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Equilibrium 3 – Le Ombre

Il Tempo non scorre sempre e ovunque nello stesso modo.
In realtà il tempo non esiste, se non come misura per registrare e percepire le cose della maggior parte dei mortali. Ma in effetti il tempo non esiste, senza movimento.
La maggior parte delle creature crede che il tempo trascorra, ma lei aveva avuto modo di constatare che in realtà esso sta sempre là dov’è.

Era uno dei primi Precetti, eppure il più difficile da comprendere.
Sicché lei sapeva, ad esempio, che il Tempo Trascorso aveva diverso valore per coloro che vivevano nel Mondo al di là del ruscello. Aveva visto come gli Spiriti manipolavano la percezione del Tempo a loro piacimento, rallentandolo delle volte fino a quasi fermarlo.

Il vecchio strambo che si ostinava a farle da precettore continuava a rassicurarla, che a sua Madre era stata lontana meno di un mese, e che presto avrebbe potuto lasciare il Bosco in sicurezza. Protetta dalla Conoscenza acquisita e di nuovo in Salute, in “Equilibrio con la tua Natura e quello che ti circonda”. Lei aveva goduto con passione degli insegnamenti del Vecchio, come un assetato che trova una fresca fonte nel deserto aveva assorbito tutti gli insegnamenti e sempre ne bramava di nuovi.

Ma le sue emozioni non mutavano. Era preoccupata per Namiah e le mancava la sua gente, i suoi piccoli Munshan.

Allo stesso modo, lo Spirito dell’Acqua vicino al ruscello era infelice e malinconico; infelice perché la ragazzina era triste e malinconico perché un po’ quella era la sua natura. Poisha si sentiva molto in sintonia con esso, che bramava le distese oceaniche lontane come lei bramava il suo ritorno a Casa. Il suo strano Precettore si assentava spesso per lunghi periodi, e in quei momenti soprattutto la sua mente vagava e più forte cresceva in lei la malinconia.

Su una cosa però il vecchio Falàs aveva ragione, di certo. Prima di quel periodo, passato con lui a studiare e sperimentare il linguaggio degli Spiriti, non aveva mai compreso il suo Motivo di essere. Ora non si sentiva più sbagliata, o diversa, o frustrata. Aveva avuto finalmente modo di comprendere come le miriadi, infinite, splendite diversità sono i colori fantastici che dipingono l’Esistenza. E che solo un cieco può odiarle, oppure restarne indifferente. Aveva inoltre un vago ricordo di quanto di brutto le era capitato. E di tutto questo era davvero grata.

Inizialmente aveva deciso di attendere il rientro del vecchio Maestro, per salutarlo e comunicare la sua decisione. Ma era troppo forte il sentimento che la spingeva ora a muoversi, a tornare ai suoi cari, a recuperare il suo vero Equilibrio.
Non avrebbe potuto in alcun modo aspettare oltre.

Presa la decisione, le tornò il buon umore. E prese a cantare per lo Spirito dell’Acqua la magica nenia che gli era stata insegnata, perché voleva che anche lo Spirito tornasse a gioire scherzoso, come accade vicino ad una cascatella.

“… violetta selvatica, violetta lunatica, ”
“ dammi un assaggio del tuo profumo ,”
“ lasciati cogliere ancora per oggi,
violetta selvatica, vieni con me. “
“ Fuggiamo assieme al tramonto nei campi,
fuggiamo verso vallate ridenti, ”
“ vieni come me, fiorellino splendente,
doniamoci ora, ora e per sempre,”
ognuno dell’altro, per l’eternità…”

Per alcuni istanti il Canto ebbe il suo Effetto, e le acque del piccolo ruscello sembrarono giocare con i riflessi del sole calante, in un improvviso ritorno del buonumore.
Ma durò solo pochi istanti.

Una strana nebbia scura cominciò infatti ad avvolgere il greto, muovendosi lentamente attraverso la rada boscaglia che circondava l’area. Il cielo sembrò cambiare improvvisamente, facendosi cupo e nuvoloso, ed il colore grigio divenne dominante sul verde e l’azzurro che risplendeva sino a pochi istanti prima attorno a lei.

E poi l’udì. Udì un lamento terribile e straziante, come se tutti gli Spiriti che abitavano la Natura attorno a lei avessero cominciato assieme a gridare, sofferenti. Una sofferenza inconcepibile ed irreale, dalla quale si ritiravano con la stessa velocità con la quale la strana nebbia scura copriva il paesaggio circostante.

