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Equilibrium 3 – Le Ombre

Il Tempo non scorre sempre e ovunque nello stesso modo.
In realtà il tempo non esiste, se non come misura per registrare e percepire le cose della maggior parte dei mortali. Ma in effetti il tempo non esiste, senza movimento.
La maggior parte delle creature crede che il tempo trascorra, ma lei aveva avuto modo di constatare che in realtà esso sta sempre là dov’è.

Era uno dei primi Precetti, eppure il più difficile da comprendere.
Sicché lei sapeva, ad esempio, che il Tempo Trascorso aveva diverso valore per coloro che vivevano nel Mondo al di là del ruscello. Aveva visto come gli Spiriti manipolavano la percezione del Tempo a loro piacimento, rallentandolo delle volte fino a quasi fermarlo.

Il vecchio strambo che si ostinava a farle da precettore continuava a rassicurarla, che a sua Madre era stata lontana meno di un mese, e che presto avrebbe potuto lasciare il Bosco in sicurezza. Protetta dalla Conoscenza acquisita e di nuovo in Salute, in “Equilibrio con la tua Natura e quello che ti circonda”. Lei aveva goduto con passione degli insegnamenti del Vecchio, come un assetato che trova una fresca fonte nel deserto aveva assorbito tutti gli insegnamenti e sempre ne bramava di nuovi.

Ma le sue emozioni non mutavano. Era preoccupata per Namiah e le mancava la sua gente, i suoi piccoli Munshan.

Allo stesso modo, lo Spirito dell’Acqua vicino al ruscello era infelice e malinconico; infelice perché la ragazzina era triste e malinconico perché un po’ quella era la sua natura. Poisha si sentiva molto in sintonia con esso, che bramava le distese oceaniche lontane come lei bramava il suo ritorno a Casa. Il suo strano Precettore si assentava spesso per lunghi periodi, e in quei momenti soprattutto la sua mente vagava e più forte cresceva in lei la malinconia.

Su una cosa però il vecchio Falàs aveva ragione, di certo. Prima di quel periodo, passato con lui a studiare e sperimentare il linguaggio degli Spiriti, non aveva mai compreso il suo Motivo di essere. Ora non si sentiva più sbagliata, o diversa, o frustrata. Aveva avuto finalmente modo di comprendere come le miriadi, infinite, splendite diversità sono i colori fantastici che dipingono l’Esistenza. E che solo un cieco può odiarle, oppure restarne indifferente. Aveva inoltre un vago ricordo di quanto di brutto le era capitato. E di tutto questo era davvero grata.

Inizialmente aveva deciso di attendere il rientro del vecchio Maestro, per salutarlo e comunicare la sua decisione. Ma era troppo forte il sentimento che la spingeva ora a muoversi, a tornare ai suoi cari, a recuperare il suo vero Equilibrio.
Non avrebbe potuto in alcun modo aspettare oltre.

Presa la decisione, le tornò il buon umore. E prese a cantare per lo Spirito dell’Acqua la magica nenia che gli era stata insegnata, perché voleva che anche lo Spirito tornasse a gioire scherzoso, come accade vicino ad una cascatella.

“… violetta selvatica, violetta lunatica, ”
“ dammi un assaggio del tuo profumo ,”
“ lasciati cogliere ancora per oggi,
violetta selvatica, vieni con me. “
“ Fuggiamo assieme al tramonto nei campi,
fuggiamo verso vallate ridenti, ”
“ vieni come me, fiorellino splendente,
doniamoci ora, ora e per sempre,”
ognuno dell’altro, per l’eternità…”

Per alcuni istanti il Canto ebbe il suo Effetto, e le acque del piccolo ruscello sembrarono giocare con i riflessi del sole calante, in un improvviso ritorno del buonumore.
Ma durò solo pochi istanti.

