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Equilibrium 3.2 – Furore

Non andava. Era inutile, si avvicinavano lo stesso.
Amberlan sputò le briglie e sparò altre due frecce in rapida successione, colpendo due diversi Barcan fra quelli più prossimi.
Uno dei mostri-lupo senza cavaliere afferrò con un morso il retro del carro, dando terribili scossoni che lo fecero sbandare.
La mezza elfa tirò altre tre frecce, le ultime, che andarono tutte a
segno nello stesso occhio del mostro. Era morto, ma la mascella era
rimasta serrata e caracollando su un fianco causò il rivoltarsi del
carro.
Vide quella specie di fatina volare letteralmente per aria, ma lo gnomo fu meno fortunato e lo vide rovinare sotto il carro rovesciato: il vecchio mercante stavolta non se la sarebbe cavata.
Adesso era incazzata sul serio. Non si spiegava bene il perché, ma
quei Barcan la facevano imbestialire oltre ogni misura, il loro solo
odore era insopportabilmente irritante.
Scattò in piedi sulla sella, saltando all’indietro in una giravolta
atterrò di lato del suo cavallo al galoppo; accosciata, inchinata in
avanti e con una mano in terra, slittò all’indietro sul terreno
polveroso di parecchi metri distante dal carro. Estrasse la spada corta impugnandola con la sinistra e il coltello rovesciato nella destra, scatarrò rabbiosa a terra per togliersi quel sapore schifoso di cuoio sporco e polvere, quindi si diresse verso i sei Barcan che avevano circondato il carro.
Due mostri-lupo senza cavaliere si erano avventati sui pony sl tiro,
sbranandoli, che erano rimasti bloccati a terra e legati al carro.
Le altre orride cavalcature si agitavano, invidiose della libertà di
banchettare ottenuta dai loro simili, tanto che alcuni dei Barcan furono costretti a scendere per lasciarli fare. Ora due soli di loro erano rimasti in groppa.
Mentre i quattro Barcan che erano in terra si misero a rovistare fra i
resti del carro, gli altri spronarono i mostri-lupo a caricare la mezza
elfa che si stava avvicinando.
Amberlan non trattenne un ghigno feroce. Era abituata ad essere
sottovalutata, e quegli umanoidi deformi avrebbero potuto ucciderla facilmente se l’avessero attaccata tutti insieme, con le loro bestie mostruose. Ma stavano arrivando solo due di loro, mentre gli altri neanche guardavano dalla sua parte.
Il primo tentò di farla uccidere dalla cavalcatura, che caricava con
le fauci spalancate. Amberlan spiccò un balzo improvviso. Appoggiando il piede sinistro sulla fronte del mostro-lupo, ne raggiunse il cavaliere piantando la spada diritta nel cuore prima ancora che si udisse lo schiocco a vuoto delle mandibole che aveva appena evitato.
In un unico movimento fluido, usando la spada come perno, continuò a ruotare a mezz’aria saltando sul secondo Barcan, che non vide neanche la lama del coltello che gli tagliò la gola.
Ora il primo mostro-lupo, che non sentiva più il suo cavaliere, si
avventava rapidamente verso di lei. Prese le briglie del secondo, diede un forte strattone costringedo la sua cavalcatura ad impennarsi, sicché invece di mordere lei la belva attaccante devastò la gola del suo simile con un tremendo morso.
L’aria di riempì di una densa nebbia rossoscuro e di un fetore
orrendo, allo stesso tempo, che Amberlan trovava davvero insopportabile.
Ma quell’odore di morte, di un suo simile, aveva evidentemente effetto anche sul mostro-lupo, che ora guardingo recedeva fissando quella piccola ragazzetta che aveva già recuperato la sua corta spada elfica mentre di dirigeva nella sua direzione.
“Vieni da mammina, cucciolone, che non abbiano ancora finito” – disse Amberlan, sputando nuovamente a terra nell’inutile tentativo di liberarsi di quel sapore nauseabondo che impregnava l’aria.

