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Equilibrium – 2.6 – violetta selvatica, violetta lunatica

Ci sono circa trecento categorie di sapori, che i Mushan hanno pazientemente catalogato.
Ad onor del vero, bisognerebbe specificare che molti di essi ritenevano possibile con buona approssimazione ricondurre tutti i sapori noti a non più di un centinaio.
Tutti loro erano del resto concordi nel riconoscere come dato oggettivo il punto che, in ogni caso, i sapori erano consistenti in non più di una trentina di famiglie, riconducendo ad esse ogni tipo di esperienza degustativa.
Beh, erano parecchie le teorie dei suoi piccoli amici che, in cuor suo, non riusciva a capire; questa cosa sui sapori ad esempio non poteva essere corretta: il sapore che permaneva nella bocca di Poisha era di certo al di fuori di tutte quelle loro strane categorie. Non era semplicemente orrendo per via dell’amarognolo sottofondo mentato; il bolo che si ritrovava a masticare era ricco di strani e pungenti fermenti, che le davano vertigine e forti contrazioni alle mucose del naso. Prese a sputare e a tossire quella schifezza, digrignando i denti ed ansimando come un animale ferito.

Ricordava vagamente quello che le era capitato, gran parte dei suoi ricordi aveva l’impressione che fossero in realtà frutto di vaneggiamenti e incubi scaturiti dalle droghe e dai maltrattamenti subiti. Si guardò nervosamente attorno, muovendo la testa a piccoli scatti in tutto simile ad un piccolo uccellino spaventato.

Era rannicchiata in un lettone morbido dal materasso alto e imbottito di grossi batuffoli di cotone, come si poteva capire dalla copiosa parte che da qualche lato era fuoriuscita al pavimento.
La coperta era calda e morbida, fatta in lana e composta di mille piccole pezzette, come tanti frammenti rubati a tanti diversi drappi colorati.
C’erano qui e là disegni di piccoli animali, alcuni solo parziali perché finivano in corrispondenza delle cuciture al pezzetto successivo.

Il letto era ospitato all’interno di un basso vano in legno, come a dire che il materasso era incastrato in una specie di vasca rettangolare, di questo leggermente più bassa. Dai vertici della base partivano delle piccole colonne, sempre in legno, intarsiate in modo fitto con strane e perfette fantasie di foglie e piante, tanto perfette che sembravano quasi esservi cresciute sopra e trasformatesi poi in legno a fondersi con la colnnina.

Le colonnine di legno sostenevano un baldacchino dello stesso materiale, anche questo era lavorato in modo tale da sembrare un tetto di grosse foglie.

Tutto d’attorno era un tendaggio di pizzi bianchi, che consentiva solo in parte di vedere attraverso di esso il resto della stanza.

Poisha mosse lentamente la tenda che copriva il lato lungo del letto, guardando quindi il luogo dove si ritrovava con un certo smarrimento e tuttavia curiosa di comprendere come era arrivata in quel posto e a chi appartenesse.

Anche il pavimento era composto interamente di tavole di legno, un legno chiaro e ricco di vortici e linee a comporre uno strano e complesso disegno; spesso sembrava che le tavole del pavimento fossero accostate le une alle altre, proprio in considerazione del tipo di linee che assieme componevano, attraverso i circoli dei propri anelli piuttosto che le piccole imperfezioni dei nodi.

Accanto al suo letto vi era una sedia in legno ma di fattura più comune, lavorata evidentemente a secchi colpi di spatola e non troppo rifinita lungo i bordi dello schienale e della seduta.
Sulla sedia stava una veste verde scura, con una mantellina marrone. Ai piedi della sedia vi erano dei piccoli stivali in pelle morbida, che i gambali erano afflosciati a terra.
Sopra quelle era anche tutto il resto … una sottoveste, una cinta, le braghette …

Vi era un piccolo armadio socchiuso, sempre in legno e sempre di fattura comune, lungo la parete più distante. La parete alla sua sinistra invece aveva una porta che, di nuovo, era lavorata in modo strano ed emozionante: anche qui sembrava essere stata ricoperta di arbusti e piante di ogni genere prima che questi fossero misteriosamente cambiati in legno.

