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Equilibrium 3.1 – Imboscata

Era ormai la luce che precedeva il tramonto; dopo alcune ore, Villon mosse il suo cavallo accanto allo gnomo e senza tanti giri di parole chiese:

<< Vecchio, perché abbiamo lasciato la Grande Strada e deviamo lungo questa mulattiera, verso est? non dovevamo passare da Kolmiki?>>

Gromho sapeva che ad un certo punto avrebbe dovuto dare spiegazioni sulla vera natura del loro viaggio, ma non aveva ancora trovato il modo giusto per farlo, sicché ora era rimasto con il sopracciglio alzato e la pipa fumante fra le mani, perché davvero non sapeva cosa dire.

Si erano infatti lasciati alle spalle la vecchia strada Imperiale e si intravedeva già il limitare del bosco di Dalkath. Questa fitta parte del bosco, a nord del fiume, veniva chiamata già a quell’epoca “foresta di Malkath”.

Gromho aveva pagato bene i suoi informatori al Piccolo Villaggio, per ottenere le indicazioni necessarie a raggiungere il campo degli Schiavisti. In quei tempi la schiavitù era per lo più tollerata, nei Regni, ma per molte regioni restava una pratica comuqnue illegale. Inoltre, con il moltiplicarsi delle milizie, gli Schiavisti si erano fatti prudenti e spostavano il loro campo molto più spesso di un tempo. Ma chi doveva trovarli sapeva sempre come, e l’Oro era un buon mezzo per procurarsi tale informazione.

Stava ancora mordicchiando nervosamente la sua pipa, alla ricerca delle giuste parole, quando un sibilo ringhioso in lingua elfica indusse tutti a fermarsi.

La mezz’elfa aveva imbracciato l’arco e facendo un cenno con il mento, puntava un’area leggermente più a nord della linea della loro strada. Da lì, si levava una nuvola di polvere. Ora anche Gromho sentiva le urla cupe e disarticolate , che non conosceva da molto tempo… era un gruppo di Barcar!

I Barcar erano umanoidi ripugnanti, più simili nelle fattezze ad un peloso cinghiale bipede che ad un essere umano, a dire il vero.
In genere si muovevano a branco e si comportavano come le cavallette, devastando rapidamente tutto quello che incontravano per poi riparare nei loro covi-tane. Allevavano una specie di mostro-lupo, una qualche bestia contorta e mutante residuo delle Antiche Guerre, per usarli come cavalcatura e come arma di assalto.

Ma erano praticamente estinti, da diversi anni, e comunque non se ne vedeva un intero branco cavalcare mostro-lupi da almeno un ventennio.

Da quella distanza assurda, Amberlan cominciò a scoccare frecce. Contro ogni previsione, le frecce volavano fino a scomparire nella nuvola di polvere ad una velocità incredibile, e raggiungevano i loro bersagli. Ora tutti potevano osservare il gruppo di Barcar che si avvicinava velocemente a dorso delle strane cavalcature simili a grossi lupi deformi. Erano almeno una trentina, anche se alcuni di loro erano già caduti sotto i colpi dell’arciera. Le cavalcature prive di cavaliere, tuttavia, continuavano la loro corsa in modo anche più forsennato, assieme al resto dell’orda.

Gromho era visibilmente sconvolto e Namiah ebbe paura. Non aveva mai visto simili creature ma ne colse subito l’estraneità agli Spiriti e la loro natura contorta, malevola. La stessa terra che calpestavano, con le loro cavalcature immonde, protestava per quella violazione. Alcuni di loro portavano stendardi e vessilli neri con il simbolo in rosso della Montagna e della Torre. La Mushan ebbe un sobbalzo, perché riconobbe quei simboli dalle favole del vecchio gnomo, quando raccontava della Montagna e del Vulcano: erano le insegne di Arkam !

Una specie di ruggito si alzò, seguito da una risata piena e fragorosa: il gigantesco guerriero aveva gettato le sacche a terra, per poi lanciare la sua cavalcatura verso l’orda degli assalitori. Teneva l’enorme spadone in direzione della galoppata, lo scudo imponente bloccato al suo fianco. La luce del tramonto illuminava il metallo della sua armatura, creando una specie di florescenza, attorno a Gromak. Il Paladino invocava la protezione della sua Dea, Zurkul la danzatrice, e ne percepiva la benevolenza .