E poi lo vide. Vide quell’uomo alto, vestito di una nera armatura che inghiottiva la luce e ne rubava i riflessi. Privo di elmo, erano rossi i suoi capelli, di un r osso intenso come il colore della lava fusa.
E rossi i suoi occhi pure di un rosso scuro come il sangue. E pallida la sua pelle, pallida come la luna e la fredda morte.

La mano destra del cavaliere era cosa sola con una lunga lama nera, anch’essa di un metallo privo di riflessi, la cui punta terminava nella scura nebbia che li circondava, confondendosi con essa al punto che la nebbia stessa pareva provenire da quella lama. Negli occhi di quell’uomo lesse l’assenza di un’Anima, e la giovane ne fu allo stesso tempo sgomenta e attratta.

Reagendo d’instinto chiese aiuto all’Acqua, che si alzò improvvisa dal ruscello ribollente gettandosi verso il cavaliere nero. Questi fece un lieve gesto con la mano sinistra, e l’Acqua cadde in terra ritirandosi in essa. Posha chiese aiuto alla Terra, che si spaccò rispondendo al suo comando, e figure umanoidi fatte di fango e sassi cominciarono a prendere forma. E di nuovo l’uomo con un gesto della mano ricondusse le forme alla fanghiglia da cui avevano preso vita.

Era ora a pochi passi dalla ragazza, che ancora giaceva seduta in terra, sul greto del ruscello. Poshia fissava lo straniero e non riusciva a muoversi. Nessuono dei suoi Amici Spiriti rispondeva al Richiamo, quasi che la scura nebbia li avesse inghiottiti per sempre. Le sembrava di vivere un incubo, dove non vi era modo di alzarsi e scappare. Le riuscì solo di balbettare – < < Che potere … che razza di Potere, è mai questo!? >>

L’Oscuro Signore completò in pochi passi l’ultima distanza che li separava. Senza smettere di fissare la ragazza, piantò in terra la punta della sua nera spada, e appoggiandosi sul ginocchio sinistro, tese ad offrirgli la propria mano – < < Lo vuoi, questo Potere? >>

 la mano tesa delle Ombre         la mano tesa delle Ombre

Equilibrium 2.7 – Compagnia d’Arme

Il sole picchiava duro quella mattina. Amberlan era incazzata come sempre, dall’inizio del viaggio.
La testa le pulsava come se quattro orchi invasati pestassero le loro mazze sulle sue tempie; i rumori che produceva quella spedizione di saltimbanchi era un fragore mostruoso e insopportabile.
Sputò l’ennesima volta a terra per togliersi dalla bocca il sapore del terriccio e l’odore ripugnante che era costretta a sopportare.
Quella specie di piccola gnometta sul carro la fissò ancora una volta con quei suoi ridicoli occhi viola, sproporzionatamente grandi, arricciando leggermente il labbruccio inferiore e aggrottando la fronte in segno di disapprovazione.
La mezz’elfa ghignò soddisfatta e sputò di nuovo, questa volta ostentatamente, sporgendosi da cavallo e lasciando colare lentamente la bava a terra, sicché Namiah distolse lo sguardo.

Se quelli erano mercanti, lei era una sacerdotessa della Luce. Amberlan aveva capito subito che c’era la fregatura. Troppi soldi per una spedizione facile erano sospetti, e lei sapeva che Zunnhar non si univa mai alle sue spedizioni se non per motivi “speciali”. Inoltre, restava oscuro in cosa commerciassero i due gnomi, visto che il carro portava solo provviste per la spedizione.
Certo, si era finalmente potuta comprare un arco decente, con l’anticipo, e frecce nuove ben equilibrate. Lo stupido mercante non si era neanche accorto che quella robba era di origine elfica. Amberlan fece un mezzo sorriso: aveva fatto proprio un ottimo affare.
Ma restava il fatto che la “signora” era parecchio diversa dal vecchiaccio che li aveva assoldati,  non era certa neanche di che razza fosse. Di sicuro tutta la storia era ben diversa da come la raccontavano.

Innervosita dall’ennesima puntura di insetti, sibiliò un’imprecazione particolarmente ricca e volgare, in elfico silvano. Lei trovava quella una lingua davvero perfetta per le bestemmie e gli improperi. La “gnometta” trasalì ancora, ed Amberlan ghignando ebbe la certezza che la strana fatina conoscesse l’elfico.