Poisha diede un’occhiata a se stessa, e si accorse di essere nuda. Ebbe un momento di panico al ricordo dei suoi aguzzini, e cominciò a vestirsi rapida di quelle vesti che aveva trovato accanto a sé, scossa da un tremito incontrollato. Sentiva di nuovo la paura artigliarle lo stomaco.
Attraversò circospetta la porta della sua stanza, per ritrovarsi in uno stretto corridoio.
La casa sembrava interamente in legno. A sostegno di un tetto spiovente, come al soffitto della camera appena abbandonata, vi erano delle travi che attraversavano la volta del piccolo corridoio. A terra ancora le stesse tavole ed assi che aveva potuto osservare prima.
Alla sua sinistra vi era una piccola finestra, dalla quale entrava molta luce, più di quanto Poisha non gradisse in quel momento.
Le porte lungo il corridoio erano quattro in tutto, ed erano tutte simili a quella aperta, dalla quale era uscita lei.

Alla destra una piccola scala portava dabbasso, dove una voce dolce ma un po’ afona e stonata, canticchiava una sconosciuta ballata

“ … violetta selvatica, violetta lunatica,
dammi un assaggio del tuo profumo ,
lasciati cogliere ancora per oggi, violetta selvatica, vieni con me;
fuggiamo assieme al tramonto nei campi, fuggiamo verso vallate ridenti,
vieni come me fiorellino splendente, doniamoci ora, ora e per sempre ”

Senza riuscire a capire bene il perché, a Poisha scappò una risatina e si sentì tranquilla e di buon umore. Da sotto alla scala la voce che prima canticchiava si era interrotta e disse:
– ahhhh, piccola mia! si, si! vieni, splendida fanciulla, vieni che si, si c’è il tè ora! si, si! tè alla violetta con profumo di bosco, tè al dolce miele delle api di maggio… vieni bambina vieni, giù si, si! mangiamo il dolce alle noci, che c’è il tè ora si, si!

Poisha scese timidamente lungo la piccola scala di legno tenendosi al mancorrente, perché si sentiva ancora debole e un po’ stordita.
Non sapeva perché, ma no aveva paura ora. La curiosità era ora a dominarla e inoltre le veniva da ridacchiare, senza sapere perché.

La scaletta terminava in un ingressino, con la porta che doveva essere quella principale, visto che era un po’ più grande ed aveva due piccole finestrelle all’altezza della testa: una specie di oblò su ciascuna delle due ante, dai quali entrava una gran luce.
Questo ambiente divideva due stanze. Sulla destra quello che doveva essere il salotto, con un grosso tavolo ricavato dal tronco di un albero gigantesco, la forma a losanga pari a quasi tre metri di lunghezza. Anche le sedie intorno ad esso sembravano direttamente tratte da tronchi di albero, direttamente ricavate nella loro forma semicircolare.
La credenza ed il camino erano di aspetto più ordinario. La prima sembrava molto simile a quella che aveva avuto modo di vedere a casa della zia. Un mobile semplice e funzionale. E il camino era di mattoni rossi. Dal fumo che si produceva in quantità simile verso l’alto e verso l’interno, Poisha ritenne che non fosse di gran fattura. Alle pareti vi erano strani arazzi di colore bianco ed oro, i cui simboli ed i disegni in essi rappresentati erano al tempo stesso familiari e sconosciuti alla ragazza.