Vedendo partire sparato il paladino pazzo, direttamente verso il gruppo di Barcar in avvicinamento, Zunnhar a sua volta gettò a terra le sacche e spronò la sua cavalcatura, liberando la pesante mazza-ferrata. In cuor suo dubitava molto che ne sarebbero usciti vivi, ma pensava che al peggio avrebbero rallentato la corsa furiosa di quegli esseri, dando un po’ di vantaggio al resto di loro, tanto da poter darsi alla fuga. Fece uno dei suoi ghigni tristi, pensando che davvero di tutte le cose che aveva immaginato, quella era di sicuro una morte che non aveva messo in conto nella sua lista delle possibilità.

Erano troppo distanti ormai dalla Strada, e in campo aperto non avrebbero avuto scampo: Villon saltò a cassetta sul carro, strappando di mano allo gnomo le briglie, e frustò furiosamente i poveri pony. La loro unica speranza era quella di raggiunger il bosco e costringere gli assalitori ad uno scontro campale su terreno favorevole. A terra, ne era certo, e con gli alberi attorno a loro, neanche una dozzina di quella specie di mostri contorti potevano competere con una lama bilanciata. Se Zunnhar e Gromok ne stendevano almeno una decina prima di tirare le cuoia, forse se la sarebbero cavata.

Amberlan cavalcava accanto a loro. Teneva le briglie con i denti, tirando di tanto in tanto una freccia verso i cavalcalupi che si avvicinavano di più. Il carro infatti era esasperatamente lento e un dozzina di Barcar , che si erano staccati dal mucchio principale, li stavano praticamente raggiungendo.

***

Villon non riusciava a trattenere una specie di risatina isterica.
Si trovava a fronteggiare quella specie di mostri, che probabilmente lo avrebbero ucciso, lui che era di sicuro una delle migliori lame di Harn. Avrebbe potuto fronteggiar da solo orde di Barcar. Ghignò di nuovo, pensando ai cinque che aveva ucciso prima ancora che cercassero di colpirlo. Aveva davvero sperato di cavarsela, all’inizio, finché da tutte le direzioni non avevano cominciato a spuntare fuori quelle belve immonde che loro usavano come cavalcature. Aveva ucciso la prima bestia con difficoltà, colpendola ripetutamente negli occhi. Ma ora ne erano spuntate fuori tre insieme, da tre diverse direzioni, e sentiva i rumori attorno: ce ne erano altre.

Schivare e colpire, schivare e colpire… La sua spada dalla lama stretta aveva poca efficacia sulla pelle di quei mostri, e le sue forze andavano scemando. Presto avrebbe commesso un errore per stanchezza, e le fauci delle fiere avrebbero avuto la sua carne come compenso.

Si sorprese a pensare cosa ne fosse stato degli altri. Il carro si era rovesciato al limitare del bosco, ed era riuscito a saltare giù incolume per correre poi quanto più velocemente possibile verso il riparo della Selva. Aveva forse intravisto lo gnomo, bloccato nella caduta sotto la fiancata, ma non aveva visto che cosa fosse stato della strana fatina e dell’elfa scorbutica.

In realtà, aveva sperato che tenessero occupati gli inseguitori abbastanza tempo per poter prendere un certo margine e fuggire nel fitto, ma non era stato così fortunato. Fece ora un ghigno amaro, pensando che in realtà la sua fortuna si era già esaurita già da tempo.

Di nuovo uno dei mostri-lupo tentò di afferrarlo con le fauci, in un balzo repentino, ma Villon schivò affondando ancora una volta nell’occhio destro del mostro la sua spada.

Si, sarebbe morto questa volta.
Ma qualche altro mostro prima di lui, di certo.

***

Zunnhar aveva sentito diverse storie sul “paladino pazzo”, ma vederlo in azione dal vivo era tutt’altra cosa. La sua carica si era incuneata direttamente nel folto degli attaccanti, travolgendo diversi Barcar, con fracasso e grugniti decisamente inumani ad accompagnare la scena.
Spruzzi di sangue nerastro schizzarono in aria, fino a quando il cavallo del paladino venne atterrato. Il possente umano saltò via dalla sella prima che il cavallo cadesse, non senza menare un terribile fendente. Il suo colpo spaccò letteralmente in due uno dei mostri-lupo e il suo cavaliere.
Diversi aggressori continuarono la loro corsa verso il carro che fuggiva in lontananza, ma una dozzina di essi si era fermato e ora stavano cercando di circondare il paladino, che continuava a menare fendenti con l’enorme spadone a destra e manca.
Altro sangue nero venne versato prima che Zunnhar potesse raggiungere l’umano nella mischia. Roteando la mazza ferrata caricò uno dei Barcar che lo circondavano, devastandone la mascella e facendolo volare giù dalla sua mostruosa cavalcatura.
Il mostro-lupo, privo del suo cavaliere, morse ferocemente alla gola il cavallo di Zunnhar, costringendolo quindi a saltare giù di sella rapidamente. Riuscì comunque a ricongiungersi al paladino, poggiandosi alle possenti spalle dell’umano contò rapidamente i nemici d’intorno a loro. Erano solo otto, ora, e improvvisamente sopravvivere non gli sembrò cosa del tutto impossibile.