Namiah aveva voltato il capo, ed aveva affondato la fronte sulla spalla di Gromho.
Era aggrappata al braccio del vecchio gnomo con la forza della disperazione.
Era triste, preoccupata e disorientata.
Era triste perché la sua bambina le mancava in modo doloroso. Il solo pensiero della sua piccola le provocava una terribile stretta al cuore, un immediato affiorare di lacrime.
Era preoccupata perché si era affidata completamente al vecchio mercante ed ora si trovava circondata dagli Esterni, genti aliene e pericolose di cui non comprendeva le reali motivazioni e di cui comprendeva a fatica la rozza lingua.
Era disorientata perché da quando avevano lasciato la foresta gli Spiriti facevano fatica a farsi udire, quasi che fossero rimasti al bosco Malkath, abbandonando Namiah al Mondo Esterno da sola.

Seguivano la Grande Strada Settentrionale verso nord. Villon era particolarmente annoiato e cavalcava stravaccato sulla sella, percuotendosi distrattamente le spalle con un piccolo frustino, nel vano tentativo di allontanare gli insetti, fastidiosi piccoli compagni di viaggio che sembravano decisi a perseguitarli ancora a lungo. Sospirando pensava che usciti dalla bassa valle del “Piccolo villaggio”, forse le zanzare avrebbero dato loro un po’ di tregua. Fece un sorrisetto divertito alla mezz’elfa che imprecava, e fu ricambiato ancora una volta da uno sguardo assassino che trovava particolarmente eccitante. Villon aveva collezionato un certo numero di donne nella sua carriera di spadaccino di ventura, e la selvaggia mezz’elfa era decisamente un “modello” che mancava alla sua collezione. Volse il suo sguardo al cielo splendente dello stesso azzurro chiaro dei suoi occhi. Guardava curioso il gioco di quella specie di cornacchie che volteggiavano alte fra le nubi rarefatte.

Il vecchio Gromho faceva del suo meglio per rassicurare Namiah. Stavano seduti a cassetta del carro. Un grosso telo ricopriva i barili dell’acqua, le casse con la carne secca e tutte le altre masserizie dello gnomo e dei suoi mercenari. Certo ostentava sicurezza, ma non era certo di aver fatto un buon affare; e non faceva che gettare occhiatacce, di tanto in tanto da sopra la spalla, al mezz’orco che li seguiva con il suo cavallo a qualche metro di distanza.
Aveva dovuto disfarsi velocemente, a prezzo decisamente basso, delle sue merci. Era l’unico modo per avere abbastanza posto sul carro. Guardava preoccupato i suoi due vecchi pony, li davanti, e si domandava se avrebbero retto un così lungo viaggio con quel genere di carico, abituati come erano a portare vesti e tessuti o al massimo, per un breve tratto, qualche barile di vino.
Inoltre si domandava come i sui uomini avrebbero reagito alla notizia che in realtà il loro viaggio li avrebbe condotti verso il campo degli schiavisti, certo più a sud di Kolmiki, ma decisamente una destinazione meno “tranquilla” di quanto previsto per un viaggio di scorta ad un mercante ed alla sua giovane moglie.
Senza contare il fatto che si accompagnava a loro il Paladino Pazzo di Shalem, di cui aveva sentito raccontare a più riprese, in taverna, e di cui aveva riso assai alle battute, agli aneddoti, che aveva udito. Ancora cattiva sorte a compensare la sua leggerezza: ora se lo ritrovava a cavalcare a fianco. Il vecchio gnomo emise un sospiro sconsolato e rimise la pipa in bocca, cercando un po’ di conforto nel sapore speziato del tabacco.

