che voi non potete immaginare, neanche lontanamente. Le storie che vi ho raccontato sono solo una piccola parte degli orrori e dei pericoli che ci aspettano, lo sai?!”
“E’ per questo che tu devi accompagnarmi, nonno” – rispose Nemiah con voce pacata, calcando però sulla parola ”nonno” – “La mia bambina è scomparsa ed io la devo ritrovare. Noi crediamo sia stata rapita, abbiamo trovato i segni vicino al suo stagno. Ho chiesto all’Acqua. Ti dico che l’hanno portata via”

Il vecchio gnomo cacciò un lungo sospiro. Anche lui lo sapeva. La piccola non se ne sarebbe mai scappata dalla sua mamma in quel modo. Ma se l’avevano presa i mercanti di schiave, non era sicuro che sarebbe stato bene sapere della sua fine, per la madre.

Prima che potesse parlare Nemiah pose con dolcezza un dito sulle labbra del vecchio – “Lei è viva. Io lo so. Ed è in pericolo. Ed è impaurita. Io la devo trovare. Noi la dobbiamo trovare. E dopo sarai libero da qualsiasi debito” – lo disse sorridendo dolcemente, ma calcando sulla parola ”dopo”.
Per un attimo Gromho vide negli occhi di Namiah gli occhi del suo antico amico. Sorrise divertito – “Non hai bisogno di usare i tuoi trucchi con me, piccola. Lo faccio perché voglio bene alla bambina e voglio bene a te. Questo dovresti saperlo” – disse, ghignando sornione.

Namiah abbassò lo sguardo, solo un attimo però – “Hai ragione, ma io sono una Madre, e sono disperata. E ho bisogno che tu mi aiuti. A qualunque costo, io devo andare.”
“E io ti aiuterò, dolce Namiah, e troveremo tua figlia Poisha. Ma dovremo fare a modo mio. Se davvero tieni a lei, tu dovrai fare esattamente quello che ti dico” – disse lo gnomo, puntandole minaccioso la pipa. Questa volta fu la Munshan a sorridere tristemente – “D’accordo nonno, faremo allora a modo tuo. Promesso.”

E fu dunque così che la strana coppia partì, il giorno dopo. Namiah era vestita con un abito per molti versi simile a quello del vecchio Gromho: una spessa tunica di lana grezza, in vivaci tonalità di rosso ed arancio. Imbacuccata in quella specie di sacco, la bella Munshan poteva passare per una giovane gnoma, cosa sulla quale il vecchio contava non poco.

Mentre si allontanavano dal villaggio di Shka, tutti gli abitanti si accalcavano per salutare la loro compaesana in partenza.
Era un evento traumatico. Neanche una settimana prima era scomparsa la piccola Poisha, che tutti ne sentivano fortemente la mancanza. Ed ora nuovi addii, e nuova mancanza.
Tutti volevano salutare, almeno dare una carezza. Qualcuno lanciava un bacio e molti fiori venivano gettati nella loro direzione.
Per la prima volta, a loro memoria, si vedeva un Munshan partire.
E per la prima volta nella storia del villaggio, la sera, nessuno aveva voglia di festeggiare intorno ai fuochi, o di raccontare una delle storie incredibili del vecchio amico gnomo.

Tutti gli Spiriti infatti protestavano la partenza della bella e dolce Namiah, molti arbusti cercarono addirittura di impedirne il viaggio. Il sentiero spariva in continuazione, facendo disperare lo gnomo e scavando un sorriso triste sul volto della donna.

Per la prima volta nel profondo bosco di Malkath, al villaggio di Shka, si conosceva la Tristezza. E tutti i Munshan si trovarono concordi nel giudicare che non era una bella cosa.

Eppure i due infine si allontanarono dalla piccola radura, dalle casette sugli alberi. Il vecchio sapeva che la donna era agitata, benché ostentasse la sua usuale calma e si teneva composta sul piccolo carro, aggrappata al bavero della casacca. Lei non aveva mai lasciato il suo bosco. Ma la sua bimba era stata rapita. Ed era successo qualcosa di brutto, lei lo sentiva. Doveva trovarla. E riportarla a casa.
Tornati al bosco, li tutto sarebbe tornato al suo posto.

“Come prima cosa” – disse il vecchio, tirando fuori il tabacco per ricaricare la pipa – “dobbiamo trovare un valido aiuto”
“Cosa?!” – disse la donna terrorizzata – “Vuoi assoldare un Esterno!?”
“Ascolta piccola” – lo gnomo sospirò – “potremmo avere bisogno di aiuto. Non sappiamo dove sia andata a finire mia nipote, ed avremo bisogno di un piccolo rinforzo, temo.”
Erano parole che la fecero preoccupare ancora di più, se possibile, tuttavia non poté fare a meno di fare anche un piccolo sorriso. Il vecchio aveva chiamato la piccola Poisha, per la prima volta, ”sua nipote”.
“E io so anche chi deve darmelo, questo aiuto” – ora lo gnomo stava sogghignando.
“A chi stai pensando, Gromho?”
“Ah …. hmm … un giovane amico, dal quale devo riscuotere un debito” – rispose ridacchiando.