All’altro lato vi era la cucina, dove un vecchio umano vestito in una tonaca azzurro elettrico trafficava con il pentolame. Stava a piedi scalzi sul pavimento di legno irregolare, piedi gonfi di calli e un po’ ricurvi. Il colore acceso della veste, benché non fosse decisamente del gusto di Poisha, era affascinante e si sorprese a domandarsi come aveva ottenuto quel tono di azzurro. Le larghe maniche ricadevano al gomito, ogni volta che il vecchio alzava le braccia per prendere qualcosa dagli scaffali alti. Come le due tazze di terra cotta che evidentemente erano destinate ad ospitare il tè promesso. I capelli bianchi e lunghi erano raccolti in una unica treccia, che arrivava a metà della schiena. Il vecchio lanciò un sorriso aperto da sopra la spalla verso la ragazza, mostrando denti irregolari ed un canino in oro risplendente. Aveva un nasone aquilino, folte ciglia e barba parimenti bianca. Gli occhi erano di un azzurro chiaro ed intenso, quasi del colore del ghiaccio.
Ridacchiava, ora, mentre versava un liquido fumante di colore verdastro nelle tazze disposte accanto al fuoco. La zona della cucina era infatti costituita da un fornetto di una qualche tipo di argilla e di due piccoli fuochi, alimentati con un qualche liquido, che fungevano da fornelli. Poisha sapeva che era un liquido infiammabile, la fonte di quei focolari, perché aveva visto il vecchio versarne un poco, di quel liquido rosato, in un contenitore al di sotto di essi per rifornirli prima di accendere.

Poste le due tazze fumanti su di un piccolo vassoio in legno, assieme a piccoli biscotti dalla forma irregolare e tozza, si diresse verso la stanza accanto facendo un cenno sorridente alla ragazza. Il vecchio si muoveva con grazia imprevista, e fu quasi con una piccola piroetta che pose il vassoio sul tavolo, sedendo su di una sedia e barbugliando di nuovo il motivetto di prima, ma senza che le parole fossero davvero discernibili.

Poisha sedette di fronte al tè fumante ed ai biscotti, aggrottò le sopracciglia un paio di volte, gettò uno sguardo al vecchietto, e chiese incerta nella lingua Mushan:
– chi siete, Signore?
– intendi in senso assoluto, universale, o circostanziale? – disse il vecchietto con voce roca e con sorriso sornione, fissando il soffitto e ponendo la mano a mezz’aria, rivolta anch’essa verso l’alto, in un gesto teatrale che la ragazza trovava decisamente fuori luogo.
– … ma … non saprei… ma cosa vuol dire? – ribatté imbarazzata e confusa.
– vedi mia cara, la tua è una domanda generica e rispondere con precisione è complicato… in ogni caso è senza dubbio la domanda sbagliata…
– davvero? – ora lei si grattava il mento con la punta delle dita, e fissava seria il vecchio strambo – e quale sarebbe la giusta domanda, allora?!
– la giusta domanda, mia giovane apprendista, sarebbe stata “chi sono io, gentile signore?” – pronunziò la frase nel modo che aveva la mamma per sottolineare le parole importanti, mettendo accento su giovane apprendista.

E Poisha, per un motivo che non comprese in quel momento, ebbe la certezza che il vecchio avesse proprio ragione.

La casa nel bosco
La casa nel bosco

Equilibrium – 1.7 – Fuoco e Terra

Era un orribile sogno, uno di quegli incubi che la mamma le scacciava con le sue Arti.
Per un tempo che le parve eterno, si trovò in uno stato di semicoscienza, caracollata sul povero mulo, aggiunta alle molte masserizie.

Era legata mani e piedi, ed era ricoperta di un telo puzzolente e ruvido, di colore marroncino, invece della sua bella veste colorata.

Aveva smarrito la nozione del tempo.
Fu forzata a bere e mangiare. Stordita e confusa, deglutì quanto le fu somministrato.
In un momento di lucidità si accorse che l’uomo la stava ancora possedendo. Ma lei non era bagnata, non era eccitata, e l’uomo le faceva male.
E lui rideva lo stesso, compiaciuto.

