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Equilibrium – 1.7 – Fuoco e Terra

Era un orribile sogno, uno di quegli incubi che la mamma le scacciava con le sue Arti.
Per un tempo che le parve eterno, si trovò in uno stato di semicoscienza, caracollata sul povero mulo, aggiunta alle molte masserizie.

Era legata mani e piedi, ed era ricoperta di un telo puzzolente e ruvido, di colore marroncino, invece della sua bella veste colorata.

Aveva smarrito la nozione del tempo.
Fu forzata a bere e mangiare. Stordita e confusa, deglutì quanto le fu somministrato.
In un momento di lucidità si accorse che l’uomo la stava ancora possedendo. Ma lei non era bagnata, non era eccitata, e l’uomo le faceva male.
E lui rideva lo stesso, compiaciuto.

Poisha non capiva.
Perché le stava facendo questo? Dove si trovava? Dove erano diretti?

Le sembrava di vivere una di quelle storie spaventose che il nonno le raccontava di nascosto, e nello stato confusionale le sembrò di essere la sfortunata protagonista di una di quelle avventure.
Avventura che ora non trovava per nulla eccitante ma solo terribilmente spaventosa, raccapricciante.

Alla fine, lentamente, uscì da quello stato di allucinazione.
E non era più sola. Le orecchie le ronzavano, la testa dolente, piano piano riprese coscienza di sé e di quanto la circondava.

Era seduta ad un albero avvizzito, legata mani e piedi. I polsi e le caviglie le dolevano in modo pazzesco, e tutti gli arti sembravano essere morsi da mille piccoli insetti.
Si trovava in una piccola radura, con pochi alberi secchi, in un avvallamento fra due colline.
Non aveva mai visto un terreno così aperto, così privo di alberi attorno. Si sentì profondamente turbata ed una vertigine improvvisa le fece rimettere, fra colpi di tosse e convulsioni.

Respirando a fatica, si sforzò di mettere a fuoco la vista e di guardarsi meglio quanto le stava vicino.
Vi erano altre femmine legate, come lei. Erano quasi tutte umane, anche se solo altre due avevano la pelle scura come la sua.
Le maggior parte delle altre erano rosee o rossicce di pelle ed i loro capelli erano marroni.
Erano dodici in tutto.
Due di loro non erano umane, simili ai sui cari Munshan, ma avevano una statura che le avrebbe portate, erette, ad un’altezza eguale quasi a quella degli uomini.
E la loro pelle era di un tale pallore, che risplendevano anche nella residua luce crepuscolare. I capelli, infine, erano del colore dell’oro.

Una di queste fissava il vuoto. Quello sguardo vacuo era doloroso quanto i legacci che le segavano i polsi. L’altra era tenuta ferma vicino ad un grosso fuoco da due umani, mentre un terzo le stava addosso dimenandosi. La poverina sotto piangeva piano, singhiozzando sommessamente, quasi a non volersi far sentire dalle altre.

Gli uomini erano poco più che sagome, alla luce di quel fuoco, eppure poco discosto lei riconobbe il suo aguzzino.
Era li in piedi e guardava con il suo ghigno lo spettacolo della violenza.

Un sentimento di rabbia e di odio le esplose in testa, come non le era mai capitato.
Ebbe una fitta terrificante di dolore alle tempie, che quasi ne svenne.

Mentre lottava ansimando per restare cosciente, sentì una voce che pronunciava qualche parola nella brutta lingua degli uomini.
Era tuttavia una voce così suadente, pacata, da far sembrare anche la rozza lingua dei briganti un soave idioma.

Era della stessa strana razza, a cui apparteneva la donna violentata in terra.
Anche se le differenze nei lineamenti non erano mote, sapeva che era un maschio.
Era letteralmente ricoperto di metallo, di molti piccoli anelli di metallo.
La sua veste ne era costruita per intero, e ne aveva ricoperto anche il capo.
Sulle spalle aveva un lungo mantello di colore verde scuro ed impugnava una lunga spada, di un metallo bluastro.

Gli uomini del campo gli si lanciarono contro, grugnendo, afferrando quanto avevano a portata di mano.
Uno prese un grosso tizzone, mentre un altro un ferro per maneggiare il fuoco.
Il terzo sembrava preso dal recuperare le braghe alla cinta.
Ma lui, il suo aguzzino, il mostro, aveva una spada e lentamente girava intorno al fuoco, fissando lo straniero.

I primi due uomini caddero subito a terra, con un rantolo raccapricciante, tenendosi la gola. Il terzo tentò di sfuggire, ma cadde incespicando nelle braghe mezze calate, e fu trafitto nella nuca.