Equilibrium 3 – Le Ombre

Il Tempo non scorre sempre e ovunque nello stesso modo.
In realtà il tempo non esiste, se non come misura per registrare e percepire le cose della maggior parte dei mortali. Ma in effetti il tempo non esiste, senza movimento.
La maggior parte delle creature crede che il tempo trascorra, ma lei aveva avuto modo di constatare che in realtà esso sta sempre là dov’è.

Era uno dei primi Precetti, eppure il più difficile da comprendere.
Sicché lei sapeva, ad esempio, che il Tempo Trascorso aveva diverso valore per coloro che vivevano nel Mondo al di là del ruscello. Aveva visto come gli Spiriti manipolavano la percezione del Tempo a loro piacimento, rallentandolo delle volte fino a quasi fermarlo.

Il vecchio strambo che si ostinava a farle da precettore continuava a rassicurarla, che a sua Madre era stata lontana meno di un mese, e che presto avrebbe potuto lasciare il Bosco in sicurezza. Protetta dalla Conoscenza acquisita e di nuovo in Salute, in “Equilibrio con la tua Natura e quello che ti circonda”. Lei aveva goduto con passione degli insegnamenti del Vecchio, come un assetato che trova una fresca fonte nel deserto aveva assorbito tutti gli insegnamenti e sempre ne bramava di nuovi.

Ma le sue emozioni non mutavano. Era preoccupata per Namiah e le mancava la sua gente, i suoi piccoli Munshan.

Allo stesso modo, lo Spirito dell’Acqua vicino al ruscello era infelice e malinconico; infelice perché la ragazzina era triste e malinconico perché un po’ quella era la sua natura. Poisha si sentiva molto in sintonia con esso, che bramava le distese oceaniche lontane come lei bramava il suo ritorno a Casa. Il suo strano Precettore si assentava spesso per lunghi periodi, e in quei momenti soprattutto la sua mente vagava e più forte cresceva in lei la malinconia.

Su una cosa però il vecchio Falàs aveva ragione, di certo. Prima di quel periodo, passato con lui a studiare e sperimentare il linguaggio degli Spiriti, non aveva mai compreso il suo Motivo di essere. Ora non si sentiva più sbagliata, o diversa, o frustrata. Aveva avuto finalmente modo di comprendere come le miriadi, infinite, splendite diversità sono i colori fantastici che dipingono l’Esistenza. E che solo un cieco può odiarle, oppure restarne indifferente. Aveva inoltre un vago ricordo di quanto di brutto le era capitato. E di tutto questo era davvero grata.

Inizialmente aveva deciso di attendere il rientro del vecchio Maestro, per salutarlo e comunicare la sua decisione. Ma era troppo forte il sentimento che la spingeva ora a muoversi, a tornare ai suoi cari, a recuperare il suo vero Equilibrio.
Non avrebbe potuto in alcun modo aspettare oltre.

Presa la decisione, le tornò il buon umore. E prese a cantare per lo Spirito dell’Acqua la magica nenia che gli era stata insegnata, perché voleva che anche lo Spirito tornasse a gioire scherzoso, come accade vicino ad una cascatella.

“… violetta selvatica, violetta lunatica, ”
“ dammi un assaggio del tuo profumo ,”
“ lasciati cogliere ancora per oggi,
violetta selvatica, vieni con me. “
“ Fuggiamo assieme al tramonto nei campi,
fuggiamo verso vallate ridenti, ”
“ vieni come me, fiorellino splendente,
doniamoci ora, ora e per sempre,”
ognuno dell’altro, per l’eternità…”

Per alcuni istanti il Canto ebbe il suo Effetto, e le acque del piccolo ruscello sembrarono giocare con i riflessi del sole calante, in un improvviso ritorno del buonumore.
Ma durò solo pochi istanti.

Una strana nebbia scura cominciò infatti ad avvolgere il greto, muovendosi lentamente attraverso la rada boscaglia che circondava l’area. Il cielo sembrò cambiare improvvisamente, facendosi cupo e nuvoloso, ed il colore grigio divenne dominante sul verde e l’azzurro che risplendeva sino a pochi istanti prima attorno a lei.