Poisha non capiva.
Perché le stava facendo questo? Dove si trovava? Dove erano diretti?

Le sembrava di vivere una di quelle storie spaventose che il nonno le raccontava di nascosto, e nello stato confusionale le sembrò di essere la sfortunata protagonista di una di quelle avventure.
Avventura che ora non trovava per nulla eccitante ma solo terribilmente spaventosa, raccapricciante.

Alla fine, lentamente, uscì da quello stato di allucinazione.
E non era più sola. Le orecchie le ronzavano, la testa dolente, piano piano riprese coscienza di sé e di quanto la circondava.

Era seduta ad un albero avvizzito, legata mani e piedi. I polsi e le caviglie le dolevano in modo pazzesco, e tutti gli arti sembravano essere morsi da mille piccoli insetti.
Si trovava in una piccola radura, con pochi alberi secchi, in un avvallamento fra due colline.
Non aveva mai visto un terreno così aperto, così privo di alberi attorno. Si sentì profondamente turbata ed una vertigine improvvisa le fece rimettere, fra colpi di tosse e convulsioni.

Respirando a fatica, si sforzò di mettere a fuoco la vista e di guardarsi meglio quanto le stava vicino.
Vi erano altre femmine legate, come lei. Erano quasi tutte umane, anche se solo altre due avevano la pelle scura come la sua.
Le maggior parte delle altre erano rosee o rossicce di pelle ed i loro capelli erano marroni.
Erano dodici in tutto.
Due di loro non erano umane, simili ai sui cari Munshan, ma avevano una statura che le avrebbe portate, erette, ad un’altezza eguale quasi a quella degli uomini.
E la loro pelle era di un tale pallore, che risplendevano anche nella residua luce crepuscolare. I capelli, infine, erano del colore dell’oro.

Una di queste fissava il vuoto. Quello sguardo vacuo era doloroso quanto i legacci che le segavano i polsi. L’altra era tenuta ferma vicino ad un grosso fuoco da due umani, mentre un terzo le stava addosso dimenandosi. La poverina sotto piangeva piano, singhiozzando sommessamente, quasi a non volersi far sentire dalle altre.

Gli uomini erano poco più che sagome, alla luce di quel fuoco, eppure poco discosto lei riconobbe il suo aguzzino.
Era li in piedi e guardava con il suo ghigno lo spettacolo della violenza.

Un sentimento di rabbia e di odio le esplose in testa, come non le era mai capitato.
Ebbe una fitta terrificante di dolore alle tempie, che quasi ne svenne.

Mentre lottava ansimando per restare cosciente, sentì una voce che pronunciava qualche parola nella brutta lingua degli uomini.
Era tuttavia una voce così suadente, pacata, da far sembrare anche la rozza lingua dei briganti un soave idioma.

Era della stessa strana razza, a cui apparteneva la donna violentata in terra.
Anche se le differenze nei lineamenti non erano mote, sapeva che era un maschio.
Era letteralmente ricoperto di metallo, di molti piccoli anelli di metallo.
La sua veste ne era costruita per intero, e ne aveva ricoperto anche il capo.
Sulle spalle aveva un lungo mantello di colore verde scuro ed impugnava una lunga spada, di un metallo bluastro.

Gli uomini del campo gli si lanciarono contro, grugnendo, afferrando quanto avevano a portata di mano.
Uno prese un grosso tizzone, mentre un altro un ferro per maneggiare il fuoco.
Il terzo sembrava preso dal recuperare le braghe alla cinta.
Ma lui, il suo aguzzino, il mostro, aveva una spada e lentamente girava intorno al fuoco, fissando lo straniero.

I primi due uomini caddero subito a terra, con un rantolo raccapricciante, tenendosi la gola. Il terzo tentò di sfuggire, ma cadde incespicando nelle braghe mezze calate, e fu trafitto nella nuca.