Ma il carceriere di Poisha aveva completato il suo strisciare attorno al fuoco, ed ora tentava di raggiungere il cavaliere alla schiena.
Poisha così parlò allo Spirito del Fuoco. Imprigionato dagli uomini nel campo, gli fu offerta Libertà e Vendetta.
Fornì al Fuoco il suo odio, la sua rabbia; tutto il suo dolore incontrollato lo diede in dono a quello Spirito, che se ne servisse.

Sentì il sapore del sangue nella gola, un dolore accecante nelle tempie, e poi infine il Fuoco rispose.
Una Fiamma, alimentata dall’odio, bianca per quanto intensa, eruttò da quella pira con tale forza da scagliare via per alcuni metri il brigante.
Il corpo fu avvolto in un fuoco inteso, che lo ridusse a cenere in pochi istanti.
La Fiamma venne quindi come risucchiata indietro, al grosso falò, e si trasformò in una colonna di fuoco, una spirale di fiamme avvolte su se stesse.

La colonna prese a crescere rapidamente di dimensioni, soprattutto in altezza.
La ragazza ne era rapita, ipnotizzata. Gli occhi sgranati, non riusciva ormai a capire se era lei che alimentava la fiamma, oppure era la fiamma che alimentava lei.
Si sentiva scorrere il Potere del Fuoco nelle vene, nel cervello, sulla pelle.
Sentiva il sospiro dello Spirito finalmente libero, selvaggio, violento, indomito ed indomabile.
Sentiva la sua Voce che le gridava tutta la Forza degli Elementi, tutta la libertà assoluta del Suo vigore.

E mentre stava per abbandonarsi a quelle sensazioni, all’esaltazione dell’essere liberi e selvaggi, tutto cessò di colpo.

Poche parole secche, pronunciate in una lingua sconosciuta, e la fiamma si spense.
Attorno a Poisha l’erba bruciava ancora; un fumo acre, accompagnato da un fetore terrificante, avvolgeva la piccola radura.
Il cavaliere pallido vestito di metallo, guardava con occhi sgranati la ragazza, la bocca semiaperta.
Puntava la sua spada verso di lei ma indietreggiava lentamente e mormorava di nuovo altre parole di quella lingua strana e musicale.

Il suo tono, ora, non era affatto pacato.
Lei riconosceva la paura dello straniero.
I suoi sensi erano amplificati e sentiva odori nuovi, che portavano nuovi significati.
Sensazioni nuove, che la inebriavano.

Guardava ora le sue corde.
Quelle fibre, che le stringevano polsi e le caviglie, erano costrette quanto lei. Fu facile indurle al allentare quella presa.
Ed i nodi si sciolsero.

Si alzò lentamente da terra, e si accorse che era nuda. La nausea l’assalì di nuovo, ebbe un conato e rimise, ancora tossendo, fra spasmi e dolori di testa.
Aveva fitte improvvise allo stomaco. Era sangue quello che tossiva.
Dolorante, confusa, si accorse di fissare le proprie mani: tremavano in modo incontrollato; tutto il corpo le doleva e le bruciava.

Ansimando si guardò attorno, cercando di mettere a fuoco la vista appananta.
Guardava le donne attorno, e qualcosa non andava: erano tutte immobili.
Tutte silenziose, ora. Tutte scure.
Erano tutti corpi carbonizzati.
Tutti.

Poisha urlò una volta. Due.
Con occhi che non vedevano, fissò di nuovo il cavaliere straniero.
Questi aveva nel mentre tracciato dei segni in terra, con la sua spada, e stava ancora parlando nella sua lingua incomprensibile.
Ma lei capiva lo stesso cosa voleva ottenere: lei sentiva che il cavaliere parlava allo Spirito della Terra.
Non ne capiva le parole, ma capiva le sue richieste.
Lo straniero voleva ucciderla; voleva usare lo Spirito della Terra contro di lei.

Si sentì improvvisamente triste, sola, spaurita, tradita.
Tradita, perché lo Spirito della Terra era il suo preferito.
Senza neanche accorgersene, si trovò a cantare allo Spirito della sua tristezza, il suo abbandono, la sua paura, la sua disperazione, la sua solitudine.

Poisha pianse, e quando alzò nuovamente lo sguardo il cavaliere straniero non c’era più.
Lì dove stavano lui ed i suoi strani segni nel terreno, c’era solo una pozza di fango rappreso.

Lo spirito del Fuoco liberato
Lo Spirito del Fuoco liberato

Equilibrium – 1.6 – Umano

Un odore ripugnante ed attraente, allo stesso momento.

Sul bordo dello stagno stava un umano. Era un umano maschio, di certo, perché il nonno le aveva detto come erano fatti. Era alto più di lei, e questa cosa da sola la eccitava in modo incomprensibile. Aveva dei capelli lunghi e scuri, ma non erano come quelli di Poshia. Erano lisci e fini. E la sua pelle era di un colore rosa e rossiccio, che non conosceva. Lui sorrideva e lei fece una risatina nervosa che neanche capiva come le era uscita.

