Equilibrium 2.7 – Compagnia d’Arme

Il sole picchiava duro quella mattina. Amberlan era incazzata come sempre, dall’inizio del viaggio.
La testa le pulsava come se quattro orchi invasati pestassero le loro mazze sulle sue tempie; i rumori che produceva quella spedizione di saltimbanchi era un fragore mostruoso e insopportabile.
Sputò l’ennesima volta a terra per togliersi dalla bocca il sapore del terriccio e l’odore ripugnante che era costretta a sopportare.
Quella specie di piccola gnometta sul carro la fissò ancora una volta con quei suoi ridicoli occhi viola, sproporzionatamente grandi, arricciando leggermente il labbruccio inferiore e aggrottando la fronte in segno di disapprovazione.
La mezz’elfa ghignò soddisfatta e sputò di nuovo, questa volta ostentatamente, sporgendosi da cavallo e lasciando colare lentamente la bava a terra, sicché Namiah distolse lo sguardo.

Se quelli erano mercanti, lei era una sacerdotessa della Luce. Amberlan aveva capito subito che c’era la fregatura. Troppi soldi per una spedizione facile erano sospetti, e lei sapeva che Zunnhar non si univa mai alle sue spedizioni se non per motivi “speciali”. Inoltre, restava oscuro in cosa commerciassero i due gnomi, visto che il carro portava solo provviste per la spedizione.
Certo, si era finalmente potuta comprare un arco decente, con l’anticipo, e frecce nuove ben equilibrate. Lo stupido mercante non si era neanche accorto che quella robba era di origine elfica. Amberlan fece un mezzo sorriso: aveva fatto proprio un ottimo affare.
Ma restava il fatto che la “signora” era parecchio diversa dal vecchiaccio che li aveva assoldati,  non era certa neanche di che razza fosse. Di sicuro tutta la storia era ben diversa da come la raccontavano.

Innervosita dall’ennesima puntura di insetti, sibiliò un’imprecazione particolarmente ricca e volgare, in elfico silvano. Lei trovava quella una lingua davvero perfetta per le bestemmie e gli improperi. La “gnometta” trasalì ancora, ed Amberlan ghignando ebbe la certezza che la strana fatina conoscesse l’elfico.

Namiah aveva voltato il capo, ed aveva affondato la fronte sulla spalla di Gromho.
Era aggrappata al braccio del vecchio gnomo con la forza della disperazione.
Era triste, preoccupata e disorientata.
Era triste perché la sua bambina le mancava in modo doloroso. Il solo pensiero della sua piccola le provocava una terribile stretta al cuore, un immediato affiorare di lacrime.
Era preoccupata perché si era affidata completamente al vecchio mercante ed ora si trovava circondata dagli Esterni, genti aliene e pericolose di cui non comprendeva le reali motivazioni e di cui comprendeva a fatica la rozza lingua.
Era disorientata perché da quando avevano lasciato la foresta gli Spiriti facevano fatica a farsi udire, quasi che fossero rimasti al bosco Malkath, abbandonando Namiah al Mondo Esterno da sola.

Seguivano la Grande Strada Settentrionale verso nord. Villon era particolarmente annoiato e cavalcava stravaccato sulla sella, percuotendosi distrattamente le spalle con un piccolo frustino, nel vano tentativo di allontanare gli insetti, fastidiosi piccoli compagni di viaggio che sembravano decisi a perseguitarli ancora a lungo. Sospirando pensava che usciti dalla bassa valle del “Piccolo villaggio”, forse le zanzare avrebbero dato loro un po’ di tregua. Fece un sorrisetto divertito alla mezz’elfa che imprecava, e fu ricambiato ancora una volta da uno sguardo assassino che trovava particolarmente eccitante. Villon aveva collezionato un certo numero di donne nella sua carriera di spadaccino di ventura, e la selvaggia mezz’elfa era decisamente un “modello” che mancava alla sua collezione. Volse il suo sguardo al cielo splendente dello stesso azzurro chiaro dei suoi occhi. Guardava curioso il gioco di quella specie di cornacchie che volteggiavano alte fra le nubi rarefatte.

