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Equilibrium 3.2 – Furore

Non andava. Era inutile, si avvicinavano lo stesso.
Amberlan sputò le briglie e sparò altre due frecce in rapida successione, colpendo due diversi Barcan fra quelli più prossimi.
Uno dei mostri-lupo senza cavaliere afferrò con un morso il retro del carro, dando terribili scossoni che lo fecero sbandare.
La mezza elfa tirò altre tre frecce, le ultime, che andarono tutte a
segno nello stesso occhio del mostro. Era morto, ma la mascella era
rimasta serrata e caracollando su un fianco causò il rivoltarsi del
carro.
Vide quella specie di fatina volare letteralmente per aria, ma lo gnomo fu meno fortunato e lo vide rovinare sotto il carro rovesciato: il vecchio mercante stavolta non se la sarebbe cavata.
Adesso era incazzata sul serio. Non si spiegava bene il perché, ma
quei Barcan la facevano imbestialire oltre ogni misura, il loro solo
odore era insopportabilmente irritante.
Scattò in piedi sulla sella, saltando all’indietro in una giravolta
atterrò di lato del suo cavallo al galoppo; accosciata, inchinata in
avanti e con una mano in terra, slittò all’indietro sul terreno
polveroso di parecchi metri distante dal carro. Estrasse la spada corta impugnandola con la sinistra e il coltello rovesciato nella destra, scatarrò rabbiosa a terra per togliersi quel sapore schifoso di cuoio sporco e polvere, quindi si diresse verso i sei Barcan che avevano circondato il carro.
Due mostri-lupo senza cavaliere si erano avventati sui pony sl tiro,
sbranandoli, che erano rimasti bloccati a terra e legati al carro.
Le altre orride cavalcature si agitavano, invidiose della libertà di
banchettare ottenuta dai loro simili, tanto che alcuni dei Barcan furono costretti a scendere per lasciarli fare. Ora due soli di loro erano rimasti in groppa.
Mentre i quattro Barcan che erano in terra si misero a rovistare fra i
resti del carro, gli altri spronarono i mostri-lupo a caricare la mezza
elfa che si stava avvicinando.
Amberlan non trattenne un ghigno feroce. Era abituata ad essere
sottovalutata, e quegli umanoidi deformi avrebbero potuto ucciderla facilmente se l’avessero attaccata tutti insieme, con le loro bestie mostruose. Ma stavano arrivando solo due di loro, mentre gli altri neanche guardavano dalla sua parte.
Il primo tentò di farla uccidere dalla cavalcatura, che caricava con
le fauci spalancate. Amberlan spiccò un balzo improvviso. Appoggiando il piede sinistro sulla fronte del mostro-lupo, ne raggiunse il cavaliere piantando la spada diritta nel cuore prima ancora che si udisse lo schiocco a vuoto delle mandibole che aveva appena evitato.
In un unico movimento fluido, usando la spada come perno, continuò a ruotare a mezz’aria saltando sul secondo Barcan, che non vide neanche la lama del coltello che gli tagliò la gola.
Ora il primo mostro-lupo, che non sentiva più il suo cavaliere, si
avventava rapidamente verso di lei. Prese le briglie del secondo, diede un forte strattone costringedo la sua cavalcatura ad impennarsi, sicché invece di mordere lei la belva attaccante devastò la gola del suo simile con un tremendo morso.
L’aria di riempì di una densa nebbia rossoscuro e di un fetore
orrendo, allo stesso tempo, che Amberlan trovava davvero insopportabile.
Ma quell’odore di morte, di un suo simile, aveva evidentemente effetto anche sul mostro-lupo, che ora guardingo recedeva fissando quella piccola ragazzetta che aveva già recuperato la sua corta spada elfica mentre di dirigeva nella sua direzione.
“Vieni da mammina, cucciolone, che non abbiano ancora finito” – disse Amberlan, sputando nuovamente a terra nell’inutile tentativo di liberarsi di quel sapore nauseabondo che impregnava l’aria.

Equilibrium 3.1 – Imboscata

Era ormai la luce che precedeva il tramonto; dopo alcune ore, Villon mosse il suo cavallo accanto allo gnomo e senza tanti giri di parole chiese:

<< Vecchio, perché abbiamo lasciato la Grande Strada e deviamo lungo questa mulattiera, verso est? non dovevamo passare da Kolmiki?>>

Gromho sapeva che ad un certo punto avrebbe dovuto dare spiegazioni sulla vera natura del loro viaggio, ma non aveva ancora trovato il modo giusto per farlo, sicché ora era rimasto con il sopracciglio alzato e la pipa fumante fra le mani, perché davvero non sapeva cosa dire.