Gli alberi trattengono Namiah
Il sentiero che cambia

Equilibrium – 1.7 – Fuoco e Terra

Era un orribile sogno, uno di quegli incubi che la mamma le scacciava con le sue Arti.
Per un tempo che le parve eterno, si trovò in uno stato di semicoscienza, caracollata sul povero mulo, aggiunta alle molte masserizie.

Era legata mani e piedi, ed era ricoperta di un telo puzzolente e ruvido, di colore marroncino, invece della sua bella veste colorata.

Aveva smarrito la nozione del tempo.
Fu forzata a bere e mangiare. Stordita e confusa, deglutì quanto le fu somministrato.
In un momento di lucidità si accorse che l’uomo la stava ancora possedendo. Ma lei non era bagnata, non era eccitata, e l’uomo le faceva male.
E lui rideva lo stesso, compiaciuto.

Poisha non capiva.
Perché le stava facendo questo? Dove si trovava? Dove erano diretti?

Le sembrava di vivere una di quelle storie spaventose che il nonno le raccontava di nascosto, e nello stato confusionale le sembrò di essere la sfortunata protagonista di una di quelle avventure.
Avventura che ora non trovava per nulla eccitante ma solo terribilmente spaventosa, raccapricciante.

Alla fine, lentamente, uscì da quello stato di allucinazione.
E non era più sola. Le orecchie le ronzavano, la testa dolente, piano piano riprese coscienza di sé e di quanto la circondava.

Era seduta ad un albero avvizzito, legata mani e piedi. I polsi e le caviglie le dolevano in modo pazzesco, e tutti gli arti sembravano essere morsi da mille piccoli insetti.
Si trovava in una piccola radura, con pochi alberi secchi, in un avvallamento fra due colline.
Non aveva mai visto un terreno così aperto, così privo di alberi attorno. Si sentì profondamente turbata ed una vertigine improvvisa le fece rimettere, fra colpi di tosse e convulsioni.

Respirando a fatica, si sforzò di mettere a fuoco la vista e di guardarsi meglio quanto le stava vicino.
Vi erano altre femmine legate, come lei. Erano quasi tutte umane, anche se solo altre due avevano la pelle scura come la sua.
Le maggior parte delle altre erano rosee o rossicce di pelle ed i loro capelli erano marroni.
Erano dodici in tutto.
Due di loro non erano umane, simili ai sui cari Munshan, ma avevano una statura che le avrebbe portate, erette, ad un’altezza eguale quasi a quella degli uomini.
E la loro pelle era di un tale pallore, che risplendevano anche nella residua luce crepuscolare. I capelli, infine, erano del colore dell’oro.

Una di queste fissava il vuoto. Quello sguardo vacuo era doloroso quanto i legacci che le segavano i polsi. L’altra era tenuta ferma vicino ad un grosso fuoco da due umani, mentre un terzo le stava addosso dimenandosi. La poverina sotto piangeva piano, singhiozzando sommessamente, quasi a non volersi far sentire dalle altre.

Gli uomini erano poco più che sagome, alla luce di quel fuoco, eppure poco discosto lei riconobbe il suo aguzzino.
Era li in piedi e guardava con il suo ghigno lo spettacolo della violenza.

Un sentimento di rabbia e di odio le esplose in testa, come non le era mai capitato.
Ebbe una fitta terrificante di dolore alle tempie, che quasi ne svenne.

Mentre lottava ansimando per restare cosciente, sentì una voce che pronunciava qualche parola nella brutta lingua degli uomini.
Era tuttavia una voce così suadente, pacata, da far sembrare anche la rozza lingua dei briganti un soave idioma.

Era della stessa strana razza, a cui apparteneva la donna violentata in terra.
Anche se le differenze nei lineamenti non erano mote, sapeva che era un maschio.
Era letteralmente ricoperto di metallo, di molti piccoli anelli di metallo.
La sua veste ne era costruita per intero, e ne aveva ricoperto anche il capo.
Sulle spalle aveva un lungo mantello di colore verde scuro ed impugnava una lunga spada, di un metallo bluastro.

Gli uomini del campo gli si lanciarono contro, grugnendo, afferrando quanto avevano a portata di mano.
Uno prese un grosso tizzone, mentre un altro un ferro per maneggiare il fuoco.
Il terzo sembrava preso dal recuperare le braghe alla cinta.
Ma lui, il suo aguzzino, il mostro, aveva una spada e lentamente girava intorno al fuoco, fissando lo straniero.