Una strana nebbia scura cominciò infatti ad avvolgere il greto, muovendosi lentamente attraverso la rada boscaglia che circondava l’area. Il cielo sembrò cambiare improvvisamente, facendosi cupo e nuvoloso, ed il colore grigio divenne dominante sul verde e l’azzurro che risplendeva sino a pochi istanti prima attorno a lei.

E poi l’udì. Udì un lamento terribile e straziante, come se tutti gli Spiriti che abitavano la Natura attorno a lei avessero cominciato assieme a gridare, sofferenti. Una sofferenza inconcepibile ed irreale, dalla quale si ritiravano con la stessa velocità con la quale la strana nebbia scura copriva il paesaggio circostante.

E poi lo vide. Vide quell’uomo alto, vestito di una nera armatura che inghiottiva la luce e ne rubava i riflessi. Privo di elmo, erano rossi i suoi capelli, di un r osso intenso come il colore della lava fusa.
E rossi i suoi occhi pure di un rosso scuro come il sangue. E pallida la sua pelle, pallida come la luna e la fredda morte.

La mano destra del cavaliere era cosa sola con una lunga lama nera, anch’essa di un metallo privo di riflessi, la cui punta terminava nella scura nebbia che li circondava, confondendosi con essa al punto che la nebbia stessa pareva provenire da quella lama. Negli occhi di quell’uomo lesse l’assenza di un’Anima, e la giovane ne fu allo stesso tempo sgomenta e attratta.

Reagendo d’instinto chiese aiuto all’Acqua, che si alzò improvvisa dal ruscello ribollente gettandosi verso il cavaliere nero. Questi fece un lieve gesto con la mano sinistra, e l’Acqua cadde in terra ritirandosi in essa. Posha chiese aiuto alla Terra, che si spaccò rispondendo al suo comando, e figure umanoidi fatte di fango e sassi cominciarono a prendere forma. E di nuovo l’uomo con un gesto della mano ricondusse le forme alla fanghiglia da cui avevano preso vita.

Era ora a pochi passi dalla ragazza, che ancora giaceva seduta in terra, sul greto del ruscello. Poshia fissava lo straniero e non riusciva a muoversi. Nessuono dei suoi Amici Spiriti rispondeva al Richiamo, quasi che la scura nebbia li avesse inghiottiti per sempre. Le sembrava di vivere un incubo, dove non vi era modo di alzarsi e scappare. Le riuscì solo di balbettare – < < Che potere … che razza di Potere, è mai questo!? >>

L’Oscuro Signore completò in pochi passi l’ultima distanza che li separava. Senza smettere di fissare la ragazza, piantò in terra la punta della sua nera spada, e appoggiandosi sul ginocchio sinistro, tese ad offrirgli la propria mano – < < Lo vuoi, questo Potere? >>

 la mano tesa delle Ombre         la mano tesa delle Ombre

Equilibrium – 2 – Debito di sangue

Gomho aveva quasi cinquecento anni. Che anche per un gnomo era un’età impressionante. Ne avrebbe vissuti circa quattrocento di meno se un Munshan di nome Namteh non gli avesse salvato la vita.
Era stato curato proprio li dove era seduto ora, nella casa di Namiah. Che era la pro pro nipote di Namteh.

“Tu non ti rendi conto di quello che chiedi, piccola…” – disse Gomho tossicchiando il fumo della sua pipa – “Il mondo Esterno è qualcosa che voi non potete immaginare, neanche lontanamente. Le storie che vi ho raccontato sono solo una piccola parte degli orrori e dei pericoli che ci aspettano, lo sai?!”
“E’ per questo che tu devi accompagnarmi, nonno” – rispose Nemiah con voce pacata, calcando però sulla parola ”nonno” – “La mia bambina è scomparsa ed io la devo ritrovare. Noi crediamo sia stata rapita, abbiamo trovato i segni vicino al suo stagno. Ho chiesto all’Acqua. Ti dico che l’hanno portata via”

Il vecchio gnomo cacciò un lungo sospiro. Anche lui lo sapeva. La piccola non se ne sarebbe mai scappata dalla sua mamma in quel modo. Ma se l’avevano presa i mercanti di schiave, non era sicuro che sarebbe stato bene sapere della sua fine, per la madre.