Ma il carceriere di Poisha aveva completato il suo strisciare attorno al fuoco, ed ora tentava di raggiungere il cavaliere alla schiena.
Poisha così parlò allo Spirito del Fuoco. Imprigionato dagli uomini nel campo, gli fu offerta Libertà e Vendetta.
Fornì al Fuoco il suo odio, la sua rabbia; tutto il suo dolore incontrollato lo diede in dono a quello Spirito, che se ne servisse.

Sentì il sapore del sangue nella gola, un dolore accecante nelle tempie, e poi infine il Fuoco rispose.
Una Fiamma, alimentata dall’odio, bianca per quanto intensa, eruttò da quella pira con tale forza da scagliare via per alcuni metri il brigante.
Il corpo fu avvolto in un fuoco inteso, che lo ridusse a cenere in pochi istanti.
La Fiamma venne quindi come risucchiata indietro, al grosso falò, e si trasformò in una colonna di fuoco, una spirale di fiamme avvolte su se stesse.

La colonna prese a crescere rapidamente di dimensioni, soprattutto in altezza.
La ragazza ne era rapita, ipnotizzata. Gli occhi sgranati, non riusciva ormai a capire se era lei che alimentava la fiamma, oppure era la fiamma che alimentava lei.
Si sentiva scorrere il Potere del Fuoco nelle vene, nel cervello, sulla pelle.
Sentiva il sospiro dello Spirito finalmente libero, selvaggio, violento, indomito ed indomabile.
Sentiva la sua Voce che le gridava tutta la Forza degli Elementi, tutta la libertà assoluta del Suo vigore.

E mentre stava per abbandonarsi a quelle sensazioni, all’esaltazione dell’essere liberi e selvaggi, tutto cessò di colpo.

Poche parole secche, pronunciate in una lingua sconosciuta, e la fiamma si spense.
Attorno a Poisha l’erba bruciava ancora; un fumo acre, accompagnato da un fetore terrificante, avvolgeva la piccola radura.
Il cavaliere pallido vestito di metallo, guardava con occhi sgranati la ragazza, la bocca semiaperta.
Puntava la sua spada verso di lei ma indietreggiava lentamente e mormorava di nuovo altre parole di quella lingua strana e musicale.

Il suo tono, ora, non era affatto pacato.
Lei riconosceva la paura dello straniero.
I suoi sensi erano amplificati e sentiva odori nuovi, che portavano nuovi significati.
Sensazioni nuove, che la inebriavano.

Guardava ora le sue corde.
Quelle fibre, che le stringevano polsi e le caviglie, erano costrette quanto lei. Fu facile indurle al allentare quella presa.
Ed i nodi si sciolsero.

Si alzò lentamente da terra, e si accorse che era nuda. La nausea l’assalì di nuovo, ebbe un conato e rimise, ancora tossendo, fra spasmi e dolori di testa.
Aveva fitte improvvise allo stomaco. Era sangue quello che tossiva.
Dolorante, confusa, si accorse di fissare le proprie mani: tremavano in modo incontrollato; tutto il corpo le doleva e le bruciava.

Ansimando si guardò attorno, cercando di mettere a fuoco la vista appananta.
Guardava le donne attorno, e qualcosa non andava: erano tutte immobili.
Tutte silenziose, ora. Tutte scure.
Erano tutti corpi carbonizzati.
Tutti.

Poisha urlò una volta. Due.
Con occhi che non vedevano, fissò di nuovo il cavaliere straniero.
Questi aveva nel mentre tracciato dei segni in terra, con la sua spada, e stava ancora parlando nella sua lingua incomprensibile.
Ma lei capiva lo stesso cosa voleva ottenere: lei sentiva che il cavaliere parlava allo Spirito della Terra.
Non ne capiva le parole, ma capiva le sue richieste.
Lo straniero voleva ucciderla; voleva usare lo Spirito della Terra contro di lei.