I primi due uomini caddero subito a terra, con un rantolo raccapricciante, tenendosi la gola. Il terzo tentò di sfuggire, ma cadde incespicando nelle braghe mezze calate, e fu trafitto nella nuca.

Ma il carceriere di Poisha aveva completato il suo strisciare attorno al fuoco, ed ora tentava di raggiungere il cavaliere alla schiena.
Poisha così parlò allo Spirito del Fuoco. Imprigionato dagli uomini nel campo, gli fu offerta Libertà e Vendetta.
Fornì al Fuoco il suo odio, la sua rabbia; tutto il suo dolore incontrollato lo diede in dono a quello Spirito, che se ne servisse.

Sentì il sapore del sangue nella gola, un dolore accecante nelle tempie, e poi infine il Fuoco rispose.
Una Fiamma, alimentata dall’odio, bianca per quanto intensa, eruttò da quella pira con tale forza da scagliare via per alcuni metri il brigante.
Il corpo fu avvolto in un fuoco inteso, che lo ridusse a cenere in pochi istanti.
La Fiamma venne quindi come risucchiata indietro, al grosso falò, e si trasformò in una colonna di fuoco, una spirale di fiamme avvolte su se stesse.

La colonna prese a crescere rapidamente di dimensioni, soprattutto in altezza.
La ragazza ne era rapita, ipnotizzata. Gli occhi sgranati, non riusciva ormai a capire se era lei che alimentava la fiamma, oppure era la fiamma che alimentava lei.
Si sentiva scorrere il Potere del Fuoco nelle vene, nel cervello, sulla pelle.
Sentiva il sospiro dello Spirito finalmente libero, selvaggio, violento, indomito ed indomabile.
Sentiva la sua Voce che le gridava tutta la Forza degli Elementi, tutta la libertà assoluta del Suo vigore.

E mentre stava per abbandonarsi a quelle sensazioni, all’esaltazione dell’essere liberi e selvaggi, tutto cessò di colpo.

Poche parole secche, pronunciate in una lingua sconosciuta, e la fiamma si spense.
Attorno a Poisha l’erba bruciava ancora; un fumo acre, accompagnato da un fetore terrificante, avvolgeva la piccola radura.
Il cavaliere pallido vestito di metallo, guardava con occhi sgranati la ragazza, la bocca semiaperta.
Puntava la sua spada verso di lei ma indietreggiava lentamente e mormorava di nuovo altre parole di quella lingua strana e musicale.

Il suo tono, ora, non era affatto pacato.
Lei riconosceva la paura dello straniero.
I suoi sensi erano amplificati e sentiva odori nuovi, che portavano nuovi significati.
Sensazioni nuove, che la inebriavano.

Guardava ora le sue corde.
Quelle fibre, che le stringevano polsi e le caviglie, erano costrette quanto lei. Fu facile indurle al allentare quella presa.
Ed i nodi si sciolsero.

Si alzò lentamente da terra, e si accorse che era nuda. La nausea l’assalì di nuovo, ebbe un conato e rimise, ancora tossendo, fra spasmi e dolori di testa.
Aveva fitte improvvise allo stomaco. Era sangue quello che tossiva.
Dolorante, confusa, si accorse di fissare le proprie mani: tremavano in modo incontrollato; tutto il corpo le doleva e le bruciava.

Ansimando si guardò attorno, cercando di mettere a fuoco la vista appananta.
Guardava le donne attorno, e qualcosa non andava: erano tutte immobili.
Tutte silenziose, ora. Tutte scure.
Erano tutti corpi carbonizzati.
Tutti.

Poisha urlò una volta. Due.
Con occhi che non vedevano, fissò di nuovo il cavaliere straniero.
Questi aveva nel mentre tracciato dei segni in terra, con la sua spada, e stava ancora parlando nella sua lingua incomprensibile.
Ma lei capiva lo stesso cosa voleva ottenere: lei sentiva che il cavaliere parlava allo Spirito della Terra.
Non ne capiva le parole, ma capiva le sue richieste.
Lo straniero voleva ucciderla; voleva usare lo Spirito della Terra contro di lei.

Si sentì improvvisamente triste, sola, spaurita, tradita.
Tradita, perché lo Spirito della Terra era il suo preferito.
Senza neanche accorgersene, si trovò a cantare allo Spirito della sua tristezza, il suo abbandono, la sua paura, la sua disperazione, la sua solitudine.

Poisha pianse, e quando alzò nuovamente lo sguardo il cavaliere straniero non c’era più.
Lì dove stavano lui ed i suoi strani segni nel terreno, c’era solo una pozza di fango rappreso.

Lo spirito del Fuoco liberato
Lo Spirito del Fuoco liberato