Prima che potesse parlare Nemiah pose con dolcezza un dito sulle labbra del vecchio – “Lei è viva. Io lo so. Ed è in pericolo. Ed è impaurita. Io la devo trovare. Noi la dobbiamo trovare. E dopo sarai libero da qualsiasi debito” – lo disse sorridendo dolcemente, ma calcando sulla parola ”dopo”.
Per un attimo Gromho vide negli occhi di Namiah gli occhi del suo antico amico. Sorrise divertito – “Non hai bisogno di usare i tuoi trucchi con me, piccola. Lo faccio perché voglio bene alla bambina e voglio bene a te. Questo dovresti saperlo” – disse, ghignando sornione.

Namiah abbassò lo sguardo, solo un attimo però – “Hai ragione, ma io sono una Madre, e sono disperata. E ho bisogno che tu mi aiuti. A qualunque costo, io devo andare.”
“E io ti aiuterò, dolce Namiah, e troveremo tua figlia Poisha. Ma dovremo fare a modo mio. Se davvero tieni a lei, tu dovrai fare esattamente quello che ti dico” – disse lo gnomo, puntandole minaccioso la pipa. Questa volta fu la Munshan a sorridere tristemente – “D’accordo nonno, faremo allora a modo tuo. Promesso.”

E fu dunque così che la strana coppia partì, il giorno dopo. Namiah era vestita con un abito per molti versi simile a quello del vecchio Gromho: una spessa tunica di lana grezza, in vivaci tonalità di rosso ed arancio. Imbacuccata in quella specie di sacco, la bella Munshan poteva passare per una giovane gnoma, cosa sulla quale il vecchio contava non poco.

Mentre si allontanavano dal villaggio di Shka, tutti gli abitanti si accalcavano per salutare la loro compaesana in partenza.
Era un evento traumatico. Neanche una settimana prima era scomparsa la piccola Poisha, che tutti ne sentivano fortemente la mancanza. Ed ora nuovi addii, e nuova mancanza.
Tutti volevano salutare, almeno dare una carezza. Qualcuno lanciava un bacio e molti fiori venivano gettati nella loro direzione.
Per la prima volta, a loro memoria, si vedeva un Munshan partire.
E per la prima volta nella storia del villaggio, la sera, nessuno aveva voglia di festeggiare intorno ai fuochi, o di raccontare una delle storie incredibili del vecchio amico gnomo.

Tutti gli Spiriti infatti protestavano la partenza della bella e dolce Namiah, molti arbusti cercarono addirittura di impedirne il viaggio. Il sentiero spariva in continuazione, facendo disperare lo gnomo e scavando un sorriso triste sul volto della donna.

Per la prima volta nel profondo bosco di Malkath, al villaggio di Shka, si conosceva la Tristezza. E tutti i Munshan si trovarono concordi nel giudicare che non era una bella cosa.

Eppure i due infine si allontanarono dalla piccola radura, dalle casette sugli alberi. Il vecchio sapeva che la donna era agitata, benché ostentasse la sua usuale calma e si teneva composta sul piccolo carro, aggrappata al bavero della casacca. Lei non aveva mai lasciato il suo bosco. Ma la sua bimba era stata rapita. Ed era successo qualcosa di brutto, lei lo sentiva. Doveva trovarla. E riportarla a casa.
Tornati al bosco, li tutto sarebbe tornato al suo posto.