Si erano infatti lasciati alle spalle la vecchia strada Imperiale e si intravedeva già il limitare del bosco di Dalkath. Questa fitta parte del bosco, a nord del fiume, veniva chiamata già a quell’epoca “foresta di Malkath”.

Gromho aveva pagato bene i suoi informatori al Piccolo Villaggio, per ottenere le indicazioni necessarie a raggiungere il campo degli Schiavisti. In quei tempi la schiavitù era per lo più tollerata, nei Regni, ma per molte regioni restava una pratica comuqnue illegale. Inoltre, con il moltiplicarsi delle milizie, gli Schiavisti si erano fatti prudenti e spostavano il loro campo molto più spesso di un tempo. Ma chi doveva trovarli sapeva sempre come, e l’Oro era un buon mezzo per procurarsi tale informazione.

Stava ancora mordicchiando nervosamente la sua pipa, alla ricerca delle giuste parole, quando un sibilo ringhioso in lingua elfica indusse tutti a fermarsi.

La mezz’elfa aveva imbracciato l’arco e facendo un cenno con il mento, puntava un’area leggermente più a nord della linea della loro strada. Da lì, si levava una nuvola di polvere. Ora anche Gromho sentiva le urla cupe e disarticolate , che non conosceva da molto tempo… era un gruppo di Barcar!

I Barcar erano umanoidi ripugnanti, più simili nelle fattezze ad un peloso cinghiale bipede che ad un essere umano, a dire il vero.
In genere si muovevano a branco e si comportavano come le cavallette, devastando rapidamente tutto quello che incontravano per poi riparare nei loro covi-tane. Allevavano una specie di mostro-lupo, una qualche bestia contorta e mutante residuo delle Antiche Guerre, per usarli come cavalcatura e come arma di assalto.

Ma erano praticamente estinti, da diversi anni, e comunque non se ne vedeva un intero branco cavalcare mostro-lupi da almeno un ventennio.

Da quella distanza assurda, Amberlan cominciò a scoccare frecce. Contro ogni previsione, le frecce volavano fino a scomparire nella nuvola di polvere ad una velocità incredibile, e raggiungevano i loro bersagli. Ora tutti potevano osservare il gruppo di Barcar che si avvicinava velocemente a dorso delle strane cavalcature simili a grossi lupi deformi. Erano almeno una trentina, anche se alcuni di loro erano già caduti sotto i colpi dell’arciera. Le cavalcature prive di cavaliere, tuttavia, continuavano la loro corsa in modo anche più forsennato, assieme al resto dell’orda.

Gromho era visibilmente sconvolto e Namiah ebbe paura. Non aveva mai visto simili creature ma ne colse subito l’estraneità agli Spiriti e la loro natura contorta, malevola. La stessa terra che calpestavano, con le loro cavalcature immonde, protestava per quella violazione. Alcuni di loro portavano stendardi e vessilli neri con il simbolo in rosso della Montagna e della Torre. La Mushan ebbe un sobbalzo, perché riconobbe quei simboli dalle favole del vecchio gnomo, quando raccontava della Montagna e del Vulcano: erano le insegne di Arkam !

Una specie di ruggito si alzò, seguito da una risata piena e fragorosa: il gigantesco guerriero aveva gettato le sacche a terra, per poi lanciare la sua cavalcatura verso l’orda degli assalitori. Teneva l’enorme spadone in direzione della galoppata, lo scudo imponente bloccato al suo fianco. La luce del tramonto illuminava il metallo della sua armatura, creando una specie di florescenza, attorno a Gromak. Il Paladino invocava la protezione della sua Dea, Zurkul la danzatrice, e ne percepiva la benevolenza .

Vedendo partire sparato il paladino pazzo, direttamente verso il gruppo di Barcar in avvicinamento, Zunnhar a sua volta gettò a terra le sacche e spronò la sua cavalcatura, liberando la pesante mazza-ferrata. In cuor suo dubitava molto che ne sarebbero usciti vivi, ma pensava che al peggio avrebbero rallentato la corsa furiosa di quegli esseri, dando un po’ di vantaggio al resto di loro, tanto da poter darsi alla fuga. Fece uno dei suoi ghigni tristi, pensando che davvero di tutte le cose che aveva immaginato, quella era di sicuro una morte che non aveva messo in conto nella sua lista delle possibilità.