Gromak non si accorse del sospiro, e tanto meno dell’occhiata che gli aveva gettato lo gnomo. Era completamente assorto, perché cercava invano un segno, un presagio, una indicazione circa il suo Destino e sugli Eventi che lo stavano trasportando in quel viaggio.
Indossava la pesante armatura dell’Ordine, di piastre e catena. Lo scudo con le effigi del Giglio Rosso e la Grande Spada, che lui riusciva a maneggiare con una sola mano, erano appesi ai lati della sella.
Certo, gli Dei avevano guidato le sue azioni fino a quel momento. Era partito dalla piccola cittadina corrotta, seguendo il Precetto del Vecchio Prelato, presentandosi a quell’individuo equivoco, Zunnhar. Era stato incerto ma presto si pentì di questa sua mancanza di Fede, quando due Segni chiari come il sole gli diedero fiducia.
Il primo Segno era che la Spedizione sarebbe partita immediatamente, dando modo a Gromok di evitare possibili conseguenze per aver seguito l’Ispirazione, avendo posto fine alle Sofferenze del suo Padre terreno.
E poi aveva avuto notizia che la sua missione sarebbe stata di scortare quella piccola gnoma con il suo marito. Il vecchio era un essere contorto che puzzava di compromesso e di peccato. Ma la giovane che lo accompagnava era talmente Pura e Retta che il Paladino ne fu colpito e quasi intimidito.
Ora si interrogava tuttavia attorno al senso di tutto questo e cercava invano il Vero Precetto, la sua Reale Missione, che gli Dei Comandavano.
Ma quella mattina erano avari di Ispirazione. Il Paladino della Luce cercava risposte a domande troppo complicate per lui.

Zunnhar fece un altro dei suoi ghigni grotteschi, ma in realtà si trattava di un sorriso affettuoso. La Mezz’elfa era vestita praticamente di stracci, si comportava come uno degli scaricatori del mercato, eppure sembrava lo stesso una bella ragazzina ribelle malvestita e fuori posto. Diede uno sguardo anche a Villon. Stava li con quel suo fare snob un po’ strafottente, che non aveva motivo o giustificazione visto che i suoi debiti erano ormai una delle favole da taverna del Piccolo Villaggio. Lo spadaccino mosse il capo nella sua direzione, fissando i suoi piccoli occhi bluastri verso di lui. Come se avesse “sentito” di essere osservato. Fece un cenno con il capo ed un mezzo sorriso.
Il mezz’orco scosse la testa osservando la perfetta piega dei suoi capelli ramati, dei suoi abiti. Come facesse quell’uomo dopo ore a cavallo, a sembrare sempre perfettamente in ordine e nemmeno sudato, restava un mistero.
Si aggiustò un po’ il suo vecchio corpetto di cuoio. Era parecchio che non lo trattava col grasso, era troppo duro e scomodo a portarsi. Accarezzò distrattamente la pesante mazza-ferrata, attaccata al suo cavallo.
Non l’avrebbe confessato neanche sotto tortura, eppure era preoccupato per i “suoi ragazzi” e per il suo vecchio mentore. Prima di partire aveva raccolto qualche voce, qualche informazione. Il fatto che non fosse venuto fuori nulla lo preoccupava ancora di più. Senza contare il fatto che era stato costretto a portarsi appresso il Bestione Pazzo, per compiacere L’Ordine dei Sacerdoti.
Si, non l’avrebbe mai confessato, ma quel vecchio grinzoso gnomo era quanto di più vicino ad un padre avesse mai avuto. Per la prima volta da tanto, tantissimo tempo, non era per i suoi affari personali che Zunnhar aveva deciso di unirsi alla spedizione. Non era per oscuri interessi o macchinazioni. Si era unito a quella strana spedizione perché non avrebbe permesso, in nessun caso e per nessuna ragione, che a Gromho succedesse qualcosa.
Fece un sospiro e volse il suo sguardo al cielo, seguendo per qualche attimo il gioioso gioco dei piccoli storni in volo.

La Carovana
La Carovana

Equilibrium – 2 – Debito di sangue

Gomho aveva quasi cinquecento anni. Che anche per un gnomo era un’età impressionante. Ne avrebbe vissuti circa quattrocento di meno se un Munshan di nome Namteh non gli avesse salvato la vita.
Era stato curato proprio li dove era seduto ora, nella casa di Namiah. Che era la pro pro nipote di Namteh.

“Tu non ti rendi conto di quello che chiedi, piccola…” – disse Gomho tossicchiando il fumo della sua pipa – “Il mondo Esterno è qualcosa che voi non potete immaginare, neanche lontanamente. Le storie che vi ho raccontato sono solo una piccola parte degli orrori e dei pericoli che ci aspettano, lo sai?!”
“E’ per questo che tu devi accompagnarmi, nonno” – rispose Nemiah con voce pacata, calcando però sulla parola ”nonno” – “La mia bambina è scomparsa ed io la devo ritrovare. Noi crediamo sia stata rapita, abbiamo trovato i segni vicino al suo stagno. Ho chiesto all’Acqua. Ti dico che l’hanno portata via”

Il vecchio gnomo cacciò un lungo sospiro. Anche lui lo sapeva. La piccola non se ne sarebbe mai scappata dalla sua mamma in quel modo. Ma se l’avevano presa i mercanti di schiave, non era sicuro che sarebbe stato bene sapere della sua fine, per la madre.