 

Gromak
Gromak

Equilibrium 2.7 – Compagnia d’Arme

Il sole picchiava duro quella mattina. Amberlan era incazzata come sempre, dall’inizio del viaggio.
La testa le pulsava come se quattro orchi invasati pestassero le loro mazze sulle sue tempie; i rumori che produceva quella spedizione di saltimbanchi era un fragore mostruoso e insopportabile.
Sputò l’ennesima volta a terra per togliersi dalla bocca il sapore del terriccio e l’odore ripugnante che era costretta a sopportare.
Quella specie di piccola gnometta sul carro la fissò ancora una volta con quei suoi ridicoli occhi viola, sproporzionatamente grandi, arricciando leggermente il labbruccio inferiore e aggrottando la fronte in segno di disapprovazione.
La mezz’elfa ghignò soddisfatta e sputò di nuovo, questa volta ostentatamente, sporgendosi da cavallo e lasciando colare lentamente la bava a terra, sicché Namiah distolse lo sguardo.

Se quelli erano mercanti, lei era una sacerdotessa della Luce. Amberlan aveva capito subito che c’era la fregatura. Troppi soldi per una spedizione facile erano sospetti, e lei sapeva che Zunnhar non si univa mai alle sue spedizioni se non per motivi “speciali”. Inoltre, restava oscuro in cosa commerciassero i due gnomi, visto che il carro portava solo provviste per la spedizione.
Certo, si era finalmente potuta comprare un arco decente, con l’anticipo, e frecce nuove ben equilibrate. Lo stupido mercante non si era neanche accorto che quella robba era di origine elfica. Amberlan fece un mezzo sorriso: aveva fatto proprio un ottimo affare.
Ma restava il fatto che la “signora” era parecchio diversa dal vecchiaccio che li aveva assoldati,  non era certa neanche di che razza fosse. Di sicuro tutta la storia era ben diversa da come la raccontavano.

Innervosita dall’ennesima puntura di insetti, sibiliò un’imprecazione particolarmente ricca e volgare, in elfico silvano. Lei trovava quella una lingua davvero perfetta per le bestemmie e gli improperi. La “gnometta” trasalì ancora, ed Amberlan ghignando ebbe la certezza che la strana fatina conoscesse l’elfico.

Namiah aveva voltato il capo, ed aveva affondato la fronte sulla spalla di Gromho.
Era aggrappata al braccio del vecchio gnomo con la forza della disperazione.
Era triste, preoccupata e disorientata.
Era triste perché la sua bambina le mancava in modo doloroso. Il solo pensiero della sua piccola le provocava una terribile stretta al cuore, un immediato affiorare di lacrime.
Era preoccupata perché si era affidata completamente al vecchio mercante ed ora si trovava circondata dagli Esterni, genti aliene e pericolose di cui non comprendeva le reali motivazioni e di cui comprendeva a fatica la rozza lingua.
Era disorientata perché da quando avevano lasciato la foresta gli Spiriti facevano fatica a farsi udire, quasi che fossero rimasti al bosco Malkath, abbandonando Namiah al Mondo Esterno da sola.

Seguivano la Grande Strada Settentrionale verso nord. Villon era particolarmente annoiato e cavalcava stravaccato sulla sella, percuotendosi distrattamente le spalle con un piccolo frustino, nel vano tentativo di allontanare gli insetti, fastidiosi piccoli compagni di viaggio che sembravano decisi a perseguitarli ancora a lungo. Sospirando pensava che usciti dalla bassa valle del “Piccolo villaggio”, forse le zanzare avrebbero dato loro un po’ di tregua. Fece un sorrisetto divertito alla mezz’elfa che imprecava, e fu ricambiato ancora una volta da uno sguardo assassino che trovava particolarmente eccitante. Villon aveva collezionato un certo numero di donne nella sua carriera di spadaccino di ventura, e la selvaggia mezz’elfa era decisamente un “modello” che mancava alla sua collezione. Volse il suo sguardo al cielo splendente dello stesso azzurro chiaro dei suoi occhi. Guardava curioso il gioco di quella specie di cornacchie che volteggiavano alte fra le nubi rarefatte.