Si sentì improvvisamente triste, sola, spaurita, tradita.
Tradita, perché lo Spirito della Terra era il suo preferito.
Senza neanche accorgersene, si trovò a cantare allo Spirito della sua tristezza, il suo abbandono, la sua paura, la sua disperazione, la sua solitudine.

Poisha pianse, e quando alzò nuovamente lo sguardo il cavaliere straniero non c’era più.
Lì dove stavano lui ed i suoi strani segni nel terreno, c’era solo una pozza di fango rappreso.

Lo spirito del Fuoco liberato
Lo Spirito del Fuoco liberato

Equilibrium – 1.6 – Umano

Un odore ripugnante ed attraente, allo stesso momento.

Sul bordo dello stagno stava un umano. Era un umano maschio, di certo, perché il nonno le aveva detto come erano fatti. Era alto più di lei, e questa cosa da sola la eccitava in modo incomprensibile. Aveva dei capelli lunghi e scuri, ma non erano come quelli di Poshia. Erano lisci e fini. E la sua pelle era di un colore rosa e rossiccio, che non conosceva. Lui sorrideva e lei fece una risatina nervosa che neanche capiva come le era uscita.

L’uomo dimostrava una trentina d’anni, ma la giovane figlia di Namiah non sapeva come misurare l’età degli uomini ed ai suoi occhi appariva come un umano di mezza età. I segni del tempo che l’umano portava sul volto, infatti, comparivano sul viso dei Munshan solo intorno molto dopo i cinquanta anni.

L’uomo vestiva con dei brutti stracci di una stoffa mai vista prima, più brutta di quella usata dal nonno. Aveva una cinta di una strana sostanza che ricordava la scorza di alcuni frutti, con un pezzo di ferro attaccato sul fianco che assomigliava ad un attizzatoio. Lei era stata attenta alle storie del nonno, e comprese che quella era una spada, come quella di cui le era stato narrato. Un’arma!

Aveva con se uno strano animale dal pelo grigiastro. Assomigliava ai cavallini nani del nonno, ma non era di quella specie. Poisha sorrise anche all’animale, questa volta con sincera amicizia, ed il mulo fece un cenno con il capo, visibilmente rinfrancato.

La povera bestia era ricoperta letteralmente di ogni sorta di masserizie, dalla natura misteriosa ed incomprensibile.

L’uomo ridacchiava e pronunciava parole incomprensibili in una lingua dal rumore bizzarro e fastidioso. Teneva un ramoscello spezzato per una estremità, con il quale aveva sollevato la veste di Poscia, abbandonata al bordo dello stagno prima di immergersi nelle acque.

La ragazza si sentì irritata da quel gesto. Era la sua veste! Ma poi rammentò che quella era una di quelle reazioni che dispiacevano alla mamma, e si rilassò. Con un cenno del capo ed un sorriso disse allo straniero che poteva prenderla, se gli piaceva tanto. Anche se era una di quelle dalle sfumature policrome, che tanto le piacevano.

Lui fece una faccia strana, corrucciò la fronte, e non sembrò aver capito nulla di quello che lei aveva detto. Si passò la lingua sulle labbra, mostrando denti giallastri e irregolari.
Un altro dettaglio che lei trovava ripugnante ed affascinante allo stesso tempo.
Si grattò un poco il grugno, quindi fece un ghigno strano e dicendo qualche altra frase in quella lingua dal rumore fastidioso, prese a spogliarsi delle vesti puzzolenti che indossava.

La vista dell’uomo nudo le fece un effetto nuovo e sorprendente, facendole salire uno strano calore alle gote ed una stretta allo stomaco. Inoltre sentiva quel fastidioso calore umido fra le gambe che sapeva l’avrebbe perseguitata per qualche tempo, se non l’avesse placato con le mani. Una cosa di cui si vergognava, perché le sue amichette sembravano essere immuni da quel tipo di sfasamenti biologici.