Prima che potesse parlare Nemiah pose con dolcezza un dito sulle labbra del vecchio – “Lei è viva. Io lo so. Ed è in pericolo. Ed è impaurita. Io la devo trovare. Noi la dobbiamo trovare. E dopo sarai libero da qualsiasi debito” – lo disse sorridendo dolcemente, ma calcando sulla parola ”dopo”.
Per un attimo Gromho vide negli occhi di Namiah gli occhi del suo antico amico. Sorrise divertito – “Non hai bisogno di usare i tuoi trucchi con me, piccola. Lo faccio perché voglio bene alla bambina e voglio bene a te. Questo dovresti saperlo” – disse, ghignando sornione.

Namiah abbassò lo sguardo, solo un attimo però – “Hai ragione, ma io sono una Madre, e sono disperata. E ho bisogno che tu mi aiuti. A qualunque costo, io devo andare.”
“E io ti aiuterò, dolce Namiah, e troveremo tua figlia Poisha. Ma dovremo fare a modo mio. Se davvero tieni a lei, tu dovrai fare esattamente quello che ti dico” – disse lo gnomo, puntandole minaccioso la pipa. Questa volta fu la Munshan a sorridere tristemente – “D’accordo nonno, faremo allora a modo tuo. Promesso.”

E fu dunque così che la strana coppia partì, il giorno dopo. Namiah era vestita con un abito per molti versi simile a quello del vecchio Gromho: una spessa tunica di lana grezza, in vivaci tonalità di rosso ed arancio. Imbacuccata in quella specie di sacco, la bella Munshan poteva passare per una giovane gnoma, cosa sulla quale il vecchio contava non poco.

Mentre si allontanavano dal villaggio di Shka, tutti gli abitanti si accalcavano per salutare la loro compaesana in partenza.
Era un evento traumatico. Neanche una settimana prima era scomparsa la piccola Poisha, che tutti ne sentivano fortemente la mancanza. Ed ora nuovi addii, e nuova mancanza.
Tutti volevano salutare, almeno dare una carezza. Qualcuno lanciava un bacio e molti fiori venivano gettati nella loro direzione.
Per la prima volta, a loro memoria, si vedeva un Munshan partire.
E per la prima volta nella storia del villaggio, la sera, nessuno aveva voglia di festeggiare intorno ai fuochi, o di raccontare una delle storie incredibili del vecchio amico gnomo.

Tutti gli Spiriti infatti protestavano la partenza della bella e dolce Namiah, molti arbusti cercarono addirittura di impedirne il viaggio. Il sentiero spariva in continuazione, facendo disperare lo gnomo e scavando un sorriso triste sul volto della donna.

Per la prima volta nel profondo bosco di Malkath, al villaggio di Shka, si conosceva la Tristezza. E tutti i Munshan si trovarono concordi nel giudicare che non era una bella cosa.

Eppure i due infine si allontanarono dalla piccola radura, dalle casette sugli alberi. Il vecchio sapeva che la donna era agitata, benché ostentasse la sua usuale calma e si teneva composta sul piccolo carro, aggrappata al bavero della casacca. Lei non aveva mai lasciato il suo bosco. Ma la sua bimba era stata rapita. Ed era successo qualcosa di brutto, lei lo sentiva. Doveva trovarla. E riportarla a casa.
Tornati al bosco, li tutto sarebbe tornato al suo posto.

“Come prima cosa” – disse il vecchio, tirando fuori il tabacco per ricaricare la pipa – “dobbiamo trovare un valido aiuto”
“Cosa?!” – disse la donna terrorizzata – “Vuoi assoldare un Esterno!?”
“Ascolta piccola” – lo gnomo sospirò – “potremmo avere bisogno di aiuto. Non sappiamo dove sia andata a finire mia nipote, ed avremo bisogno di un piccolo rinforzo, temo.”
Erano parole che la fecero preoccupare ancora di più, se possibile, tuttavia non poté fare a meno di fare anche un piccolo sorriso. Il vecchio aveva chiamato la piccola Poisha, per la prima volta, ”sua nipote”.
“E io so anche chi deve darmelo, questo aiuto” – ora lo gnomo stava sogghignando.
“A chi stai pensando, Gromho?”
“Ah …. hmm … un giovane amico, dal quale devo riscuotere un debito” – rispose ridacchiando.