E poi l’udì. Udì un lamento terribile e straziante, come se tutti gli Spiriti che abitavano la Natura attorno a lei avessero cominciato assieme a gridare, sofferenti. Una sofferenza inconcepibile ed irreale, dalla quale si ritiravano con la stessa velocità con la quale la strana nebbia scura copriva il paesaggio circostante.

E poi lo vide. Vide quell’uomo alto, vestito di una nera armatura che inghiottiva la luce e ne rubava i riflessi. Privo di elmo, erano rossi i suoi capelli, di un r osso intenso come il colore della lava fusa.
E rossi i suoi occhi pure di un rosso scuro come il sangue. E pallida la sua pelle, pallida come la luna e la fredda morte.

La mano destra del cavaliere era cosa sola con una lunga lama nera, anch’essa di un metallo privo di riflessi, la cui punta terminava nella scura nebbia che li circondava, confondendosi con essa al punto che la nebbia stessa pareva provenire da quella lama. Negli occhi di quell’uomo lesse l’assenza di un’Anima, e la giovane ne fu allo stesso tempo sgomenta e attratta.

Reagendo d’instinto chiese aiuto all’Acqua, che si alzò improvvisa dal ruscello ribollente gettandosi verso il cavaliere nero. Questi fece un lieve gesto con la mano sinistra, e l’Acqua cadde in terra ritirandosi in essa. Posha chiese aiuto alla Terra, che si spaccò rispondendo al suo comando, e figure umanoidi fatte di fango e sassi cominciarono a prendere forma. E di nuovo l’uomo con un gesto della mano ricondusse le forme alla fanghiglia da cui avevano preso vita.

Era ora a pochi passi dalla ragazza, che ancora giaceva seduta in terra, sul greto del ruscello. Poshia fissava lo straniero e non riusciva a muoversi. Nessuono dei suoi Amici Spiriti rispondeva al Richiamo, quasi che la scura nebbia li avesse inghiottiti per sempre. Le sembrava di vivere un incubo, dove non vi era modo di alzarsi e scappare. Le riuscì solo di balbettare – < < Che potere … che razza di Potere, è mai questo!? >>

L’Oscuro Signore completò in pochi passi l’ultima distanza che li separava. Senza smettere di fissare la ragazza, piantò in terra la punta della sua nera spada, e appoggiandosi sul ginocchio sinistro, tese ad offrirgli la propria mano – < < Lo vuoi, questo Potere? >>

 la mano tesa delle Ombre         la mano tesa delle Ombre

Equilibrium – 2.5 – La fortezza di Arkam

Immaginate. Oh, si, vi prego … immaginate!
Chiudete gli occhi, liberate la mente da ogni altro pensiero … e immaginate.

Immaginate un cielo cremisi di nuvole basse, un rosso intenso come il rosso del sangue … nuvole nere, lunghe, e sottili come artigli, che si stendono attraverso i picchi acuti di scure montagne vulcaniche, di roccia nerastra. Si, vi prego … chiudete gli occhi solo un momento e immaginate.

Se riuscite in questo potrete volare dall’alto attorno a quei picchi e, con la vostra mente, potrete vedere quello che i terribili e crudeli Draghi Rossi vedono.

Perché scura, invitta, salda e impenetrabile, della stessa pietra delle montagne ed in esse incastonata sta l’incredibile ed antichissima Fortezza di Arkam.
I mille fuochi che escono in lava fusa attorno ad essa creano una nebbia grigiastra e bollente, che si incontra e si fonde con le nuvole troppo basse per quelle incredibili montagne.
Se immaginate tutto questo, avrete solo una piccola porzione dell’emozione che una spettacolo simile genera in ogni essere vivente che abbia avuto la ventura di mirare dal vero quello spettacolo.