L’uomo entrò nelle acque dello stagno e lei lo guardava ora con diffidenza mentre si avvicinava. Era tutto così strano. Ma l’odore che mandava era allo stesso momento alieno ed inebriante, nauseante ed eccitante. La testa le girava. Non sapendo cosa dire o cosa fare, mandò ad un tratto uno spruzzo dritto su quel nasone a patata, ridendo.

Ne nacque una guerra di spruzzi che la fece eccitare e divertire, come non provava da tempo. Quando qualcosa di duro, e di caldo, la urtò fra le gambe lei dischiuse le labbra e sentì l’odore forte di vino liquoroso, di tabacco, ed il respiro caldo di un bacio le violò per la prima volta le labbra.

Fecero l’amore a lungo, molte volte.
Poisha aveva scoperto il sesso e ne era esaltata.

Bevvero quel vino liquoroso di cui il fiato dell’uomo era impastato, ne bevve lei molto fino a che non rimase a giacere tramortita sulle rive di quello stagno, tramortita dalle fatiche del sesso e stordita dai fumi dell’alcol. E cadde tramortita, incosciente, per le droghe che l’uomo le aveva somministrato, a sua insaputa, con il vino di cui lei aveva abusato.

Primo Bacio
Il Primo bacio

Equilibrium – 1.5 – Il lago segreto

La giovane Poisha dimostrava un talento notevole nell’incantare gli Spiriti della Natura, cosa che la sua mamma aveva attribuito alla razza di origine, poiché la bimba era umana. Tuttavia Gomho spiegò più volte che gli umani, in generale, non posseggono questo tipo di talento. Un talento che superava di gran lunga quello della madre, che pure era rinomato fra le genti del bosco.

La ragazzina presto si accorse però che non solo gli Elementi della Natura poteva piegare al suo volere, ma in generale anche gli animali … ed i suoi amichetti.

Furono tanti gli episodi che fecero disperare la povera Namiah.

Per loro natura gli abitanti di Shka erano pacifici. La maggior parte dei litigi, quando accadevano, finivano in risate e ruzzoloni. Non erano in grado di serbare rancore e soprattutto non sembravano comprendere bene concetti come invidia ed egoismo.

Poisha era una bambina dolcissima e gentile, capace di una generosità straordinaria. In tutto figlia degna del cuore buono e nobile della madre Namiah.

Eppure era umana, e quindi capace di sperimentare rabbia, e frustrazione.

Viveva questa sua diversità con sempre maggiori difficoltà; tutte le piccole incomprensioni, figlie dell’adolescenza, in lei acquisivano dimensioni ancora più grandi e si sentiva “sbagliata”. Provava spesso un gran senso di colpa, che era un sentimento altrettanto alieno per i suoi amici e per i suoi familiari.

L’unico che sembrava comprenderla davvero era il nonno Gomho. Ma la sua presenza era troppo sporadica per garantirle il sollievo di un vero confidente.

Questa sua crescente distanza dalla madre la rendeva infelice e soprattutto rendeva infelice e disperata la sua mamma.
Per questo motivo aveva preso l’abitudine di avventurarsi sola nel profondo del bosco, lontana dal villaggio.
Nei suoi momenti di turbamento, di tristezza, o di rabbia, non voleva aggiungere al suo malessere il senso di colpa per aver fatto soffrire o preoccupare Namiah.

Durante queste sue piccole fughe aveva scoperto una piccola cascata, ricavata dal salto di un ruscello da un piccola rupe che tuffava in un piccolo stagno, proprio nel folto del bosco. Era il suo posto segreto dove passava anche ore a crogiolarsi nel fresco spruzzo delle acque di fonte, quando il caldo estivo la rendeva insofferente.
A quindici anni il suo corpo ora aveva sviluppato le caratteristiche curve delle donne umane. Un altro motivo di grande disagio per lei.
Ma nel suo luogo segreto si sentiva invece libera, e nuotare in quel piccolo stagno spesso l’aiutava a ritrovare serenità.