L’uomo dimostrava una trentina d’anni, ma la giovane figlia di Namiah non sapeva come misurare l’età degli uomini ed ai suoi occhi appariva come un umano di mezza età. I segni del tempo che l’umano portava sul volto, infatti, comparivano sul viso dei Munshan solo intorno molto dopo i cinquanta anni.

L’uomo vestiva con dei brutti stracci di una stoffa mai vista prima, più brutta di quella usata dal nonno. Aveva una cinta di una strana sostanza che ricordava la scorza di alcuni frutti, con un pezzo di ferro attaccato sul fianco che assomigliava ad un attizzatoio. Lei era stata attenta alle storie del nonno, e comprese che quella era una spada, come quella di cui le era stato narrato. Un’arma!

Aveva con se uno strano animale dal pelo grigiastro. Assomigliava ai cavallini nani del nonno, ma non era di quella specie. Poisha sorrise anche all’animale, questa volta con sincera amicizia, ed il mulo fece un cenno con il capo, visibilmente rinfrancato.

La povera bestia era ricoperta letteralmente di ogni sorta di masserizie, dalla natura misteriosa ed incomprensibile.

L’uomo ridacchiava e pronunciava parole incomprensibili in una lingua dal rumore bizzarro e fastidioso. Teneva un ramoscello spezzato per una estremità, con il quale aveva sollevato la veste di Poscia, abbandonata al bordo dello stagno prima di immergersi nelle acque.

La ragazza si sentì irritata da quel gesto. Era la sua veste! Ma poi rammentò che quella era una di quelle reazioni che dispiacevano alla mamma, e si rilassò. Con un cenno del capo ed un sorriso disse allo straniero che poteva prenderla, se gli piaceva tanto. Anche se era una di quelle dalle sfumature policrome, che tanto le piacevano.

Lui fece una faccia strana, corrucciò la fronte, e non sembrò aver capito nulla di quello che lei aveva detto. Si passò la lingua sulle labbra, mostrando denti giallastri e irregolari.
Un altro dettaglio che lei trovava ripugnante ed affascinante allo stesso tempo.
Si grattò un poco il grugno, quindi fece un ghigno strano e dicendo qualche altra frase in quella lingua dal rumore fastidioso, prese a spogliarsi delle vesti puzzolenti che indossava.

La vista dell’uomo nudo le fece un effetto nuovo e sorprendente, facendole salire uno strano calore alle gote ed una stretta allo stomaco. Inoltre sentiva quel fastidioso calore umido fra le gambe che sapeva l’avrebbe perseguitata per qualche tempo, se non l’avesse placato con le mani. Una cosa di cui si vergognava, perché le sue amichette sembravano essere immuni da quel tipo di sfasamenti biologici.

L’uomo entrò nelle acque dello stagno e lei lo guardava ora con diffidenza mentre si avvicinava. Era tutto così strano. Ma l’odore che mandava era allo stesso momento alieno ed inebriante, nauseante ed eccitante. La testa le girava. Non sapendo cosa dire o cosa fare, mandò ad un tratto uno spruzzo dritto su quel nasone a patata, ridendo.

Ne nacque una guerra di spruzzi che la fece eccitare e divertire, come non provava da tempo. Quando qualcosa di duro, e di caldo, la urtò fra le gambe lei dischiuse le labbra e sentì l’odore forte di vino liquoroso, di tabacco, ed il respiro caldo di un bacio le violò per la prima volta le labbra.

Fecero l’amore a lungo, molte volte.
Poisha aveva scoperto il sesso e ne era esaltata.

Bevvero quel vino liquoroso di cui il fiato dell’uomo era impastato, ne bevve lei molto fino a che non rimase a giacere tramortita sulle rive di quello stagno, tramortita dalle fatiche del sesso e stordita dai fumi dell’alcol. E cadde tramortita, incosciente, per le droghe che l’uomo le aveva somministrato, a sua insaputa, con il vino di cui lei aveva abusato.

Primo Bacio
Il Primo bacio

Equilibrium – 1 – Ora. Dopo tutto.

Guardava lo stretto sentiero che conduceva verso l’estremità del picco, verso l’antica, tetra fortezza, che dominava dall’alto quella valle riarsa e desolata.

Tetra, eppure invitante. Invitante in quella quiete irreale che spingeva alla fuga, ma che urlava, allo stesso tempo, un richiamo silenzioso e irresistibile. Nel brusio del vento.

Il cielo scuro come quelle mura era illuminato a sprazzi dal debole bagliore di lampi lontani. Ecco, quel brontolio distante era l’agitato rifiuto, la paura nascosta, il sospiro di un avvertimento. Eppure. Eppure era quel sentiero che doveva salire. Ora. Dopo tutto.

La Rocca
La Rocca