Erano troppo distanti ormai dalla Strada, e in campo aperto non avrebbero avuto scampo: Villon saltò a cassetta sul carro, strappando di mano allo gnomo le briglie, e frustò furiosamente i poveri pony. La loro unica speranza era quella di raggiunger il bosco e costringere gli assalitori ad uno scontro campale su terreno favorevole. A terra, ne era certo, e con gli alberi attorno a loro, neanche una dozzina di quella specie di mostri contorti potevano competere con una lama bilanciata. Se Zunnhar e Gromok ne stendevano almeno una decina prima di tirare le cuoia, forse se la sarebbero cavata.

Amberlan cavalcava accanto a loro. Teneva le briglie con i denti, tirando di tanto in tanto una freccia verso i cavalcalupi che si avvicinavano di più. Il carro infatti era esasperatamente lento e un dozzina di Barcar , che si erano staccati dal mucchio principale, li stavano praticamente raggiungendo.

***

Villon non riusciava a trattenere una specie di risatina isterica.
Si trovava a fronteggiare quella specie di mostri, che probabilmente lo avrebbero ucciso, lui che era di sicuro una delle migliori lame di Harn. Avrebbe potuto fronteggiar da solo orde di Barcar. Ghignò di nuovo, pensando ai cinque che aveva ucciso prima ancora che cercassero di colpirlo. Aveva davvero sperato di cavarsela, all’inizio, finché da tutte le direzioni non avevano cominciato a spuntare fuori quelle belve immonde che loro usavano come cavalcature. Aveva ucciso la prima bestia con difficoltà, colpendola ripetutamente negli occhi. Ma ora ne erano spuntate fuori tre insieme, da tre diverse direzioni, e sentiva i rumori attorno: ce ne erano altre.

Schivare e colpire, schivare e colpire… La sua spada dalla lama stretta aveva poca efficacia sulla pelle di quei mostri, e le sue forze andavano scemando. Presto avrebbe commesso un errore per stanchezza, e le fauci delle fiere avrebbero avuto la sua carne come compenso.

Si sorprese a pensare cosa ne fosse stato degli altri. Il carro si era rovesciato al limitare del bosco, ed era riuscito a saltare giù incolume per correre poi quanto più velocemente possibile verso il riparo della Selva. Aveva forse intravisto lo gnomo, bloccato nella caduta sotto la fiancata, ma non aveva visto che cosa fosse stato della strana fatina e dell’elfa scorbutica.

In realtà, aveva sperato che tenessero occupati gli inseguitori abbastanza tempo per poter prendere un certo margine e fuggire nel fitto, ma non era stato così fortunato. Fece ora un ghigno amaro, pensando che in realtà la sua fortuna si era già esaurita già da tempo.

Di nuovo uno dei mostri-lupo tentò di afferrarlo con le fauci, in un balzo repentino, ma Villon schivò affondando ancora una volta nell’occhio destro del mostro la sua spada.

Si, sarebbe morto questa volta.
Ma qualche altro mostro prima di lui, di certo.

***

Zunnhar aveva sentito diverse storie sul “paladino pazzo”, ma vederlo in azione dal vivo era tutt’altra cosa. La sua carica si era incuneata direttamente nel folto degli attaccanti, travolgendo diversi Barcar, con fracasso e grugniti decisamente inumani ad accompagnare la scena.
Spruzzi di sangue nerastro schizzarono in aria, fino a quando il cavallo del paladino venne atterrato. Il possente umano saltò via dalla sella prima che il cavallo cadesse, non senza menare un terribile fendente. Il suo colpo spaccò letteralmente in due uno dei mostri-lupo e il suo cavaliere.
Diversi aggressori continuarono la loro corsa verso il carro che fuggiva in lontananza, ma una dozzina di essi si era fermato e ora stavano cercando di circondare il paladino, che continuava a menare fendenti con l’enorme spadone a destra e manca.
Altro sangue nero venne versato prima che Zunnhar potesse raggiungere l’umano nella mischia. Roteando la mazza ferrata caricò uno dei Barcar che lo circondavano, devastandone la mascella e facendolo volare giù dalla sua mostruosa cavalcatura.
Il mostro-lupo, privo del suo cavaliere, morse ferocemente alla gola il cavallo di Zunnhar, costringendolo quindi a saltare giù di sella rapidamente. Riuscì comunque a ricongiungersi al paladino, poggiandosi alle possenti spalle dell’umano contò rapidamente i nemici d’intorno a loro. Erano solo otto, ora, e improvvisamente sopravvivere non gli sembrò cosa del tutto impossibile.