Il vecchio Gromho faceva del suo meglio per rassicurare Namiah. Stavano seduti a cassetta del carro. Un grosso telo ricopriva i barili dell’acqua, le casse con la carne secca e tutte le altre masserizie dello gnomo e dei suoi mercenari. Certo ostentava sicurezza, ma non era certo di aver fatto un buon affare; e non faceva che gettare occhiatacce, di tanto in tanto da sopra la spalla, al mezz’orco che li seguiva con il suo cavallo a qualche metro di distanza.
Aveva dovuto disfarsi velocemente, a prezzo decisamente basso, delle sue merci. Era l’unico modo per avere abbastanza posto sul carro. Guardava preoccupato i suoi due vecchi pony, li davanti, e si domandava se avrebbero retto un così lungo viaggio con quel genere di carico, abituati come erano a portare vesti e tessuti o al massimo, per un breve tratto, qualche barile di vino.
Inoltre si domandava come i sui uomini avrebbero reagito alla notizia che in realtà il loro viaggio li avrebbe condotti verso il campo degli schiavisti, certo più a sud di Kolmiki, ma decisamente una destinazione meno “tranquilla” di quanto previsto per un viaggio di scorta ad un mercante ed alla sua giovane moglie.
Senza contare il fatto che si accompagnava a loro il Paladino Pazzo di Shalem, di cui aveva sentito raccontare a più riprese, in taverna, e di cui aveva riso assai alle battute, agli aneddoti, che aveva udito. Ancora cattiva sorte a compensare la sua leggerezza: ora se lo ritrovava a cavalcare a fianco. Il vecchio gnomo emise un sospiro sconsolato e rimise la pipa in bocca, cercando un po’ di conforto nel sapore speziato del tabacco.

Gromak non si accorse del sospiro, e tanto meno dell’occhiata che gli aveva gettato lo gnomo. Era completamente assorto, perché cercava invano un segno, un presagio, una indicazione circa il suo Destino e sugli Eventi che lo stavano trasportando in quel viaggio.
Indossava la pesante armatura dell’Ordine, di piastre e catena. Lo scudo con le effigi del Giglio Rosso e la Grande Spada, che lui riusciva a maneggiare con una sola mano, erano appesi ai lati della sella.
Certo, gli Dei avevano guidato le sue azioni fino a quel momento. Era partito dalla piccola cittadina corrotta, seguendo il Precetto del Vecchio Prelato, presentandosi a quell’individuo equivoco, Zunnhar. Era stato incerto ma presto si pentì di questa sua mancanza di Fede, quando due Segni chiari come il sole gli diedero fiducia.
Il primo Segno era che la Spedizione sarebbe partita immediatamente, dando modo a Gromok di evitare possibili conseguenze per aver seguito l’Ispirazione, avendo posto fine alle Sofferenze del suo Padre terreno.
E poi aveva avuto notizia che la sua missione sarebbe stata di scortare quella piccola gnoma con il suo marito. Il vecchio era un essere contorto che puzzava di compromesso e di peccato. Ma la giovane che lo accompagnava era talmente Pura e Retta che il Paladino ne fu colpito e quasi intimidito.
Ora si interrogava tuttavia attorno al senso di tutto questo e cercava invano il Vero Precetto, la sua Reale Missione, che gli Dei Comandavano.
Ma quella mattina erano avari di Ispirazione. Il Paladino della Luce cercava risposte a domande troppo complicate per lui.