Gli alberi trattengono Namiah
Il sentiero che cambia

Equilibrium – 1.3 – Namiah

Chiamavano se stessi Munshan, che nella loro lingua vuol dire semplicemente “Viventi”.

Si consideravano alla stregua degli altri abitanti dei boschi, animali e vegetali, che con loro dividevano quelle terre. Non si credevano migliori o più importanti degli alberi sui quali vivevano. La loro religione era molto semplice, di tipo animista. Consideravano ogni cosa abitata da qualche sorta di spirito. I Munshan erano soliti scusarsi con le pietre, prima di spostarle per farne ad esempio un muro. Usavano solo il legno di alberi morenti. Erano esclusivamente vegetariani.

Tutte caratteristiche che rendevano Gomho nervoso e insofferente.

Eppure quel giorno di primavera era nervoso per motivi assai diversi e complicati, che i Munshan non potevano capire. Uno dei motivi del suo nervosismo era la piccola bambina morente che aveva nel suo carretto. La piccina era ancora in fasce e non sapeva per quale strano impulso l’aveva portata con sé. Mentre tracannava il suo stesso vino, rimuginava furiosamente su come comportarsi in proposito. Era difficile inebriarsi con quel vino allungato sapientemente con fresca acqua di torrente. Del resto i Munshan non sembravano accorgersi del piccolo espediente dello gnomo, che pure sapeva, dall’alto della sua lunga vita, che ora le sue azioni gli si torcevano contro, rendendogli impossibile l’ubriacatura.

Ecco perché aveva preso la bimba. Lasciarla morire senza fare nulla sarebbe stato il modo migliore per farsi nemico il Fato. Ma anche prendersene cura sarebbe stata sventura certa. La bimba era umana, per di più, cosa che certamente portava guai. Come poteva fare per togliersi d’impaccio, senza che malasorte lo cogliesse?

E mentre raccontava le Guerre folli delle Razze, senza rendersene conto finì per raccontare di come avesse trovato quella carovana in fiamme. E quell’unica, piccola, superstite.

Fu Namiah la prima ad accorgersi di lei. Fu sufficiente un flebile gorgoglio, un piccolo lamento appena accennato. Smise di pettinare le sue nipotine, si alzò con solenne compostezza, e la prese fra le sue braccia. Un fagottino scuro, di dimensioni inusuali per un neonato. Eppure gli sembrò del tutto giusto e naturale. Aveva trovato la Sua Figlia.

Lo gnomo rimase in silenzio, come tutti quelli del villaggio, a fissare la bella Namiah. Nessuno sapeva bene cosa fare o cosa dire. Lo gnomo taceva ma sentiva, profondamente, di averla scampata ancora una volta. I Munshan tacevano perché quello era un evento insolito, cosa in generale spaventosa, per il quale non c’era un precedente che potesse fornir loro una frase utile al momento.

E fu Namiah la prima a parlare.

“Gomho, prenderò io la bimba umana, e sarà figlia mia e di Polemho, e si chiamerà Poisha. Le figlie di Pashima saranno le sue sorelle e tutti troveremo di nuovo un Posto, come doveva essere.”

A tutti parve una buona idea, e nessuno ebbe ad obiettare. Visibilmente rinfrancato lo gnomo raccontò una delle sue storie e la serata riprese come era cominciata, di nuovo serena, forse più felice di prima.

La bimba aveva sofferto, si vedeva e si percepiva. Ma Namiah aveva l’amore e le conoscenze utili a farla tornare rapidamente in salute.

E fu così, infatti.

Namiah
Namiah

Equilibrium – 1.2 – Non umani

Il profumo dell’aria di primavera è un profumo speciale. Si dice che solo i giovani lo avvertano… indipendentemente dall’età.

Si racconta che solo le persone allegre e felici ne conoscano la speciale fragranza, indipendentemente da dove si trovino.