Le mura immense di nera pietra, a picco, che muoiono nei costoni di roccia.
I merli alti e squadrati, con piccole fessure a dividerli.
E’ sui quei picchi impossibili, dentro la Tetra Fortezza, che sono le Guardie Nere ed il loro terribile Comandante. Il Gran Sacerdote di Danath, il Dio della Morte.
Rinchiusi nella Fortezza, assediati dai Draghi, in volontario esilio nelle Nere Aul in attesa del ritorno del Prescelto, del loro Condottiero, del Gork.

E’ così che Gromho raccontava ai Mushan dei Monti Arkam e della misteriosa Fortezza in essi celata. La fantasia fervida dei suoi piccoli amici certo poteva molto, ma lo gnomo aveva davvero visto, con i suoi occhi, quei luoghi. Ci era stato oltre quaranta anni prima, in una disastrosa missione diplomatica. Era andato a parlamentare con il borioso ed arrogante Mathmak, già grande Sacerdote e Chierico di Corte, per cercare di recuperare senza esito lui e le sue Guardie Nere al giuramento dato all’Impero
E lui sapeva bene che nessuna fantasia, per quanto fervida, poteva davvero immaginare quel paesaggio alieno.

Ora vecchio, in tetra solitudine, consumato dal suo odio per le creature che camminano e strisciano sotto il cielo, Mathmak passava le sue giornate in ottuse meditazioni nel tentativo di recuperare a se l’antico Potere del Dio della Morte.

Ma lui non era il Prescelto, non era un Gork. Portava un titolo usurpato ed il suo potere era sparito con gli anni assieme alla sua salute. La mente contorta dall’odio e dall’invidia lo aveva reso ancora più crudele e le Guardie Nere negli anni si erano trasformate in tetri automi soggiogati da un oscuro Disegno, cristallizzati in un’attesa che era un Limbo. Essi non erano invecchiati, ma non erano neanche realmente vivi. Restavano sospesi a metà fra il nostro Piano di esistenza ed il misterioso Piano delle Ombre, in attesa del loro Messia.

Gli Umani e gli altri esseri che avevano avuto la sventura di servire nel Seguito del Chierico, ora nella Fortezza, negli anni, erano stati ugualmente corrotti. Da quel luogo e dal Potere Oscuro che Mathmak praticava. Avevano perduto la propria ragione, contorto il loro aspetto, ed erano ora i Servi dissennati del loro Signore che su di essi sfogava la sua frustrazione, il suo rancore, la sua crudeltà nera.

Eppure questo luogo di tormento e di follia, che sembrava essere sospeso in un tempo eterno ed esterno al Mondo, eppure questo luogo venne scosso.

Un giorno, come predetto, i Sigilli vennero infranti. Un Potere Antico venne richiamato e fu liberato, e le Guardie Nere interruppero il loro Sonno senza sogni.

I Luogotenenti si presentarono a Mathmak, che non poté negare loro quello che era accaduto. La Profezia era disvelata. Il Tempo era cominciato.
Le Guardie Nere lasciarono la Fortezza e i monti Arkam, alla ricerca del Nuovo Avvento.

Mathmak rimasto solo, contorto mostro morente, cieco di furia ed invidia, sentì il proprio potere lentamente ripristinarsi.
La Pazzia era alle porte, ma il Grande Sacerdote non avrebbe lasciato irriso il passo ad un nuovo Gork. Lui doveva essere il Prescelto.
Lui o nessun altro.
Chiamò a raccolta i suoi mostruosi Servitori, e prima di cedere la sua Anima e la sua residua Vita al Potere Oscuro disse:
– E’ tempo che io vi liberi, perché ora più Grande Servigio vi sarà richiesto.
E contravvenendo a tutti i precetti dei suoi Antichi Maestri, ruppe l’Equilibrio ed il Patto che tiene separato il nostro Mondo Materiale da quello Oscuro, delle Ombre, luogo di esseri innominabili che in tempi remoti vi furono imprigionati.