Zunnhar fece un altro dei suoi ghigni grotteschi, ma in realtà si trattava di un sorriso affettuoso. La Mezz’elfa era vestita praticamente di stracci, si comportava come uno degli scaricatori del mercato, eppure sembrava lo stesso una bella ragazzina ribelle malvestita e fuori posto. Diede uno sguardo anche a Villon. Stava li con quel suo fare snob un po’ strafottente, che non aveva motivo o giustificazione visto che i suoi debiti erano ormai una delle favole da taverna del Piccolo Villaggio. Lo spadaccino mosse il capo nella sua direzione, fissando i suoi piccoli occhi bluastri verso di lui. Come se avesse “sentito” di essere osservato. Fece un cenno con il capo ed un mezzo sorriso.
Il mezz’orco scosse la testa osservando la perfetta piega dei suoi capelli ramati, dei suoi abiti. Come facesse quell’uomo dopo ore a cavallo, a sembrare sempre perfettamente in ordine e nemmeno sudato, restava un mistero.
Si aggiustò un po’ il suo vecchio corpetto di cuoio. Era parecchio che non lo trattava col grasso, era troppo duro e scomodo a portarsi. Accarezzò distrattamente la pesante mazza-ferrata, attaccata al suo cavallo.
Non l’avrebbe confessato neanche sotto tortura, eppure era preoccupato per i “suoi ragazzi” e per il suo vecchio mentore. Prima di partire aveva raccolto qualche voce, qualche informazione. Il fatto che non fosse venuto fuori nulla lo preoccupava ancora di più. Senza contare il fatto che era stato costretto a portarsi appresso il Bestione Pazzo, per compiacere L’Ordine dei Sacerdoti.
Si, non l’avrebbe mai confessato, ma quel vecchio grinzoso gnomo era quanto di più vicino ad un padre avesse mai avuto. Per la prima volta da tanto, tantissimo tempo, non era per i suoi affari personali che Zunnhar aveva deciso di unirsi alla spedizione. Non era per oscuri interessi o macchinazioni. Si era unito a quella strana spedizione perché non avrebbe permesso, in nessun caso e per nessuna ragione, che a Gromho succedesse qualcosa.
Fece un sospiro e volse il suo sguardo al cielo, seguendo per qualche attimo il gioioso gioco dei piccoli storni in volo.

La Carovana
La Carovana

Equilibrium – 2.2 – Gromak

Shalem, il Piccolo Villaggio, il Crocevia del Commercio.
Shalem, Nordak, e tanti altri nomi ancora per il Piccolo Villaggio che divenne presto una piccola cittadina, al crocevia delle due più importanti arterie Imperiali.

Nelle radure a nord del fiume Delmian, quando l’Impero pose in costruzione le antiche strade che percorrono le Terre, da sud a nord e da est ad ovest.
A quei tempi il fiume fu deviato e presto le terre che circondavano il villaggio furono aride, e la pianura verdeggiante divenne una tavola impolverata.

Ora, non c’è nulla se non il commercio che ne giustifica l’esistenza.

A Shalem tutto è in vendita e tutto si può comprare. Per i suoi vicoli polverosi ogni genere di affari è trattato. Negli anni, nei secoli, molti Poteri si sono avvicendati rivendicando le terre sulle quali Shalem è stata edificata. Eppure sempre, chiunque fosse il Regnante, i potenti Mercanti della Città sono riusciti ad ottenere una sorta di indipendenza, di giurisdizione autonoma, addirittura il controllo di un piccolo esercito cittadino. Le leggi di Shalem furono sempre rispettate; nel pieno delle più feroci guerre, a Shalem era possibile incontrare in una taverna opposte fazioni ad ubriacarsi ed a trattare affari allo stesso tavolo.

Tutte le Razze erano da sempre benvenute a Shalem, purché portassero qualcosa da vendere, oppure avessero denari per comprare. Nel Piccolo Villaggio le politiche, le guerre, le faide del Regno erano tutte esiliate a favore del commercio. E delle politiche, delle guerre e delle faide ammesse vi erano solo quelle legate al commercio stesso.

Le leggi di Shalem erano poche e semplici, e dunque facilmente comprensibili a rispettare da tutte le Razze. Anche le più ottuse fazioni di Semi-Umani delle montagne, ne comprendevano i pochi precetti che riguardavano il furto o il mancato rispetto di un accordo.

Questa sorta di “extraterritorialità” aveva inoltre arricchito la cittadina di molti abitanti non proprio legati al commercio, che tuttavia trovavano più agevoli le leggi di Shalem quanto le prigioni del Regno, o peggio. Le Gilde dei Ladri e degli Assassini erano influenti a Shalem quasi quanto la Corporazione dei Mercanti, che eleggeva il Consiglio di Reggenza.

In questa casuale accozzaglia di culture ed etiche contrastanti, era possibile incontrare nella Via dei Templi maestose cattedrali innalzate agli dei della Luce, giusto di fronte all’equivoco e misterico Covo del Culto della Morte.