“Come prima cosa” – disse il vecchio, tirando fuori il tabacco per ricaricare la pipa – “dobbiamo trovare un valido aiuto”
“Cosa?!” – disse la donna terrorizzata – “Vuoi assoldare un Esterno!?”
“Ascolta piccola” – lo gnomo sospirò – “potremmo avere bisogno di aiuto. Non sappiamo dove sia andata a finire mia nipote, ed avremo bisogno di un piccolo rinforzo, temo.”
Erano parole che la fecero preoccupare ancora di più, se possibile, tuttavia non poté fare a meno di fare anche un piccolo sorriso. Il vecchio aveva chiamato la piccola Poisha, per la prima volta, ”sua nipote”.
“E io so anche chi deve darmelo, questo aiuto” – ora lo gnomo stava sogghignando.
“A chi stai pensando, Gromho?”
“Ah …. hmm … un giovane amico, dal quale devo riscuotere un debito” – rispose ridacchiando.

Gli alberi trattengono Namiah
Il sentiero che cambia

Equilibrium – 1.4 – Poisha

Poisha cresceva. Era bella agli occhi dei Munshan, come un umano non potrebbe mai comprendere. A soli dieci anni era la femmina più corteggiata del villaggio, creando una gran confusione ed una grande agitazione per la sua mamma. Questo perché, a dieci anni, la piccola umana sembrava in altezza e curve una donna matura, per il metro Munshan. Anche se le similitudini erano davvero poche. Ma in primo luogo bisogna comprendere che tutti i Munshan avevano dei tratti delicati; la pelle di un colorito leggermente verdognolo, i loro occhi erano di colore blu, viola oppure verde e quasi tutti avevano i capelli color del miele, con qualche rara eccezione di capelli color turchese. Le loro orecchie erano leggermente a punta e le femmine erano difficilmente distinguibili dai maschi, per chi non fosse della stessa loro specie. In generale, erano tutti molto simili gli uni con gli altri.
Sicché il loro metro di bellezza risiedeva proprio nelle ricerca della diversità. Il fatto che fossero quasi del tutto simili fra loro, rendeva la ricerca maniacale del particolare di differenza quello sul quale generazioni di amanti avevano investito fiumi di parole in poesia, canti, ballate.

Poisha aveva tratti marcati e la pelle di colore dell’ebano. Aveva occhi, e capelli, scuri come la notte senza stelle. E quando sorrideva, illuminava chi gli stava accanto come la luce di cento torce.

Era cresciuta forte, e robusta, come nessuno degli altri bambini del villaggio avrebbe mai potuto essere. E nessuno osava sfidarla in giochi che comportassero l’uso della forza.

Già da qualche anno Namiah aveva rinunciato a spazzolarle i capelli, che non si lasciavano domare come quelli delle sue nipotine. Sicché la mamma di Poisha, ogni sera, ne faceva mille piccole treccine con i fiori del bosco, e Poisha sempre profumava come la primavera, tanto amata dagli abitanti di Shka.

Namiah comprese presto che la sua bambina aveva una buona predisposizione per comprendere il linguaggio degli Spiriti che albergano le Cose, e trasmise presto le sue conoscenze alla piccola.

Insegnò con pazienza ed amore a Poisha come sedurre il Fuoco, piegare al proprio volere la Terra, giocare con l’Aria e stringere amicizia con l’Acqua. Spiegò che ogni richiesta alla Natura richiedeva qualcosa in cambio, e si spese nell’inculcare alla bimba che ogni azione compiuta porta sempre un costo ed una conseguenza, necessari a mantenere l’Equilibrio.

Gomho quando veniva al villaggio, soprattutto nei cambi di stagione, portava sempre qualche regalino speciale, di nascosto, alla “sua piccina”. Namiah lo sapeva, ma faceva finta di niente, perché evidentemente lo gnomo si vergognava di quel sentimento di affetto paterno. Poisha chiamava Gomho nonno, il quale dava pubblicamente segni di fastidio per quel tipo di “smancerie”. Tuttavia da quando la bimba era stata consegnata a Namiah, le sue visite non erano più tanto rade.