 

Gromak
Gromak

Equilibrium 3 – Le Ombre

Il Tempo non scorre sempre e ovunque nello stesso modo.
In realtà il tempo non esiste, se non come misura per registrare e percepire le cose della maggior parte dei mortali. Ma in effetti il tempo non esiste, senza movimento.
La maggior parte delle creature crede che il tempo trascorra, ma lei aveva avuto modo di constatare che in realtà esso sta sempre là dov’è.

Era uno dei primi Precetti, eppure il più difficile da comprendere.
Sicché lei sapeva, ad esempio, che il Tempo Trascorso aveva diverso valore per coloro che vivevano nel Mondo al di là del ruscello. Aveva visto come gli Spiriti manipolavano la percezione del Tempo a loro piacimento, rallentandolo delle volte fino a quasi fermarlo.

Il vecchio strambo che si ostinava a farle da precettore continuava a rassicurarla, che a sua Madre era stata lontana meno di un mese, e che presto avrebbe potuto lasciare il Bosco in sicurezza. Protetta dalla Conoscenza acquisita e di nuovo in Salute, in “Equilibrio con la tua Natura e quello che ti circonda”. Lei aveva goduto con passione degli insegnamenti del Vecchio, come un assetato che trova una fresca fonte nel deserto aveva assorbito tutti gli insegnamenti e sempre ne bramava di nuovi.

Ma le sue emozioni non mutavano. Era preoccupata per Namiah e le mancava la sua gente, i suoi piccoli Munshan.

Allo stesso modo, lo Spirito dell’Acqua vicino al ruscello era infelice e malinconico; infelice perché la ragazzina era triste e malinconico perché un po’ quella era la sua natura. Poisha si sentiva molto in sintonia con esso, che bramava le distese oceaniche lontane come lei bramava il suo ritorno a Casa. Il suo strano Precettore si assentava spesso per lunghi periodi, e in quei momenti soprattutto la sua mente vagava e più forte cresceva in lei la malinconia.

Su una cosa però il vecchio Falàs aveva ragione, di certo. Prima di quel periodo, passato con lui a studiare e sperimentare il linguaggio degli Spiriti, non aveva mai compreso il suo Motivo di essere. Ora non si sentiva più sbagliata, o diversa, o frustrata. Aveva avuto finalmente modo di comprendere come le miriadi, infinite, splendite diversità sono i colori fantastici che dipingono l’Esistenza. E che solo un cieco può odiarle, oppure restarne indifferente. Aveva inoltre un vago ricordo di quanto di brutto le era capitato. E di tutto questo era davvero grata.

Inizialmente aveva deciso di attendere il rientro del vecchio Maestro, per salutarlo e comunicare la sua decisione. Ma era troppo forte il sentimento che la spingeva ora a muoversi, a tornare ai suoi cari, a recuperare il suo vero Equilibrio.
Non avrebbe potuto in alcun modo aspettare oltre.

Presa la decisione, le tornò il buon umore. E prese a cantare per lo Spirito dell’Acqua la magica nenia che gli era stata insegnata, perché voleva che anche lo Spirito tornasse a gioire scherzoso, come accade vicino ad una cascatella.

“… violetta selvatica, violetta lunatica, ”
“ dammi un assaggio del tuo profumo ,”
“ lasciati cogliere ancora per oggi,
violetta selvatica, vieni con me. “
“ Fuggiamo assieme al tramonto nei campi,
fuggiamo verso vallate ridenti, ”
“ vieni come me, fiorellino splendente,
doniamoci ora, ora e per sempre,”
ognuno dell’altro, per l’eternità…”

Per alcuni istanti il Canto ebbe il suo Effetto, e le acque del piccolo ruscello sembrarono giocare con i riflessi del sole calante, in un improvviso ritorno del buonumore.
Ma durò solo pochi istanti.