La Fortezza di Arkam
La Fortezza di Arkam

Equilibrium – 2.4 – Zunnhar Arkbàh

Zunnhar era soprannominato Arkbàh, che vuol dire “il demente” nel linguaggio antico degli umani, oppure Koldht, che vuol dire lo stesso nella lingua degli orchi. Certo i mezz’orchi erano, per la maggior parte, abbastanza stupidi per il metro umano. E Zunnhar Arkbàh su questo pregiudizio contava molto. Perché in generale le persone pensavano lo stesso di lui, non conoscendolo. Era cosa molto utile, per un personaggio come Zunnhar, che lo si considerasse uno sciocco. Ma Gromho lo conosceva. E lo conosceva bene, da quando quel trovatello incredibilmente dotato, cresciuto negli orfanotrofi Imperiali di Karmas, era scappato al sud a soli nove anni per cercare “fortuna”.
Zunnhar non era un demente, e di sicuro non era neanche di un’intelligenza comune. Parlava correttamente e quasi senza accento sei lingue, conosceva molti segreti dell’alchimia ed era una persona decisamente influente a Shalem.
Aveva mani in pasta dappertutto, ed ottimi contatti nella Corporazione dei Mercanti.
Era Gromho, in effetti, il suo contatto.
Lo gnomo era quindi abbastanza scocciato della pantomima e sbottò seccato – … ora basta Zunnhar, usa una lingua civilizzata per gli dei! siamo solo io e te in questa camera, dannazione!
Il mezz’orco fece uno di quei suoi sorrisi che sembrano tanto dei ghigni contorti. Del resto i tratti del volto erano più simili ad un uomo preistorico, con una fronte sfuggente, la mascella grottescamente grande e quell’accenno di zanne al posto dei canini. La pelle leggermente verdognola conferiva all’insieme un aspetto inquietante.
Sorrise a Gromho, ma era anche sospettoso. Lo gnomo era un esperto Mercante, e non era da lui lasciar intendere in modo così evidente quanto avesse fretta e quanto gli stesse a cuore quella strana spedizione.
Il mezz’orco sospettava qualche strano inghippo. Era in debito con il piccoletto, e lui onorava sempre i suoi debiti ed era fermo nella sua parola. Doti che lo avevano aiutato assai nel farsi “strada” nella vita. Ma anche la sua paranoia latente era stata utile in numerose circostanza. Quindi cercava di soppesare con attenzione le vere ragioni del vecchio mentore.
Il mezzorco godeva certamente di altri contatti importanti in città. E neanche Gromho sapeva della sua posizione all’interno della Gilda degli Ladri. Ma l’appoggio dello gnomo presso i potenti Mercanti del Piccolo Villaggio si era rivelato assai utile, in molte circostanze, e non voleva di certo rinunciarci lasciandolo finir male in qualche guaio.
Come desideri – disse quindi nella lingua Imperiale comune – Non sia mai che mi si accusi di scortesia, e poi da un vecchio amico! Ma come ti dicevo, dovrai accontentarti di quello che ho “sotto mano”, visti i tempi da te richiesti. E non solo saremo pari con il nostro piccolo “sospeso”, ma sarai tu ora a dovermi un favore.
Gromho sapeva cosa stava cercando di fare il suo vecchio pupillo. Fece un sorrisetto divertito alla manovra del suo amico. Stava trattando e cercando di capire il margine di trattativa.
L’anziano gnomo aveva una pelle un po’ grinzosa, avvizzita per lo standard gnomico visto che conservano una pelle liscia e ben colorita anche oltre i duecento anni di età. Tuttavia quando sorrideva mostrava ancora denti bianchissimi e regolari, ed i piccoli occhi scuri leggermente a mandorla si illuminavano come quelli di un ragazzino.