Il villaggio di Shka era pieno di questi giovani felici, e davvero tutti sembravano godere di questa fragranza, nuova ogni anno. Definirlo villaggio era eccessivo, forse, per un piccolo gruppetto di casine in legno. Casine povere, strette attorno a quella piccola radura del bosco di Malkath. Strette come lo era quella comunità, quella famiglia. Erano felici di vivere liberi e, per quanto possibile, prosperare dei frutti che la generosa natura del bosco elargiva. Sopravvivevano per lo più per mezzo dei piccoli orti che coltivavano sparsi qui e là, nella parte meno fitta del bosco. E commerciando le proprie stoffe.

Erano molto abili nel ricavare una stoffa morbida, fresca e lucente, dalla bava di alcuni insetti. In vero, allevavano con grande attenzione e pazienza questi strani cosini, che fra le altre cose secernevano una specie di viscoso muco utile a curare alcune malattie.

La raffinazione di queste stoffe era un lavoro lungo e complicato, che non ne consentiva una grande produzione.

In realtà, barattavano le stoffe solo per quanto di necessario e, da sempre, con lo stesso mercante. Era questi uno gnomo raggrinzito, la cui reale età davvero rappresentava uno dei misteri più discussi del villaggio. Anche i più vecchi ricordavano Gomho, già incartapecorito, quando loro erano appena ragazzetti.

Eppure era Gomho che, quando veniva al cambio della stagione, portava le storie più strane ed i racconti più belli. Era lui che raccontava del mondo fuori dal bosco, fuori dal villaggio. Erano strane storie di vite complicate e di grandi battaglie, di violenza, morte, di amori e speranze. Di malvagi e di giusti, di buoni e cattivi.

Storie che agli abitanti di Shka piaceva raccontare mille volte attorno ai fuochi. Le trovavano eccitanti e stravaganti. Perché nessuno di loro, per quanto si appassionasse a queste storie, avrebbe mai barattato la propria vita con uno di quegli astrusi racconti. Erano appunto delle storie, ed erano tutti nascostamente consapevoli della loro fortuna nel godere del racconto senza tuttavia pagarne le traversie di averle sul proprio vissuto.

Il vecchio gnomo si faceva ogni volta pregare, a lungo, prima di iniziare. Biascicava lentamente le frasi, con fatica, con la sua voce roca e stentorea. Il fumo della sua pipa era sgradevole, come l’odore in generale dei suoi animali e delle sue vesti. Eppure tutti lo sopportavano ben volentieri quando, fra un colpo di tosse e l’altro, faceva brillare gli occhi ai più giovani raccontando la furia dei Draghi e le gesta dei Cavalieri.

Quando raccontava le sue storie, ci si raggruppava al fuoco grande, nel centro della raduretta del villaggio. Tutti intorno, e lo gnomo si appollaiava sempre su uno dei barili del vino. Allungava di tanto in tanto la caraffa al nasello di una botte vicina, prendendosi una percentuale indietro della merce consegnata. Era il pagamento per il suo intrattenimento da bardo per tutto il villaggio, così lo considerava Gomho.

Gli altri non bevevano, ma stavano tutti li ad ascoltare con gli occhioni sgranati e luminosi, sorridendo prima ancora che lui cominciasse.

Namiah non aveva avuto figli. Polemho era morto poco dopo che avevano deciso di unirsi, e lei non aveva voluto altri. Era morto in modo imprevisto e per certi versi ingiusto, tradito da un albero malato che era crollato al suolo in modo inaspettato. E tutti rispettavano questo suo amore e questa sua scelta.

Quando Gomho raccontava le sue storie, a Namiah piaceva sedersi vicino alle figlie di Pashima, la sorella di Polemho. Con dolcezza, delicatamente e lentamente, spazzolava i capelli di miele delle piccole. Pashima la lasciava fare perché Namiah era stata l’amore di Polemho, e quell’amore non poteva andare sprecato. Namiah del resto amava le piccole nipotine come figlie sue. Anche se non lo erano. Ed un poco di tristezza, solo per un minuto, sfiorava il suo bel visino prima che la sera si ritirasse nella sua casetta di legno, sola, in cima agli alberi di Malkath.

Il piccolo villaggio di Shka era fatto di casette in legno, intorno ad una piccola radura nel bosco. Piccole casette in cima agli alberi.
E gli abitanti di Shka sembravano tutti adolescenti felici, e non desideravano altro che vivere il quei luoghi.

Perché non erano umani.

Alberi di Malkath
Alberi di Malkath