Forse fu per quello che non si avvide subito del tanfo. Un odore acre ed inverosimile, talmente innaturale da farla voltare di scatto, spaventata.

Poisha si tuffa nel lago
Poisha si tuffa nel lago

Equilibrium – 1.4 – Poisha

Poisha cresceva. Era bella agli occhi dei Munshan, come un umano non potrebbe mai comprendere. A soli dieci anni era la femmina più corteggiata del villaggio, creando una gran confusione ed una grande agitazione per la sua mamma. Questo perché, a dieci anni, la piccola umana sembrava in altezza e curve una donna matura, per il metro Munshan. Anche se le similitudini erano davvero poche. Ma in primo luogo bisogna comprendere che tutti i Munshan avevano dei tratti delicati; la pelle di un colorito leggermente verdognolo, i loro occhi erano di colore blu, viola oppure verde e quasi tutti avevano i capelli color del miele, con qualche rara eccezione di capelli color turchese. Le loro orecchie erano leggermente a punta e le femmine erano difficilmente distinguibili dai maschi, per chi non fosse della stessa loro specie. In generale, erano tutti molto simili gli uni con gli altri.
Sicché il loro metro di bellezza risiedeva proprio nelle ricerca della diversità. Il fatto che fossero quasi del tutto simili fra loro, rendeva la ricerca maniacale del particolare di differenza quello sul quale generazioni di amanti avevano investito fiumi di parole in poesia, canti, ballate.

Poisha aveva tratti marcati e la pelle di colore dell’ebano. Aveva occhi, e capelli, scuri come la notte senza stelle. E quando sorrideva, illuminava chi gli stava accanto come la luce di cento torce.

Era cresciuta forte, e robusta, come nessuno degli altri bambini del villaggio avrebbe mai potuto essere. E nessuno osava sfidarla in giochi che comportassero l’uso della forza.

Già da qualche anno Namiah aveva rinunciato a spazzolarle i capelli, che non si lasciavano domare come quelli delle sue nipotine. Sicché la mamma di Poisha, ogni sera, ne faceva mille piccole treccine con i fiori del bosco, e Poisha sempre profumava come la primavera, tanto amata dagli abitanti di Shka.

Namiah comprese presto che la sua bambina aveva una buona predisposizione per comprendere il linguaggio degli Spiriti che albergano le Cose, e trasmise presto le sue conoscenze alla piccola.

Insegnò con pazienza ed amore a Poisha come sedurre il Fuoco, piegare al proprio volere la Terra, giocare con l’Aria e stringere amicizia con l’Acqua. Spiegò che ogni richiesta alla Natura richiedeva qualcosa in cambio, e si spese nell’inculcare alla bimba che ogni azione compiuta porta sempre un costo ed una conseguenza, necessari a mantenere l’Equilibrio.

Gomho quando veniva al villaggio, soprattutto nei cambi di stagione, portava sempre qualche regalino speciale, di nascosto, alla “sua piccina”. Namiah lo sapeva, ma faceva finta di niente, perché evidentemente lo gnomo si vergognava di quel sentimento di affetto paterno. Poisha chiamava Gomho nonno, il quale dava pubblicamente segni di fastidio per quel tipo di “smancerie”. Tuttavia da quando la bimba era stata consegnata a Namiah, le sue visite non erano più tanto rade.

Al compimento del suo tredicesimo anno, fu Gomho a rassicurare la piccola e la mamma su quanto era accaduto circa le perdite di sangue della piccina, spiegando che era del tutto normale per gli umani e che indicava l’ingresso della piccola nella maggiore età.

Quell’anno, cominciarono anche altre cose…

Il lago di Malkath
Il lago di Malkath