Teneva ora in mano la sua pipa di legno ben mordicchiata, e con la sinistra si tormentava il piccolo pizzo bianco sul mento. Diede quindi un’arricciatina al suo nasone a patata, prese un’altra boccata dalla pipa di fumo speziato, e rispose con calma – No. Pagherò di tasca mia i mercenari che mi procuri. E mi fiderò di te su quello che hai trovato, visti i tempi brevi che hai avuto. E saremo pari con il tuo debito. Ma niente di più. Non è una trattativa, e sono stato onesto con te, ragazzo. Non si tratta di affari, è una questione di famiglia, e voglio sperare che tu non speculerai su questo… – calcò la frase “voglio sperare”, guardando dritto negli occhi gialli di Zunnhar. Il mezz’orco portava i capelli lunghi in tante piccole trecce scure, che tormentava sulla nuca quando era indeciso. Come fece adesso. No, non voleva taccheggiare il vecchietto. Ed avrebbe comunque pareggiato un favore senza rimetterci un soldo. Anzi avrebbe potuto sistemare alcune rogne. E forse farsi pagare anche una piccola “commissione”.
Bene allora. Dovrai versare il pagamento anticipato, che io tratterrò qui per intero. Per quanto concerne le condizioni accordate con loro, per la tua stessa sicurezza, i mercenari saranno pagati la metà prima di partire ed il resto al loro ritorno qui da me. Ti costeranno mille monete d’oro per ciascuno e le spese saranno comunque a tuo carico. Riconoscerai a me cinquecento monete di commissione e se accetti saranno pronti tutti domattina all’alba, come mi hai chiesto. Saranno al tuo servizio per massimo di un mese, e per non meno di due settimane. – tese la mano allo gnomo, perché entrambi sapevano che la parola era vincolante come un contratto e tanto sarebbe bastato: una stretta di mano.
Era stato il vecchio gnomo, molti anni fa, ad inculcare nel piccolo Zunnhar questo prezioso precetto.
Gromho fece un sospiro e si guardò pensieroso attorno, fissando poi lo sguardo su una delle travi in legno del soffitto.
Si trovavano nel salottino dell’abitazione del mezz’orco. Il camino accesso era l’unico elemento che ravvivasse un ambiente anonimo e piuttosto triste. Il “tono basso” era una delle regole che si era evidentemente dato, visto che la casetta in legno era una mezza catapecchia. L’arredamento povero della stanza non era di certo un segno delle ricchezze che il faccendiere aveva accumulato. Il vecchio gnomo era stato sì il mentore del ragazzo nei suoi primi anni nella cittadina di Shalem, ma non poteva darsi il merito di quei risultati. Il ragazzino era stato un allievo impressionante, attento, sveglio e soprattutto meticoloso. Doti che Gromho aveva sempre apprezzato ed in parte invidiato.
Sapeva delle ricchezze di Zunnhar in modo non approssimativo, visto che lui stesso aveva fatto in modo che fossero trasferite per la gran parte nella Banca Imperiale di Karmas.
Era quello il favore che ora avrebbe saldato con lui.
Inoltre ci avrebbe rimesso ben tremilacinquecento monete in oro.
Tanto per cominciare, visto che provviste e spese erano a suo carico.
Sospirò di nuovo fissando la mano tesa dell’amico.
Era in debito con la ragazzina, in debito con la madre adottiva e con i Munshan in generale. Non era stato sincero, aveva creduto di liberarsi del Fato scaricando le sue responsabilità su di loro ed ora doveva rimettere le cose a posto. Prima che peggiore Sfortuna lo raggiungesse.