Il vecchio Gromho faceva del suo meglio per rassicurare Namiah. Stavano seduti a cassetta del carro. Un grosso telo ricopriva i barili dell’acqua, le casse con la carne secca e tutte le altre masserizie dello gnomo e dei suoi mercenari. Certo ostentava sicurezza, ma non era certo di aver fatto un buon affare; e non faceva che gettare occhiatacce, di tanto in tanto da sopra la spalla, al mezz’orco che li seguiva con il suo cavallo a qualche metro di distanza.
Aveva dovuto disfarsi velocemente, a prezzo decisamente basso, delle sue merci. Era l’unico modo per avere abbastanza posto sul carro. Guardava preoccupato i suoi due vecchi pony, li davanti, e si domandava se avrebbero retto un così lungo viaggio con quel genere di carico, abituati come erano a portare vesti e tessuti o al massimo, per un breve tratto, qualche barile di vino.
Inoltre si domandava come i sui uomini avrebbero reagito alla notizia che in realtà il loro viaggio li avrebbe condotti verso il campo degli schiavisti, certo più a sud di Kolmiki, ma decisamente una destinazione meno “tranquilla” di quanto previsto per un viaggio di scorta ad un mercante ed alla sua giovane moglie.
Senza contare il fatto che si accompagnava a loro il Paladino Pazzo di Shalem, di cui aveva sentito raccontare a più riprese, in taverna, e di cui aveva riso assai alle battute, agli aneddoti, che aveva udito. Ancora cattiva sorte a compensare la sua leggerezza: ora se lo ritrovava a cavalcare a fianco. Il vecchio gnomo emise un sospiro sconsolato e rimise la pipa in bocca, cercando un po’ di conforto nel sapore speziato del tabacco.

Gromak non si accorse del sospiro, e tanto meno dell’occhiata che gli aveva gettato lo gnomo. Era completamente assorto, perché cercava invano un segno, un presagio, una indicazione circa il suo Destino e sugli Eventi che lo stavano trasportando in quel viaggio.
Indossava la pesante armatura dell’Ordine, di piastre e catena. Lo scudo con le effigi del Giglio Rosso e la Grande Spada, che lui riusciva a maneggiare con una sola mano, erano appesi ai lati della sella.
Certo, gli Dei avevano guidato le sue azioni fino a quel momento. Era partito dalla piccola cittadina corrotta, seguendo il Precetto del Vecchio Prelato, presentandosi a quell’individuo equivoco, Zunnhar. Era stato incerto ma presto si pentì di questa sua mancanza di Fede, quando due Segni chiari come il sole gli diedero fiducia.
Il primo Segno era che la Spedizione sarebbe partita immediatamente, dando modo a Gromok di evitare possibili conseguenze per aver seguito l’Ispirazione, avendo posto fine alle Sofferenze del suo Padre terreno.
E poi aveva avuto notizia che la sua missione sarebbe stata di scortare quella piccola gnoma con il suo marito. Il vecchio era un essere contorto che puzzava di compromesso e di peccato. Ma la giovane che lo accompagnava era talmente Pura e Retta che il Paladino ne fu colpito e quasi intimidito.
Ora si interrogava tuttavia attorno al senso di tutto questo e cercava invano il Vero Precetto, la sua Reale Missione, che gli Dei Comandavano.
Ma quella mattina erano avari di Ispirazione. Il Paladino della Luce cercava risposte a domande troppo complicate per lui.

Zunnhar fece un altro dei suoi ghigni grotteschi, ma in realtà si trattava di un sorriso affettuoso. La Mezz’elfa era vestita praticamente di stracci, si comportava come uno degli scaricatori del mercato, eppure sembrava lo stesso una bella ragazzina ribelle malvestita e fuori posto. Diede uno sguardo anche a Villon. Stava li con quel suo fare snob un po’ strafottente, che non aveva motivo o giustificazione visto che i suoi debiti erano ormai una delle favole da taverna del Piccolo Villaggio. Lo spadaccino mosse il capo nella sua direzione, fissando i suoi piccoli occhi bluastri verso di lui. Come se avesse “sentito” di essere osservato. Fece un cenno con il capo ed un mezzo sorriso.
Il mezz’orco scosse la testa osservando la perfetta piega dei suoi capelli ramati, dei suoi abiti. Come facesse quell’uomo dopo ore a cavallo, a sembrare sempre perfettamente in ordine e nemmeno sudato, restava un mistero.
Si aggiustò un po’ il suo vecchio corpetto di cuoio. Era parecchio che non lo trattava col grasso, era troppo duro e scomodo a portarsi. Accarezzò distrattamente la pesante mazza-ferrata, attaccata al suo cavallo.
Non l’avrebbe confessato neanche sotto tortura, eppure era preoccupato per i “suoi ragazzi” e per il suo vecchio mentore. Prima di partire aveva raccolto qualche voce, qualche informazione. Il fatto che non fosse venuto fuori nulla lo preoccupava ancora di più. Senza contare il fatto che era stato costretto a portarsi appresso il Bestione Pazzo, per compiacere L’Ordine dei Sacerdoti.
Si, non l’avrebbe mai confessato, ma quel vecchio grinzoso gnomo era quanto di più vicino ad un padre avesse mai avuto. Per la prima volta da tanto, tantissimo tempo, non era per i suoi affari personali che Zunnhar aveva deciso di unirsi alla spedizione. Non era per oscuri interessi o macchinazioni. Si era unito a quella strana spedizione perché non avrebbe permesso, in nessun caso e per nessuna ragione, che a Gromho succedesse qualcosa.
Fece un sospiro e volse il suo sguardo al cielo, seguendo per qualche attimo il gioioso gioco dei piccoli storni in volo.

La Carovana
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