Una strana nebbia scura cominciò infatti ad avvolgere il greto, muovendosi lentamente attraverso la rada boscaglia che circondava l’area. Il cielo sembrò cambiare improvvisamente, facendosi cupo e nuvoloso, ed il colore grigio divenne dominante sul verde e l’azzurro che risplendeva sino a pochi istanti prima attorno a lei.

E poi l’udì. Udì un lamento terribile e straziante, come se tutti gli Spiriti che abitavano la Natura attorno a lei avessero cominciato assieme a gridare, sofferenti. Una sofferenza inconcepibile ed irreale, dalla quale si ritiravano con la stessa velocità con la quale la strana nebbia scura copriva il paesaggio circostante.

E poi lo vide. Vide quell’uomo alto, vestito di una nera armatura che inghiottiva la luce e ne rubava i riflessi. Privo di elmo, erano rossi i suoi capelli, di un r osso intenso come il colore della lava fusa.
E rossi i suoi occhi pure di un rosso scuro come il sangue. E pallida la sua pelle, pallida come la luna e la fredda morte.

La mano destra del cavaliere era cosa sola con una lunga lama nera, anch’essa di un metallo privo di riflessi, la cui punta terminava nella scura nebbia che li circondava, confondendosi con essa al punto che la nebbia stessa pareva provenire da quella lama. Negli occhi di quell’uomo lesse l’assenza di un’Anima, e la giovane ne fu allo stesso tempo sgomenta e attratta.

Reagendo d’instinto chiese aiuto all’Acqua, che si alzò improvvisa dal ruscello ribollente gettandosi verso il cavaliere nero. Questi fece un lieve gesto con la mano sinistra, e l’Acqua cadde in terra ritirandosi in essa. Posha chiese aiuto alla Terra, che si spaccò rispondendo al suo comando, e figure umanoidi fatte di fango e sassi cominciarono a prendere forma. E di nuovo l’uomo con un gesto della mano ricondusse le forme alla fanghiglia da cui avevano preso vita.

Era ora a pochi passi dalla ragazza, che ancora giaceva seduta in terra, sul greto del ruscello. Poshia fissava lo straniero e non riusciva a muoversi. Nessuono dei suoi Amici Spiriti rispondeva al Richiamo, quasi che la scura nebbia li avesse inghiottiti per sempre. Le sembrava di vivere un incubo, dove non vi era modo di alzarsi e scappare. Le riuscì solo di balbettare – < < Che potere … che razza di Potere, è mai questo!? >>

L’Oscuro Signore completò in pochi passi l’ultima distanza che li separava. Senza smettere di fissare la ragazza, piantò in terra la punta della sua nera spada, e appoggiandosi sul ginocchio sinistro, tese ad offrirgli la propria mano – < < Lo vuoi, questo Potere? >>

 la mano tesa delle Ombre         la mano tesa delle Ombre

La democrazia che verrà …

Ho attesa tutta la vita che l’Italia diventasse una democrazia.
Ancora sto aspettando.

Oggi sentiamo i nostri “politici” affermare, senza battere ciglia, che le elezioni sono un inutile spreco di denaro pubblico: in questa situazione “tanto si arriverebbe allo stesso risultato”.

In nome quindi della “stabilità di governo”, utile alla “ripresa economica”, si tentano alleanze sempre più spericolate e fantasiose fra destre, sinistre, centri, ecc.

Tutto, pur di non andare al voto.

“Bisogna prima fare la legge elettorale”. E bisogna anche abolire il Senato, una sovrastruttura costosissima.

Ma allora perché non aboliamo anche la camera? E perché non il governo?

Si auto-incarichi un bravo Amministratore Delegato, che gestisca l’Italia e finalmente con successo il nostro enorme buffo (debito pubblico).

Oppure magari fermiamoci un attimo a riflettere.

Magari la legge elettorale è una scusa dietro la quale si nasconde la totale incompetenza, malafede e incapacità dei nostri sedicenti politici.

Una vera classe dirigente, degna di una vera democrazia, la soluzione al governo la trova in parlamento: sui programmi e sulle cose da fare, indipendentemente dall’esito delle elezioni e della legge elettorale.

E se non sono in grado, si rivà al voto anche 200 volte di seguito, finché i cittadini non trovano l’espressione di rappresentanza adeguata, in grado di fare un vero governo politico.
Ma in questo caso saremmo in una democrazia, dove il costo delle elezioni non sono mai denaro sprecato.

E io sto ancora aspettando.