Strinse la mano di Zunnhar, che fece un altro di quei suoi sorrisi-ghigno.

Zunnhar
Il piccolo Zunnhar "si arrangia" a Shalem

Equilibrium – 2.3 – Amberlan

Non era sorda. Ed in realtà non era davvero muta, ma come molti altri della sua Razza aveva grosse difficoltà nel parlare la lingua Imperiale Comune. E quando lo faceva, sembrava una poveretta che avesse in bocca un gomitolo di lana. Inoltre era dotata di una voce fioca, al punto da sembrare afona. Quindi non era muta, ma non parlava quasi mai.
E non era di certo sorda. Anzi, tutto il contrario. Aveva un udito talmente sensibile che il volo di un grosso calabrone era da lei percepito come il rumore prodotto dalla Macina del grano, quando ci ficchi la testa dentro. Un inferno da farti esplodere la testa.
Negli anni la mezz’elfa aveva sviluppato una certa abilità nel prodursi da sola vari rimedi e tappi speciali, di cera ed altre cose, che usava a seconda delle circostanze. Era l’unico espediente che le permetteva di non impazzire. E sempre attorno la sua testa portava una fascia di stoffa verde che le passava sopra le strane orecchie puntute.

A causa della sua menomazione era stata da subito una reietta. Rifiutati dagli Elfi, che consideravano la mescolanza del sangue e l’handicap fisico alla stregua di una maledizione divina.
Era stata allevata dai suoi genitori nel profondo dei boschi di Mashem a sud delle Terre di Nessuno, perché ai tempi della sua nascita gli Elfi erano invisi alla maggior parte delle altre Razze, e pochi facevano distinzione con i mezzosangue.
Immaginate una neonata che quando piange non si sente quasi, ma che il più infinitesimale rumore era equivalente all’esplosione di una bomba a pochi centimetri: c’era da sorprendersi che fosse sopravvissuta. Sopravvissuta a quello, ed a molte altre cose che avevano segnato i primi quaranta anni della sua vita.

Dagli Elfi aveva ereditato, oltre le orecchie a punta e la spiacevole mutazione uditiva, un aspetto giovanile che celava la sua reale età, facendola apparire meno che ventenne. Una specie di eterna adolescente. Cosa molto utile per una mercenaria prezzolata: che era costantemente sottovalutata dai suoi avversari.

Sicché inosservata cercava di passare ora nel mezzo della lunga fila all’ingresso orientale di Shalem. Alle orecchie i suoi tappi migliori, che la rendevano di fatto sorda, perché quel posto era di sicuro il più frastornante che conosceva. Si guardava attorno nervosamente, scacciando gli insetti che fastidiosi le si appiccicavano sul volto sudato, pregando dentro di se Madre Natura che le concedesse la grazia di una fila rapida. Il puzzo era davvero insopportabile. Puzzo di ogni genere di schifosa emissione umorale, di ogni schifosa e puzzolente Razza che i più schifosi e putridi buchi del Regno avessero vomitato.

Fece un sogghigno soddisfatta. Era sempre contenta quando riusciva a fare metafore sboccate e razziste. Sputò a terra, la bocca amara della polvere lorda di quelle schifose flatulenze che la circondavano. La fila comunque scorreva abbastanza. In fondo, vicino ai Cancelli della Porta, le guardie di Shalem facevano i controlli su tutti coloro che cercavano di entrare, sulle mercanzie e sui documenti. Negli ultimi tempi le entrate erano contingentate: troppa gente straniera e troppi episodi di violenza preoccupavano le autorità. Ma Amberlan aveva bisogno di lavoro, e solo a Shalem poteva trovare qualcuno che ingaggiasse una mercenaria mezz’elfa, senza fare troppe domande. E solo a Shalem il prezzo di Amberlan era contato a monete d’oro per ogni freccia del suo arco.

Diede un’occhiata alla sua deprimente cavalcatura, prima di strattonarla di nuovo per forzarla a camminare con lei, lungo l’antica strada lastricata. Una strada di grosse pietre squadrate segnate nei secoli da linee profonde, figlie di un incessante passare di carri.

La Grande Strada Orientale attraversava la piccola cittadina, nota un tempo con il nome imperiale di Nordak, “il presidio”. Shalem era il nome nella vecchia lingua degli Umani, che voleva dire “la corrotta”. Il nuovo nome era più appropriato, pensava sogghignando Amberlan.