Queste connivenze, a dire il vero assieme a molti altri concetti, restavano incomprensibili ed aliene alla mente semplice di Gromak. Fissava tristemente il pavimento, composto da una miriade di piccole pietre colorate a formare un mosaico. Il disegno del mosaico rappresentava il Dio della Luce mentre dona i Poteri alla sua protetta, Zurkul, protettrice delle Belle Arti. La sala di attesa era in realtà una piccola Cappella del Tempio della Luce, la cui volta a semi-cupola era impreziosita da antichi affreschi che raffiguravano la Creazione. Le feritoie e le vetrate poste in punti strategici davano un prezioso gioco di luci che in questo momento, cadendo dall’alto, a cono, sulle panchette di pietra lungo le pareti, donavano alla saletta un “non se ché” di mistico.

Il vecchio Prelato, che in silenzio osservava, era scosso. Ancora una volta quel bestione di Gromak, un Paladino della Danzatrice, si era macchiato di crimini sanguinosi in nome degli Dei della Luce. Quel Gigante ricoperto del Metallo dei Paladini era il figlio di una pazzia incontrollabile e violenta, che pure lo aveva lasciato Puro e nel pieno del suo Potere. Anche in questo momento il Vecchio poteva percepiva il diffondersi quasi incontrollato, tutto d’attorno, dell’Aura Mistica che solo i più Grandi Servitori del Culto avevano potuto, un tempo, sfoggiare.
E dopo tanti anni di attesa e di preghiera quel potere si era dunque incarnato nuovamente, ma in un Bestione paranoico e ritardato.

Il Prelato fece un sospiro che riassumeva tutto il peso dei suoi anni e la sua sconfinata delusione, tristezza. Scostando lentamente il drappo bianco-oro, l’arazzo che lo celava, fece il suo lento ingresso nella piccola Cappella; sedendogli di fronte si rivolse a lui con voce stanca e roca —
” Gromak, l’Ordine non può più proteggerti… Io non posso più proteggerti. Questa volta … questa volta non vedo altra soluzione… al fatto che tu prosegua il tuo Cammino altrove, cercando le Ragioni del tuo Essere in luoghi remoti da qui … mi dispiace figliolo, ma questo è il Precetto … ”
Chinava il capo e sospirava ancora, stanco —
” Ma Padre! ” — la voce del Bestione era un ruggito frustrato, quasi gridato — ” Padre io non ho fatto nulla che non fosse il Volere di … ”
” BASTA! ” — il vecchio si era ora alzato ed aveva lui gridato, le gote tremanti dalla rabbia —
” BASTA! Non BESTEMMIARE in mia presenza! C’erano BAMBINI …Gromak! … per l’amore del Cielo! BAMBINI! ”

Tossendo convulsamente, il vecchio ricadde pesantemente a sedere, scuotendo il capo.
Con mano tremante afferrò una lettera, la estrasse dalla manica della sua tunica. Imbustata in carta di pergamena anonima, consegnò il plico all’uomo che aveva di fronte a se —
” Questa lettera ti consentirà di essere accolto in altri Templi, se necessario. Ma solo per brevi periodi, sappilo. Gli Dei possono perdonare te, Gromak, e la tua Mente Vacua. Ma non perdoneranno mai me, per quello che è successo in questi anni. Prendi questa lettera e la mia triste Benedizione, figliolo, e non dire altro. Domani all’alba ti presenterai alla taverna del Grifone Bianco, quella vicino al mercatino della porta Ovest, e chiederai di Zunnhar. Ti darà dei denari per scortare dei mercanti diretti a sud, e tu potrai viaggiare con loro. Al resto penserò io. Ma vai ora! subito! che io possa espiare per entrambi le nostre Colpe … ”
” PADRE! ” — la voce del Bestione risuonava come il lamento del Leone Ferito.
” Taci! ” — il Vecchio cadde ai piedi dell’uomo, abbracciandone le ginocchia ” … taci, e perdonami … ”

Gromak era stupido. Non capiva molte cose. Ma sempre aveva interpretato i Segni, e la Voce degli Dei ogni volta che lo avevano comandato. E sapeva, sempre, che seguendo i Precetti ed ubbidendo ai suoi Dei senza chiedere, la sua strada sarebbe stata La Strada Illuminata.

Era quindi riluttante ma era un Devoto ed avrebbe dunque ubbidito, ancora una volta, alla sua Voce interiore.
Accarezzò lentamente, piangendo, la testa dell’uomo, del Prelato, che era stato per lui un Padre.
Afferrò quella testa dolcemente, sollevandola per dare un ultimo sguardo agli occhi chiari e tristi del vecchio.
E poi piangendo spezzò il collo del Vecchio Prelato, prima di allontanarsi dal Tempio di Shalem per sempre.

Gromak
Gromak della Luce