Al compimento del suo tredicesimo anno, fu Gomho a rassicurare la piccola e la mamma su quanto era accaduto circa le perdite di sangue della piccina, spiegando che era del tutto normale per gli umani e che indicava l’ingresso della piccola nella maggiore età.

Quell’anno, cominciarono anche altre cose…

Il lago di Malkath
Il lago di Malkath

Equilibrium – 1.3 – Namiah

Chiamavano se stessi Munshan, che nella loro lingua vuol dire semplicemente “Viventi”.

Si consideravano alla stregua degli altri abitanti dei boschi, animali e vegetali, che con loro dividevano quelle terre. Non si credevano migliori o più importanti degli alberi sui quali vivevano. La loro religione era molto semplice, di tipo animista. Consideravano ogni cosa abitata da qualche sorta di spirito. I Munshan erano soliti scusarsi con le pietre, prima di spostarle per farne ad esempio un muro. Usavano solo il legno di alberi morenti. Erano esclusivamente vegetariani.

Tutte caratteristiche che rendevano Gomho nervoso e insofferente.

Eppure quel giorno di primavera era nervoso per motivi assai diversi e complicati, che i Munshan non potevano capire. Uno dei motivi del suo nervosismo era la piccola bambina morente che aveva nel suo carretto. La piccina era ancora in fasce e non sapeva per quale strano impulso l’aveva portata con sé. Mentre tracannava il suo stesso vino, rimuginava furiosamente su come comportarsi in proposito. Era difficile inebriarsi con quel vino allungato sapientemente con fresca acqua di torrente. Del resto i Munshan non sembravano accorgersi del piccolo espediente dello gnomo, che pure sapeva, dall’alto della sua lunga vita, che ora le sue azioni gli si torcevano contro, rendendogli impossibile l’ubriacatura.

Ecco perché aveva preso la bimba. Lasciarla morire senza fare nulla sarebbe stato il modo migliore per farsi nemico il Fato. Ma anche prendersene cura sarebbe stata sventura certa. La bimba era umana, per di più, cosa che certamente portava guai. Come poteva fare per togliersi d’impaccio, senza che malasorte lo cogliesse?

E mentre raccontava le Guerre folli delle Razze, senza rendersene conto finì per raccontare di come avesse trovato quella carovana in fiamme. E quell’unica, piccola, superstite.

Fu Namiah la prima ad accorgersi di lei. Fu sufficiente un flebile gorgoglio, un piccolo lamento appena accennato. Smise di pettinare le sue nipotine, si alzò con solenne compostezza, e la prese fra le sue braccia. Un fagottino scuro, di dimensioni inusuali per un neonato. Eppure gli sembrò del tutto giusto e naturale. Aveva trovato la Sua Figlia.

Lo gnomo rimase in silenzio, come tutti quelli del villaggio, a fissare la bella Namiah. Nessuno sapeva bene cosa fare o cosa dire. Lo gnomo taceva ma sentiva, profondamente, di averla scampata ancora una volta. I Munshan tacevano perché quello era un evento insolito, cosa in generale spaventosa, per il quale non c’era un precedente che potesse fornir loro una frase utile al momento.

E fu Namiah la prima a parlare.

“Gomho, prenderò io la bimba umana, e sarà figlia mia e di Polemho, e si chiamerà Poisha. Le figlie di Pashima saranno le sue sorelle e tutti troveremo di nuovo un Posto, come doveva essere.”

A tutti parve una buona idea, e nessuno ebbe ad obiettare. Visibilmente rinfrancato lo gnomo raccontò una delle sue storie e la serata riprese come era cominciata, di nuovo serena, forse più felice di prima.

La bimba aveva sofferto, si vedeva e si percepiva. Ma Namiah aveva l’amore e le conoscenze utili a farla tornare rapidamente in salute.

E fu così, infatti.

Namiah
Namiah