Per ingannare il tempo si era sorpresa a contare le costole della sua cavalla, domandandosi se il suo stesso aspetto smagrito fosse poi tanto migliore. Batté il piede a terra stizzita. Questa volta Zunnhar avrebbe fatto bene a trovargli un lavoro decente, o sarebbe stato quella la sua ultima trattativa. Viscido mezz’orco bastardo…

La guardia al Cancello stava dicendo qualcosa che Amberlan non poteva sentire, ma lesse in parte le labbra ed estrasse soprappensiero i documenti, consegnandoli.
Dopo un rapido controlli alle sue cose, al suo zaino ed alle misere sacche del suo cavallo, la fecero passare. Lei era una Residente. Già. Appena entrata fu sorpresa di sentire quella vaga sensazione, remotamente simile al benessere, che gli procurava tornare a Shalem ogni volta. Alla fine quella cittadina schifosa e puzzolente era quanto di più simile ad una Patria la mezz’elfa avesse mai avuto.
Fece un sorriso triste scuotendo il capo, mentre conduceva la sua stanca cavalla verso la vicina taverna.

Un bimbetto di quattro forse cinque anni le tirò la casacca offrendosi di accudire Relia, la sua cavalcatura. Consegnò le redini e due pezzi di bronzo a Timmie, il figlio del Taverniere, arruffandone i capelli. Era improvvisamente di buonumore, perché sapeva che presto avrebbe mangiato. Ed erano due giorni che non mangiava.

Anche la taverna, a dire il vero, puzzava in modo nauseabondo. Ma fra il fumo del tabacco ed altre erbe che ne saturavano l’aria, il puzzo delle improbabili libagioni e della carne frolla, alla fine il complesso era un olezzo indefinibile che, per una persona affamata, risultava comunque sopportabile. Malgrado l’incredibile quantità di avventori composta da ogni sorta di esseri umanoidi, ad Amberlan quella Taverna apparve come l’oasi nel deserto.

Vide un tavolo libero, che le permetteva la schiena alla parete e la vista della porta, e se lo prese per se. Seduta fece un gesto alla ragazzina che serviva i tavoli, una dei numerosi figli di Urbor il Taverniere, unendo la punta delle dita a mezz’aria verso l’alto: aveva sete e voleva subito dell’acqua. Quando le portarono la brocca ed il boccale, afferrò il polso della ragazzina e fece un gesto con il mento, indicando l’arrosto “di qualcosa” che stava mangiando un mezz’orco al tavolo alla sua sinistra. La ragazzina un po’ spaventata fece cenno di si con la testa, e si allontanò veloce, strillata di continuo dal padre, che fece un cenno di saluto verso ma mezz’elfa e si esibì in un sorriso ripugnante, con i suoi denti guasti e irregolari.
Amberlan rimandò un cenno del capo. Sorseggiava dell’acqua che, meditava, era forse il prodotto di bava e secrezioni del taverniere, considerandone il sapore putrido.
Il suo sguardo fu attratto dalla ricca bacheca di messaggi e bandi che la taverna esponeva, come al solito, nella parete grande vicino al bancone.

Alzandosi lentamente si diresse al muro degli annunci, leggendone velocemente i nomi degli autori, finché lo sguardo non fu attratto da uno in particolare, firmato proprio da Zunnhar.

Il bastardo cercava di reclutare una scorta per una coppia di mercanti. Una cosa facile e ben pagata. Questo lavoro doveva essere suo. Il viscido fottuto imbroglione non l’avrebbe fregata ancora una volta, con un lavoro di merda.

Strappò il foglio dalla bacheca e se lo ficcò nella casacca ghignando. Il reclutamento era chiuso. Tornò a sedere al suo tavolo e divorò i resti puzzolenti di carne bruciacchiata che quell’umano repellente definiva arrosto.

Un altro lavoro ed Amberlan avrebbe finalmente lasciato la città.
Voleva la Capitale! La Bella e Preziosa Karmas, l’Antica Capitale dell’Impero.
Era ora di salire di livello, ed abbandonare la sua Patria Puzzolente. Questo pensava, mentre emetteva un rutto silenzioso a coronamento di un pasto lungamente atteso.

Amberlan a Shalem
Amberlan arriva a Shalem